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Giustiziere garantista

Bill Keller ci racconta la sua vita dopo il New York Times, in una start up che tiene d’occhio toghe e secondini. Il mito di Ferguson, l’inconcludente Obama e una lezione sul caso Lupi.

29 Marzo 2015 alle 06:18

Giustiziere garantista

Due detenuti giocano a scacchi da una cella all’altra nel carcere di Attica, a New York, in una foto d’archivio

I volti severi di Lenin, Stalin, Kruscev, Breznev, Gorbaciov e quello appena più accomodante di Eltsin sorvegliano lo studio di Bill Keller, souvenir dal suo passato di corrispondente del New York Times nell’Unione sovietica in via di dissoluzione, quando passava sedici ore al giorno a cercare persone che non avevano nessuna voglia di parlargli. Poi la volta che il governo ha installato un telefono nell’appartamento di Andrei Sakharov, che era in esilio a Gorky da più di sei anni, lui ha subito trovato il numero e lo ha chiamato. Il grande fisico e dissidente gli ha parlato “con voce forte e chiara”, rispondendo alle sue domande “direttamente e in modo gentile”; ha giusto liquidato con un “è complicato” la domanda sul contenuto della precedente conversazione con Gorbaciov, che poi era il motivo per cui gli agenti avevano montato il telefono, ma ha promesso altre battaglie per i diritti umani, e questo bastava. Da quell’intervista, che letta oggi appare leggermente legnosa anche per i più ortodossi interpreti degli standard giornalistici anglosassoni, Keller ha costruito la sua fama di corrispondente con entrature irripetibili e di lì a poco ha vinto il Pulitzer, facendo un po’ sbiancare le nocche al suo “frenemy” David Remnick, allora corrispondente del Washington Post, che recitava magnificamente la parte di quello che scrive meglio ma arriva sempre secondo sulla notizia. Quando è uscito l’annuncio del Pulitzer, Keller era a Cuba per raccontare da lì il collasso del baraccone sovietico. Ma procediamo con ordine.

 

Keller ha dato appuntamento al cronista nella redazione di The Marshall Project, in un bel palazzo sulla 57esima strada, a due passi da Carnegie Hall. E’ il primo giorno di primavera e fuori nevica come in un film di Natale. Negli ascensori non si fanno che battute sul global warming. Keller ha passato una vita al New York Times, prima come cronista a Washington, poi come corrispondente a Mosca e Johannesburg; avrebbe dovuto scrivere un libro sulla caduta della Cortina di ferro, come ha fatto qualunque stringer che abbia passato più di quattro giorni a Mosca nei mesi decisivi del tramonto, ma ha finito per scriverne uno su Mandela, restituendo l’anticipo dell’editore per quello a tema russo. E’ stato promosso al ruolo di vicedirettore e infine, per le sue qualità unite alla più classica delle fortunate coincidenze, è diventato direttore, rimanendo in carica dal 2003 al 2011.
Prima di passare alla direzione ha fondato il club dei I-Can’t-Believe-I’m-a-Hawk, i liberal che si sono sorpresi a convergere sull’interventismo conservatore di George W. Bush per ragioni ideali o umanitarie, in nome della libertà, della Bosnia e dei genocidi che l’America non ha saputo evitare, nel nome di un ordine mondiale di tipo liberale che solo lo Zio Sam – non il vitreo Onu, non la venusiana Europa – avrebbe potuto garantire, nel nome del futuro dei figli e in particolare dell’ultima sua figlia, nata nove mesi dopo l’11 settembre 2001, praticamente concepita in tempo di guerra. Alla fine la convergenza fra liberal e neoconservatori è andata in frantumi, ma Keller si è dovuto “mordere la lingua” per anni prima di poter scrivere apertamente quello che Jack Shafer, tagliente critico dei media, ha con sprezzo definito un “mini-culpa”. Per altri due anni è rimasto al Times come columnist, sotto l’egida di Jill Abramson, ma poi ha capito che quel lavoro era “troppo solitario”, dice. “E’ l’unica lamentela in un lavoro di cui non ci si può lamentare: hai un pubblico enorme, scrivi quello che ti pare e tutti ti rispondono al telefono. Quello che ho sempre amato del giornalismo, però, è sedersi attorno a un tavolo con i colleghi e decidere come risolvere un problema: come raccontiamo la primavera araba? Cosa mettiamo in homepage? Qui è così, la riunione della mattina è una specie di dibattito”.

