Quel che i francesi sono disposti (o no) a perdonare a Sarkozy

L’ex presidente è il “revenant” delle elezioni dipartimentali, i socialisti prendono una botta da stramazzo. I prossimi passi

31 Marzo 2015 alle 06:18

Quel che i francesi sono disposti (o no) a perdonare a Sarkozy

Nicolas Sarkozy (foto LaPresse)

Ha vinto Nicolas Sarkozy: l’Ump e i suoi alleati centristi hanno surclassato i socialisti al secondo turno delle elezioni dipartimentali. La gauche ha mantenuto 34 dei 61 dipartimenti che governava, ne ha conquistato uno e persi ventotto: bastioni tradizionali come le Bocche del Rodano, feudi dei principali leader, la Corrèze, regione di cui François Hollande fu presidente, l’Essonne del premier Manuel Valls, la Senna marittima del ministro degli Esteri Laurent Fabius e il nord di Martine Aubry. Il Front national di Marine Le Pen non ha conquistato nemmeno un dipartimento, ma cresce in voti rispetto alle europee ed è entrato in zone che gli erano storicamente precluse come il nord, i consiglieri frontisti potranno pesare nel cosiddetto terzo turno, l’elezione dei presidenti di dipartimento. Hollande e il governo hanno preso una botta da stramazzo. Ma non ci sarà rimpasto, a differenza di quanto avvenne all’indomani della sconfitta alle municipali del 2014, quando il presidente cambiò un logoro Jean-Marc Ayrault con il duro Valls. L’attuale premier resterà al suo posto e nonostante la crescita dell’estrema destra abbia indotto uno stravolgimento durevole della scena politica continuerà con maggiore determinazione l’attuale politica: squadra che perde non si cambia.

 

L’elezione dei consiglieri dei duemila e passa cantoni dei cento dipartimenti, equiparabili per competenze e bilancio alle province italiane, è di gran lunga la meno importante e la meno glamour di Francia: per darle un po’ di appeal il governo ha adottato un modo di scrutinio che è unico al mondo, il misto maggioritario a due turni, misto nel senso che non si vota un candidato ma un binomio, ovvero un uomo e una donna insieme. Un elettore su due è rimasto a casa. Non c’erano duellanti di spicco, non si votava né a Parigi né a Lione: il voto è stato il borbottio della Francia profonda, che non sempre è bello ma che un politico è tenuto ad ascoltare.

 

Dice che il non se ne può più, il ras-le-bol, si è allargato sotto i colpi della crisi e di un’immigrazione che agli occhi di chi ci si scontra ogni giorno appare non governata. Che la solidarietà sociale e il sistema di previdenza non sono più motivo di orgoglio nazionale ma frattura tra garantiti ed esclusi. Che fratellanza e eguaglianza non si portano più e che il laicismo repubblicano è un orpello: tutto l’armamentario ideologico della sinistra sta perdendo colpi, cadendo a pezzi. Nicolas Sarkozy, le revenant, questo lo ha capito. Quattro mesi fa ha ripreso in mano l’Ump dilaniato dalle guerre fra fazioni, ha fatto fuori mezza nomenclatura, rimesso i fedelissimi ai posti di comando e condotto una campagna al galoppo, senza alcun senso di colpa, con argomenti e proposte cari all’estrema destra: per esempio che la carne di maiale non deve essere bandita dalle mense scolastiche e che il velo deve essere proibito nelle scuole e nelle università. E’ il Sarkozy di sempre, spregiudicato come piace ai militanti, attivista forsennato, un cinico che gratta consensi ovunque. Guarda alle regionali di dicembre, alle primarie dell’autunno successivo dove la destra sceglierà il candidato per il 2017. Dice che l’alternanza è in marcia e che nulla potrà fermarla.

 

[**Video_box_2**]A maggio un congresso definirà la struttura di un nuovo partito e un nuovo programma che riunifichino tutto il centro-destra. Non basta però la voglia di fare né la voglia di rivincita. Sarkozy ha lasciato il ricordo di un leader inconcludente in politica interna, velleitario in Europa e disastroso in Africa, ma è pur sempre politica e questo i francesi potrebbero pure perdonarglielo. Ma non gli perdoneranno facilmente di essere stato arrogante, paranoico, vendicativo oltre misura e con frequenti cadute di stile. Dovrà buttare giù il muro che lo circonda, convincere una parte di coloro che nel 2012 gridavano “tutti tranne Sarkozy” che in questo clima persistente di generale inadeguatezza, fra la sinistra fallita e la destra dell’avventura, sia proprio lui il male minore.

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi