Irwin Cotler, già avvocato di Nelson Mandela, è ora impegnato nella difesa di Leopoldo López

In Venezuela il "club degli ex presidenti" si mobilita al fianco degli oppositori di Maduro

Maurizio Stefanini
Si moltiplicano i leader di partiti e movimenti politici di tutto il mondo per difendere il capo dell'opposizione al presidente venezuelano, Leopoldo López, finito in carcere. Tra questi c'è anche "l'avvocato di Mandela".

Il primo a prendere le difese del leader dell’opposizione venezuelana, Leopoldo López, è stato Irwin Cotler, deputato liberale al Parlamento canadese, ministro della Giustizia dal 2003 al 2006 e già membro di un team internazionale di avvocati che si era mobilitato per il detenuto Nelson Mandela. In questa veste, nel 1981 era stato anche arrestato durante un viaggio in Sud Africa in cui aveva tenuto un discorso pubblico contro l’apartheid. Non solo Mandela in realtà: nel curriculum di celebri prigionieri di coscienza a favore dei quali ha lavorato ci sono anche l’argentino Jacobo Timerman, l’indonesiano Muchtar Pakpahan, l’ebreo sovietico (in seguito divenuto vice-premier di Israele) Natan Sharansky, l’egiziano Saad Eddin Ibrahim. Nel febbraio scorso, Carlos Vecchio, coordinatore del partito venezuelano Voluntad Popular cui appartiene López, finito in carcere per aver guidato manifestazioni contro il presidente Maduro, ha annunciato che “l’avvocato di Mandela” difenderà il leader dell’opposizione a Maduro.

 

A un anno esatto dall’arresto di López, Cotler è diventato l’avvocato anche di Antonio Ledezma: sindaco di Caracas, a sua volta messo in carcere con l’accusa di tentato golpe. Ma il collegio difensivo sta crescendo. Il 23 marzo ha annunciato che si sarebbe unito a Cotler anche Felipe González, segretario del Partito socialista operaio spagnolo fino al 1997 e primo ministro di Spagna dal 1982 al 1996. Su invito dello stesso González il 30 marzo ha accettato di aggiungersi al team anche Fernando Henrique Cardoso, sociologo, punto di riferimento della sinistra terzomondista per un famosissimo saggio del 1969 su “dipendenza e sviluppo”, esule dal regime militare del Brasile, poi senatore, fondatore del Partito della socialdemocrazia, ministro degli Esteri e delle Finanze, e dal 1995 al 2003 presidente del Brasile. E dal primo aprile è della compagnia anche Luis Alberto Lacalle, deputato del Partito nazionale uruguayano nella legislatura che nel 1973 fu interrotta dal golpe militare, poi detenuto, oppositore clandestino, senatore una volta restaurata la democrazia in Uruguay, e presidente dell’Uruguay dal 1990 al 1995.

 

È un vero e proprio “club degli ex-presidenti”, per parafrasare il titolo di un famoso film. Senza aver aderito formalmente al team, nel gruppo si possono mettere anche gli ex-presidenti del Messico, Felipe Calderón, del Cile, Sebastián Piñera, e della Colombia, Andrés Pastrana, che a gennaio hanno annunciato l’intenzione di andare a visitare López in carcere, per poi desistere di fronte al divieto avanzato dal governo venezuelano. Poi ci aveva provato l’ex presidente boliviano Jorge Quiroga, ma anche lui si è visto rifiutare il permesso di visitare López. E il 31 marzo un altro ex-presidente messicano, Vicente Fox, ha chiesto agli Stati Uniti e all’Organizzazione degli stati americani di intervenire sulle detenzioni degli oppositori in Venezuela, definendo il presidente Nicolás Maduro “un dittatore”.

 

L’ira di Maduro si può misurare dal crescendo delle sue reazioni. Già a Piñera, Calderón e Pastrana aveva gridato durante un comizio che col semplice visitare il carcerato López i tre avrebbero potuto scatenare un colpo di stato per il quale “sarebbero stati macchiati di sangue per sempre”. Poi, alla notizia della mobilitazione di Cotler, il presidente venezuelano ha fatto pressioni sul governo Zuma in modo da ottenere dall’ambasciatore sudafricano a Caracas una dichiarazione per ridimensionare il suo ruolo nella vicenda di Mandela. E pure su González sono piovute violente accuse di “golpismo” e al momento non si sa se gli sarà permesso di entrare in Venezuela.

 

[**Video_box_2**]Peraltro, Maduro ha attaccato duramente anche il vicepresidente uruguayano Raúl Sendic, definendolo un “codardo” perché aveva messo in dubbio il ruolo degli Stati Uniti che Maduro va invece ventilando per giustificare la repressione dell’opposizione. Il presidente uruguayano Tabaré Vázquez ha convocato l’ambasciatore venezuelano per una dura reprimenda, ma il suo è stato l’unico tra i molti governi di sinistra latino-americani a prendere una posizione aperta sull’ultima involuzione autoritaria di Maduro. La gran parte di questi ex-presidenti il silenzio della comunità internazionale sulle violazioni del governo venezuelano.

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