 

The Marshall Project è un portale dedicato esclusivamente alla giustizia, dal sovraffollamento delle carceri ai controsensi della procedura penale fino all’uso politico del potere togato. Roba forte nel paese con il più alto tasso di incarcerazione al mondo, il paese di Ferguson, della pena di morte appena reintrodotta con il plotone d’esecuzione, della tolleranza zero e delle “broken windows”, il luogo dove sono state dichiarate guerre alle piaghe sociali: la droga, la povertà, il crimine.

 

Al Marshall Project ventidue giornalisti producono contenuti per il sito, lanciato a novembre dello scorso anno, ma anche articoli e inchieste che vengono vendute a pubblicazioni generaliste, tipo il New York Times. Il fondatore è il giornalista-finanziere-filantropo Neil Barsky, e Keller lo dirige con quel suo fare da pater familias (la definizione è sua) che non s’addice per niente all’immagine cinematografica del direttore di giornale impulsivo, incazzato e perennemente in ritardo. Ha un certo aplomb californiano, Keller, con una risata contenuta ma sincera che parte senza preavviso sotto gli occhi cerulei. Chiama il Marshall Project una start up, ma il colpo d’occhio della redazione non collima con l’estetica classica dell’impresa giovane e digitale, dove tutti dovrebbero avere i capelli strani e armeggiare con device che ancora non esistono; questo è un paradiso normcore in cui regna un silenzio da biblioteca, un luogo innanzitutto di studio e ricerca dove la parola “secchione” sembra significare proprio secchione, non tizio-cool-di-Brooklyn-vestito-da-secchione.

 

“Non vorrai chiedermi del futuro del giornalismo, vero?”, sorride lui, estenuato da mesi di domande e speculazioni sulla formula giusta per affrontare la crisi del settore senza cedere alle liste di gattini in stile BuzzFeed. Strano, ma in un certo senso inevitabile, partire invece da Maurizio Lupi. Nulla di strettamente politico, s’intende (“non conosco i fatti, quindi è difficile giudicare”), ma il caso giudiziario è significativo anche senza addentrarsi troppo nella palude italiana: un ministro viene costretto alle dimissioni dopo un breve processo mediatico, senza essere iscritto nel registro degli indagati, con le intercettazioni telefoniche pubblicate senza conseguenze in tutta la stampa mainstream, conversazioni senza alcun legame diretto con reati accertati o presunti. Qui le cose funzionano diversamente, e l’americano Keller un po’ inorridisce di fronte al racconto di conversazioni private sbattute in prima pagina, perché un conto è sorvegliare, un altro è sputtanare. Keller vede il rischio di un cortocircuito globale fra chi controlla e chi pubblica, fra gli agenti in cerca di prove e i cronisti a caccia di scoop.
Per spiegare il punto racconta una storia della quale sta cercando di capire di più: “Un uomo è stato arrestato per un crimine sessuale: ha una ventina d’anni e ha avuto conversazioni sulla chat di Facebook di natura esplicitamente sessuale con una ragazzina di 15 anni, e si scambiavano anche fotografie. Rischia da 15 anni di carcere all’ergastolo, il che è già abbastanza sconcertante. La cosa più sconcertante però è che il suo avvocato dice che Facebook ha un algortimo che cerca fra le pagine parole chiave che suggeriscano conversazioni di natura sessuale che coinvolgono minori. Non lo fanno dietro la presentazione di un mandato della polizia, lo fanno di default, e riportano i risultati a un gruppo che combatte la pedopornografia, il quale passa i dati all’Fbi. La morale è che non basta che ci preoccupiamo del controllo dell’Fbi, dobbiamo anche preoccuparci del controllo di Facebook”.

 

Nel mondo in cui le distinzioni dei ruoli fra chi deve indagare, chi deve trasmettere e chi deve informare il pubblico sono sempre più rarefatte, Keller dice che stiamo esagerando con la sorveglianza: “E lo dico sapendo benissimo che non sempre si tratta di beccare una quindicenne che chatta su Facebook, ma di prevenire attacchi terroristici. Il punto però è politico: il rischio è che la gente sia a tal punto stanca delle intrusioni dello stato nella sfera privata da mettere a rischio anche le forme di sorveglianza legittime e doverose”. Obiezione: un conto è dragare la rete alla ricerca di network terroristici, un altro è spiare nelle camere da letto dei politici attraverso il buco della serratura. Nel 2002 Keller ha scritto un articolo che i suoi avversari gli hanno a lungo rinfacciato: un ritratto piuttosto benevolo del numero due del Pentagono, Paul Wolfowitz, il “sunshine warrior” che stava portando le truppe americane in Iraq. Discutendo di prove e giustificazioni legali, Wolfowitz diceva: “La prova al di là di ogni ragionevole dubbio è il modo con cui pensiamo alla giustizia ordinaria. Penso invece che siamo più in uno stato di guerra che in un’aula di tribunale”.

