Si hackera anche a Pechino

La Cina ha sempre negato di avere unità militari legate alla cyberguerra, ma in un nuovo documento ammette di avere battaglioni di hacker. La deterrenza militare e la diplomazia.

19 Marzo 2015 alle 14:07

Si hackera anche a Pechino

Ci sono stati gli attacchi hacker che arrivavano in America quando in Cina era orario d’ufficio. Ci sono stati i furti di proprietà intellettuali americane, gli aiuti di Pechino alla cyberguerra del regime nordcoreano. L’ultimo attacco hacker legato alla Cina lo racconta oggi il Financial Times, secondo cui l’Fbi americana sta investigando sul coinvolgimento dell’esercito cinese nel massiccio hackeraggio al sito register.com, un gestore di domini che si occupa di 1,4 milioni di siti in tutto il mondo. Secondo il Financial Times potrebbero essere stati rubati email, dati personali, e i siti compromessi potrebbero essere usati per spostare il traffico su siti malevoli.

 

Che la Cina sia una potenza temibile nella guerra digitale è cosa risaputa. Ma fino a oggi, Pechino non solo ha rigettato, come è prevedibile, tutte le accusa, ma ha perfino negato di essere attiva nel campo della cyberguerra. Fino al 2013 le pubblicazioni dell’esercito cinese, davanti alle accuse occidentali, riportavano frasi come: “L’esercito cinese non ha mai sostenuto nessun attacco hacker né nessuna attività di hacking”. Come a dire: non siamo stati noi, noi non ci occupiamo di attacchi informatici. Era una piccola finzione facile da svelare, oggi la cyberguerra è un settore fondamentale per le difese di tutto il mondo, ma era un’ipocrisia che l’esercito cinese manteneva viva da anni.

 

Questa settimana però Joe McReynolds, analista militare americano, ha detto al Daily Beast che in un nuovo documento chiamato “La scienza della strategia militare” la Cina ha ammesso per la prima volta l’esistenza di un’unità di hacker dentro i ranghi del suo esercito. Nel documento, gli analisti di Pechino ipotizzano piani di cyberguerra, e spiegano la struttura dei battaglioni di hacker cinesi, che secondo McReynolds sarebbero divisi in tre gruppi: i pirati informatici inquadrati nei ranghi e specializzati in operazioni militari, gruppi di civili coordinati dall’esercito e unità distaccate che possono essere mobilitate per le operazioni che richiedono attacchi attraverso un network di computer.

 

[**Video_box_2**]Ammettere di essere perfettamente capace nel campo della guerra digitale – e anzi, di essere piuttosto temibile – per Pechino non è solo la fine di una vecchia ipocrisia. E’ un’ennesima dichiarazione di potenza militare, e un segnale forte anche a livello diplomatico. Mentre si moltiplicano le denunce di spionaggio cinese contro le aziende americane e occidentali, la Cina sta anche cercando di accreditarsi come partner nella guerra globale contro il terrorismo (con l’obiettivo di avere via libera nella repressione delle popolazioni islamiche e riottose nella regione dello Xinjiang), e l’ammissione può servire sui due fronti: di giorno collaboro, di notte faccio hacking.

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