Il tragicomico psicodramma dei finanziatori ricchi ma non ricchissimi

Negli Stati Uniti i milionari (ma non troppo) vengono esclusi dalla politica americana che conta.

28 Marzo 2015 alle 06:18

Il tragicomico psicodramma dei finanziatori ricchi ma non ricchissimi

Boca Raton, storico ritrovo di milionari repubblicani

New York. I milionari che trangugiavano ostriche nei lussuosi palchetti delle convention elettorali ora sono preoccupati di non trovare nemmeno un biglietto da qui alla prossima estate, e vivono con ansia la stagione paradossale del discontento politico di chi è milionario ma niente di più. Il momento dei posizionamenti elettorali è un momento lieto per i ricchi finanziatori e per la “new money” in cerca di accrediti per il mondo che conta, quello che è in grado di restituire il favore, una volta al potere, sotto forma di agevolazioni di business, prestigio, magari un posto da ambasciatore a Roma o a Parigi. Il ricco finanziatore politico in questa fase viene coccolato, riverito, candidati e protocandidati trattano ognuno di questi magnati con regale riverenza, spiegando che quello che stanno acquistando a un certo prezzo in realtà non ha prezzo: il progetto politico e ideale che il candidato incarna val bene un po’ di fundraising. Così funzionava in passato. Ora il milionario è a malapena ammesso agli eventi che contano.

 

Soltanto i miliardari o i multimilionari, quelli che sono pronti a staccare un assegno da sette cifre sbadigliando, sono portati in palmo di mano; gli altri, quelli da centomila o da mezzo milione finiscono nella parte bassa della classifica, trattati come finanziatori di serie b; i candidati sì e no si fermano a parlare con loro alle cene di fundraising, sempre che alle cene si presentino. A Boca Raton, storico ritrovo di milionari repubblicani, Jeb Bush è arrivato in ritardo, aveva una cena a Miami con i miliardari, quelli che mettono i soldi veri, non gli imprenditori con i gemelli ai polsini e qualche piccola rendita di posizione nel loro settore. Un articolo del Washington Post cattura, con sottile ironia, il clima di sconforto che domina fra i ricchi ma non ricchissimi, categoria che per raccontarla servirebbe la penna di un Tom Wolfe.

 

[**Video_box_2**]David Rosen, finanziatore democratico, ricorda i bei tempi in cui con una cena da 2.700 dollari a testa il candidato offriva un colloquio privato a ciascun benefattore: “Ora con 2.700 dollari non ti fanno nemmeno entrare nel parcheggio del ristorante”. La crisi dei ricchi ma non ricchissimi è figlia della liberalizzazione dei finanziamenti elettorali, e della creazione dei Super Pac, corpi elettorali intermedi che possono raccogliere qualunque cifra, a patto che non ci sia un legame formale con il candidato (ovviamente il legame c’è). Se Bush non ha ancora ufficialmente confermato la candidatura, ma soltanto stabilito un “comitato esplorativo”, è per non essere imbrigliato dalle limitazioni finanziarie che scattano all’annuncio formale. Ora può scandagliare liberamente il panorama dei ricchi repubblicani, ed è per pura logica che il suo questuare parte dai megamiliardari che non hanno limiti di spesa, non dai pesi medi a cui qualcuno, finora, aveva fatto credere di contare qualcosa.

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