 

Si tratta insomma di distinguere lo stato di pace dallo stato di guerra. Non c’è forse un’enorme differenza fra i due? “Certo che c’è – dice Keller – e ti dirò di più: partendo dal presupposto che esistono forme legittime di sorveglianza, preferisco avere un sistema elettronico piuttosto che un sistema che, nel dubbio, mette tutti i sospettati in prigione. Deve però esserci ‘accountability’. Questo è il problema sollevato dalle rivelazioni di Snowden: a oggi non ci sono prove che il programma di sorveglianza della Nsa abbia evitato attacchi terroristici, ma non abbiamo nemmeno prove che qualcuno abbia abusato di quei mezzi. Quello che sappiamo è che nessuno controllava l’operato della Nsa, né il Congresso né l’esecutivo. Questo vuoto è il motivo per cui esiste The Marshall Project”.

 

E come sta andando il progetto? “Ci sono diversi modi per misurare il successo…”, attacca lui, fermandosi di fronte alla domanda: “Lei è felice?”. “Mi fa piacere che me lo chiedi – sorride – perché è il primo criterio con cui giudico se una cosa funziona. Sì, sono felice. Non mi sono ancora annoiato un minuto. Siamo giovani, ci stiamo costruendo un pubblico. Abbiamo due lettorati divisi: la gente che vive all’interno del sistema della giustizia, avvocati, giornalisti di giudiziaria, poliziotti. Poi c’è il pubblico generale che, almeno noi pensiamo, dovrebbe essere più informato su questi temi. Vado molto fiero del nostro colpo migliore finora, il servizio sulla prigione di Attica apparso sul New York Times”.

 

Detta in modo indelicato: Keller è passato dalla testata più prestigiosa del mondo, il giornale dei record, la severa Gray Lady che può far saltare teste alla Casa Bianca, a una start up sulla giustizia fatta da ragazzi molto preparati e volenterosi. Da come ne parla non si direbbe un ripiego: “Quando stavo valutando se cambiare mi sono reso conto che la giustizia non è una nicchia: devi occuparti della polizia, dei tribunali e di tutti gli annessi, del sistema carcerario, delle istituzioni. Poi un giorno ti trovi a dover studiare le leggi sulla droga o quelle sull’immigrazione, visto che il gruppo carcerario che cresce più rapidamente è quello legato ai reati di immigrazione. C’è uno strano matrimonio fra scienze sociali e politica, lo chiamano ‘wonkery’, e intendo il termine nel senso più nobile. E poi hai a che fare con gli uomini. E’ relativamente semplice mettere delle facce dietro alle storie che scriviamo, quindi si può affascinare anche un pubblico che non necessariamente divora numeri e statistiche. Sarò ancora così esaltato fra cinque anni? Non saprei. Per adesso lo sono”.

 

[**Video_box_2**]Esiste una parte riflessiva del suo lavoro, filosofica, che ad esempio indaga intorno alle cause ultime di un sistema carcerario che non ha eguali al mondo. Perché il cinque per cento della popolazione mondiale è detenuto negli Stati Uniti? Perché finisce sistematicamente in carcere anche chi non commette reati violenti? Perché le pene alternative alla detenzione vengono usate così poco? Perché è tanto difficile la riabilitazione in società per chi ha scontato la pena? Qual è l’idea di giustizia che si è affermata in America? Lo scorso anno un professore della Columbia di nome Robert Ferguson ha scritto “Inferno”, saggio ben documentato e suggestivo in cui sostiene che il modo in cui una società tratta i criminali riflette il modo in cui concepisce l’uomo in generale. Da questa premessa Ferguson deduce che il sistema penale americano, ispirato alla “giustizia retributiva” di estrazione puritana, tende a ridurre i criminali al rango di non-uomini, a renderli invisibili e sempre più separati dalla società civile, per rimuovere la colpa, il peccato che questi rappresentano. E’ soltanto una delle scuole di pensiero nel settore, e Keller diffida “di chi tenta di psicanalizzare l’intera nazione”, ma certo “esiste nel popolo americano una tendenza alla giustizia retributiva. C’è però anche una vena libertaria, che vive un certo revival oggi, ma è una componente antica della cultura. Una cosa che queste inclinazioni hanno in comune è l’idea della ‘giustizia di frontiera’, perché c’è una lunga storia di ronde, di vigilanza privata, di giustizieri fuorilegge, del tipo ‘ci hai rubato due cavalli noi ti impicchiamo a un albero’, per non parlare dei linciaggi del sud, o dell’idea ‘we don’t call 911’. Ma non dobbiamo dimenticare il ruolo della politica in questo. L’America non ha sempre avuto la più grande popolazione carceraria del mondo”.

