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In Israele la sinistra grida “Mapacha”, cambiamento

“Non mi interessa l’Iran, non mi interessa la cosa con i palestinesi. Non è il momento di difendere Israele dai nemici, ma da una cattiva economia”, dice Itai all’entrata del mercato principale di Tel Aviv. Martedì si vota per le politiche e a preoccupare gli elettori sono più i problemi economici e sociali.

16 Marzo 2015 alle 17:00

In Israele la sinistra grida “Mapacha”, cambiamento

Isaac Herzog e Tzipi Livni, fondatori dell'Unione sionista, durante una visita la mercato di Tel Aviv durante la campagna elettorale (foto LaPresse)

Tel Aviv. “Non mi interessa l’Iran, non mi interessa la cosa con i palestinesi. Non è il momento di difendere Israele dai nemici, ma da una cattiva economia”. Itai, professore di Cinema sulla trentina parla frustrato mentre attorno a lui, all’entrata del mercato principale di Tel Aviv, decine di attivisti di diversi partiti gridano slogan, sventolano bandiere, litigano tra loro su chi andare a votare alle elezioni che si tengono martedì in Israele. Il ragazzo si lamenta di non poter permettersi un’automobile, un appartamento, di non poter mettere su famiglia. E della minaccia iraniana, del conflitto con i palestinesi sembra importare sempre meno a molti altri israeliani in questo voto in cui il premier Benjamin Netanyahu è messo alla prova dall’Unione sionista del laburista Isaac Herzog e dell’ex ministro della Giustizia, Tzipi Livni, in vantaggio negli ultimi sondaggi.

 

Non sono soltanto gli aneddoti della strada a raccontare come il paese della costante emergenza e del conflitto perpetuo è in realtà un luogo in cui per mesi, già dal 2011, anno di prolungate proteste di piazza contro il carovita, i titoli dei giornali sono stati dedicati al brusco aumento del prezzo dei fiocchi di latte, in sostanza lo Jocca dei nostri supermercati. Secondo il canale della Knesset, il Parlamento israeliano, il 56 per cento degli israeliani voterà in base a questioni socio-economiche. Se c’è un tema che nelle tribune e nei comizi elettorali, nei talk-show serali ma anche nelle discussioni nei caffè va fortissimo è quello dei prezzi delle case. A scatenare la controversia elettorale è stato un rapporto statale di poche settimane fa che racconta come negli ultimi sei anni in Israele il costo delle abitazioni sia salito del 55 per cento, quello degli affitti del 30, mentre i salari medi sono rimasti invariati. Se a un francese servono 76 mesi di stipendio per comprare casa, un israeliano deve lavorarne 148 prima del rogito. E in molti accusano il premier Netanyahu, che ha concetrato il suo messaggio politico prevalentemente sulla questione della sicurezza, di non aver saputo affrontare quella che è definita un’emergenza sociale. “E’ sorprendente” come il pubblico israeliano sia molto più interessato a temi sociali ed economici rispetto all’onnipresente problema della sicurezza, ha detto al Foglio citando diversi sondaggi Tal Schneider, blogger e giornalista politica israeliana. Le sirene che indicano un attacco missilistico suonavano soltanto otto mesi fa nel sud e nel centro d’Israele, le municipalità avevano aperto bunker e rifugi per permettere alla popolazione di trovare riparo dal lancio di razzi dalla Striscia di Gaza in guerra.

 

I giornali di tutte le aree politiche hanno parlato di una certa stanchezza nei confronti di un premier che è stato nove anni al potere (sei consecutivi). “Mapacha”, cambiamento, gridano i sostenitori dell’Unione sionista ai rally elettorali. La gestione del governo della guerra estiva contro il gruppo islamista Hamas che controlla Gaza non è stata apprezzata, ricorda la blogger Schneider secondo la quale però l’affaticamento di Bibi nei sondaggi sarebbe dovuto più a una “politica fallimentare o a una non politica” sul piano economico. Migliaia di persone hanno protestato contro il suo governo una settimana fa a Tel Aviv nella piazza simbolo della sinistra israeliana, Kikar Rabin, domenica teatro di un’inedita manifestazione e soprattutto di un’inedita apparizione di un premier che raramente si fa vedere in pubblico a eventi “aperti”.

