Cosa ci fa il “maresciallo di campo” di Obama in un gruppo anti Bibi?

Ci mancava soltanto un ex pilastro della campagna di Barack Obama a turbare le aspettative elettorali di Benjamin Netanyahu e ad alimentare la narrativa delle antipatie tra la Casa Bianca e il premier israeliano. J

13 Marzo 2015 alle 11:05

Cosa ci fa il “maresciallo di campo” di Obama in un gruppo anti Bibi?

Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu (foto LaPresse)

Tel Aviv. Ci mancava soltanto un ex pilastro della campagna di Barack Obama a turbare le aspettative elettorali di Benjamin Netanyahu e ad alimentare la narrativa delle antipatie tra la Casa Bianca e il premier israeliano. Jeremy Bird ha 36 anni e un curriculum da fare invidia: laureato a Harvard, ha lavorato per le campagne di John Kerry e del governatore del Vermont Howard Dean, ha collaborato con Obama sia nel 2008 sia nel 2012; nella campagna per la rielezione del presidente è stato “National field director”. La rivista Rolling Stone lo ha definito il “maresciallo di campo” di quello sforzo elettorale.

 

Ora, a tre anni di distanza, è tornato a occuparsi di elezioni, ma invece di lavorare per la vittoria di un candidato, aiuta un’organizzazione non profit israeliana che non sostiene alcun politico ma vuole che “King Bibi” Netanyahu, dopo sei anni al potere, sia sconfitto. V15, Victory 2015, è nata da un’idea su Facebook di alcuni giovani della Tel Aviv più laica e trendy, come trendy e piena di energia notturna, stilisti emergenti e gallerie è la via dove si trova il quartier generale dell’associazione, Rehov Lilienblum. Il ruolo di consulente di Bird ha fatto sorgere controversie, visto che la collaborazione, iniziata a dicembre, ha anche coinciso con i mesi di polemiche e dibattiti sul discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso americano, tenuto pochi giorni fa.
In quest’atmosfera, la presenza di un personaggio come Bird, vicino al presidente e strumentale alla sua rielezione nel 2012, ha fatto sorgere le voci più maliziose. In un recente articolo su di lui il New York Times ha scelto di precisare: “Non ci sono prove che suggeriscano che Obama o i suoi consiglieri abbiano qualcosa a che fare con la mossa di uno dei più importanti protagonisti della sua campagna, che non ha mai lavorato alla Casa Bianca”.

 

A ben vedere c’è chi ricorda come a Netanyahu qualcosa di simile sia già accaduta nel 1999 quando uno dei più cruciali strateghi di Bill Clinton, James Carville, aveva aiutato il laburista Ehud Barak a sconfiggerlo.

 

Nell’ultima settimana di campagna che precede un voto che per la prima volta in anni non sembra scontato a favore del premier uscente, Bird e i suoi V15 non sono l’unico guaio di Netanyahu. Erano migliaia le persone che sabato sera hanno riempito l’iconica piazza Rabin di Tel Aviv. Striscioni e cartelli non sostenevano nessun politico in particolare. Chiedevano a Bibi di andarsene: il ritornello di queste elezioni. A Gerusalemme e Tel Aviv la chiamano “Bibi fatigue”. E per la prima volta, ha scritto Haaretz, quotidiano della sinistra liberale israeliana, il partito del premier sente di perdere presa, anche se in realtà il 17 marzo la sfida resta più che aperta. Sono molte le fonti interne ad aver rivelato ai giornalisti locali nelle scorse ore che il rischio di una sconfitta di Bibi esiste. Sia i sondaggi del canale del Parlamento sia quelli di una delle maggiori emittenti del paese danno all’Unione sionista del laburista Isaac Herzog e dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni due o tre seggi di vantaggio rispetto al Likud. Qualcuno si è accorto dell’affaticamento del premier quando lunedì il suo staff ha deciso di non convocare la stampa a una breve visita elettorale a Mahane Yehuda, simbolico mercato di Gerusalemme e tradizionale roccaforte del Likud.

 

[**Video_box_2**]Netanyahu dà la colpa a “forze dall’esterno” per la perdita di slancio e il riferimento a V15 e a Bird non è velato. “C’è un grande sforzo globale per far cadere il governo del Likud”, ha detto davanti a un gruppo di sostenitori, mentre secondo Haaretz il suo entourage ha lamentato l’azione di uomini d’affari stranieri che per influenzare le elezioni starebbero finanziando gruppi non profit che, a differenza dei partiti, possono per legge accettare donazioni fatte dall’estero.

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