 

Quando è cominciato il trend? “Con Nixon e Reagan, per la via della combinazione fra l’aumento effettivo del crimine e uno spropositato aumento della paura del crimine, alimentata dagli stessi politici. Da allora tutti, a destra e a sinistra, si sono messi a costruire nuove prigioni. Clinton ha enormemente peggiorato il problema, tutto perché, come tanti democratici, doveva mostrare di essere duro con i criminali. Alla fine è per ragioni di propaganda e populismo che le nostre prigioni sono stracolme”.
Il paese spende più per le carceri che per le scuole… “Abbiamo creato un circolo vizioso: ci sono comunità con pessime scuole e praticamente senza famiglie, in questo i conservatori hanno buone ragioni, dove il tasso criminale è naturalmente alto. Ma poiché non abbiamo l’energia e la voglia di sistemare queste comunità, di ricostruirle, di investire sull’educazione, mandiamo un sacco di polizia e solitamente la polizia arresta giovani, spesso afroamericani, e li mette in istituti che offrono un grado di educazione vicino allo zero, pochissimo avviamento al lavoro, e molta brutalità. A un certo punto escono di prigione e quello che offriamo loro è un biglietto dell’autobus per tornare nelle stesse comunità dalle quali li avevamo tolti qualche tempo prima. E la storia ricomincia”. E dire che in tutta la mitologia del “gridlock” di Washington, della polarizzazione politica che blocca il sistema, la riforma del sistema penale mette d’accordo i fratelli Koch e George Soros. Addirittura il libertario del Kentucky Rand Paul ha firmato un disegno di legge assieme a Cory Booker, progressista della parte povera del New Jersey. Eppure non si è fatto molto, anzi nulla. “Il procuratore Holder – dice Keller – ha lavorato in questo senso, ma Obama non ha investito su una riforma del sistema penale. La convergenza fra destra e sinistra è incredibile sulla detenzione, sulle pene alternative, la reintroduzione in società di chi esce dal carcere e via dicendo. Pensa che lo stato che ha ridotto di più la popolazione carceraria negli ultimi anni è il Texas. Tutto questo mi fa dire che Obama ha perso un’enorme occasione. Non dico che sarebbe riuscito a riformare il sistema, ma avrebbe potuto almeno provarci”.

 

Un paio di settimane fa l’opinionista afroamericano e liberal Jonathan Capehart ha ammesso sul Washington Post che la grande discesa in piazza dell’America assetata di giustizia nata dall’omicidio di Ferguson è stata costruita su una bugia. Il paese ha protestato con le mani alzate in segno di resa, ma ora che il caso è chiuso (e il poliziotto assolto) sappiamo che Mike Brown non aveva le mani alzate, non si è mai arreso, ha aggredito l’agente Darren Wilson tentando di rubargli la pistola. Questo raccontano le autopsie, le prove balistiche, i rilievi condotti separatamente da polizia, Fbi e dipartimento di Giustizia, questo dicono tutte le testimonianze tranne una, quella dell’amico di Mike. D’altra parte, però, c’è un report del dipartimento di Giustizia che racconta di un generale atteggiamento discriminatorio da parte della polizia. Quindi: la sostanza è vera, ma il caso specifico è falso? Come stanno insieme le due cose? “E’ un conflitto enorme anche per me. Dopo mesi passati a cercare di capire cosa sta succedendo in America direi questo: il caso di Michael Brown è un mito. C’è una grossa differenza fra un mito e una bugia. Gli eventi non sono andati così come sono stati raccontati, ma lo stesso raccontano una verità di fondo che colpisce il cuore e la sensibilità delle persone. E’ una falsità che riflette una situazione vera”.

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