 

Dietro a un vetro di protezione, Netanyahu ha parlato del “rischio reale che la sinistra arrivi al potere”. Per Yedioth Ahronoth, soltanto “un potente senso di panico” avrebbe spinto il primo ministro a partecipare a una così massiccia manifestazione, in piazza Rabin, mentre i suoi due rivali, Herzog e Livni, avevano dato appuntamento agli elettori in un bar sottotono del centro di Tel Aviv, con festoni dorati, palloncini e decorazioni dal sapore di una sitcom americana anni Settanta. Al loro posto è arrivata la rossa Stav Shaffir, uno dei volti più significativi della campagna laburista e simbolo del malcontento sociale che fa discutere Israele: nel 2011 era uno dei leader delle proteste contro l’aumento del costo della vita. “A ogni incontro elettorale cui sono stata – spiega Tal Schneider – gli israeliani fanno domande su come affrontare la crisi immobiliare, come arginare l’aumento dei prezzi nei supermercati. Il premier, tracciando un paragone con la minaccia nucleare iraniana, ha definito il tema ‘non così importante quanto la vita stessa’”. Netanyahu “ha però mostrato così d’essere completamente disconnesso dalla popolazione”. I temi economici e sociali rendono due partiti centristi – Yesh Atid (C’è Futuro) dell’ex giornalista ed ex ministro delle Finanze Yair Lapid, e Kulanu (Tutti Noi) di un ex ministro del Likud, Moshe Kahlon – determinanti nel voto di martedì. Hanno piattaforme incentrate sulle case, gli affitti, i prodotti alimentari, e attirano i giovani che preferiscono volti nuovi. Dopo la chiusura delle urne, quando più che i seggi ottenuti da Netanyahu o Herzog conterà l’abilità nel formare una coalizione stabile, questi due partiti potrebbero trasformarsi nell’ago della bilancia.

 

[**Video_box_2**]Venerdì, a pochi passi dall’affollato mercato di Tel Aviv diventato terreno di scontro degli attivisti, i candidati di diversi partiti hanno parlato e incontrato gli elettori da poco immigrati in Israele. La fila più lunga di giovanissimi si è formata attorno a Shay Babad, numero undici sulla lista di Kahlon. “La vera minaccia per Israele è l’economia, il divario economico nella nostra società – dice al Foglio – Questa è la minaccia più grossa, non l’Iran o i palestinesi: la maggior parte degli israeliani guadagna meno dello stipendio minimo”. Se i prezzi degli affitti e quelli dei formaggi restano protagonisti delle discussioni elettorali, non significa che Israele dimentica la questione della sicurezza: la divisione dell’elettorato tra priorità economiche o indebolimento delle minacce esterne trasforma il voto in una sfida che si giocherà tutta in una manciata di seggi. I laburisti di Herzog, che hanno i temi socio-economici al centro della campagna, hanno creato quella che l’Economist ha definito “una credibile squadra” nel campo della sicurezza: generali in pensione dell’esercito di Shin Bet e Mossad hanno partecipato agli eventi elettorali, sostenuto la linea dell’Unione sionista (Amos Yadlin, ex generale dell’aviazione ed ex capo dell’intelligence militare, è un candidato alla Difesa). Le pressioni jihadiste lungo il confine nord, la concreta possibilità di un accordo sul nucleare con Teheran – che qui non piace né a destra né a sinistra – e il timore che la situazione al confine con Gaza possa precipitare continuano a rendere attrattivo il discorso di Netanyahu, come spiega Rachel, 24 anni, la bandiera del Likud in mano: “Le elezioni sono basate sulla sicurezza: senza sicurezza non si può avere un’economia sicura”.

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