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Una vecchia risorsa, la deterrenza

Il ministro Gentiloni parla di opzione militare e subito retrocede la dissuasione a “collaborazione tra università”. Il problema con l’islam non è la crociata, ma una strategia di deterrenza (e di forza) - di Giuliano Ferrara

8 Aprile 2015 alle 06:18

Una vecchia risorsa, la deterrenza

Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni (foto LaPresse)

Vediamo se con un soprassalto di stupidità di grado minore siamo capaci di evitare la stupidità di grado maggiore. Si è infatti molto stupidi (grado maggiore) quando si pensa che la situazione determinatasi tra l’islam e noi sia risolvibile: a) dicendo che l’islam non c’entra; b) che non si può assistere voltandosi dall’altra parte al martirio dei cristiani o degli ebrei o dei vignettisti libertini o alla fucilazione dei visitatori di un museo o di etnie non-islamiche nella piana di Ninive; c) che il silenzio ci fa complici e che bisogna reagire, come ha detto ieri a sorpresa il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, smentendo ragionevoli cose affermate da lui stesso un minuto prima sull’opzione militare, insomma reagire “rafforzando la cooperazione, il dialogo e la collaborazione tra università”. Ora, nessuno ha la chiave che apre la porta della pace agevolmente, e la guerra prima che una scelta è un fatto di cui prendere atto. Come sosteniamo da tempo, e siamo insieme con altri nel mondo una minoranza con diritto di parola, non stiamo fronteggiando episodi di terrorismo o una generica violenza politica: il valore aggiunto di quel che accade è che la violenza e le minacce di sterminio degli infedeli nascono da una vocazione storica militante, quella dell’islam come fatto politico, e sono grandemente rafforzate, violenza e minacce, da una giustificazione per fede. Noi il senso del sacro l’abbiamo perso del tutto, e in Francia vogliono rinominare i villaggi con nomi cristiani come i giacobini a fine Settecento rinominarono i mesi e celebrarono la Festa dell’essere supremo; invece gli islamici, che hanno ripreso da tempo a farsi sentire con le loro frustrazioni, con immense ambizioni e con la loro missione politica espansionista, sanno come introdurre nella guerra il fine religioso della salvezza delle anime fedeli, si immaginano giustificati im mille modi ma sopra tutto per fede. E’ un loro atto di forza.

 

All’inizio della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso sono passati in rassegna con strepito e tumulto e scintillio di durlindane i battaglioni crociati provenienti da tutta l’Europa cristiana. Non è questo quello che dobbiamo fare, sebbene Adriano Sofri ieri notasse che è in fondo consolante, a patto che non si incorra in un eccesso di zelo, il fatto che comincino a combattere contro lo Stato islamico anche battaglioni che, al fianco dei curdi, si dicono e sono composti di cristiani. Il punto è che la teoria e la prassi politica del secolo che ci precede e, a meno di alternative che oggi non si vedono, del secolo che abbiamo appena anticipato di un quindicennio, hanno già dato la risposta. Il delitto non è il non aver bandito una crociata contro il saraceno, ma aver cancellato le leggi della politica che è prima di tutto scienza dell’ordine o volontà politica dell’ordine, la tranquillitas ordinis di sant’Agostino.

 

[**Video_box_2**]Quello che si deve fare si sa. Di fronte a una minaccia o a un’offensiva che ad altre minacce si combina in un progetto di guerra, e di jihad o guerra santa stiamo parlando, il dovere di classi dirigenti degne del nome è prima di ogni altra cosa approntare una risposta di deterrenza. Registrare il proprio livello di paura è normale. E’ normale esprimere la propria vocazione responsabile al dialogo e alla pace. Ma è ancora più normale preoccuparsi di promuovere una forza dissuasiva, ché questa è la deterrenza. Forza vuol dire diplomazia ferrigna, e anche inevitabilmente forza militare. E’ un ordinario e necessario intreccio politico. Il nemico è certificato, si certifica da sé, si mostra ogni giorno. Si possono indebolire le sue avanguardie combattenti cercando di separarle dal troncone della comunità o umma  di appartenenza. Ma non si deve promettere la “pace nel nostro tempo”, né a Monaco né a Losanna, se non si sia fatto fino in fondo il proprio dovere di deterrenza verso offensiva e minacce. Finché diremo che l’islam non c’entra e ci limiteremo a dare risposte “di polizia militare” a casaccio, ovunque volteremo la faccia, vorrà dire che l’abbiamo voltata dall’altra parte. 

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