Falchi e fronte francese

Parigi vuole evitare che Obama firmi un deal con Teheran. Parla Mogherini

Fabius contro l’Iran, con toni poco diplomatici. Mrs Pesc al Foglio: “Non ci sarà accordo se non sarà buono”.

12 Marzo 2015 alle 06:18

Parigi vuole evitare che Obama firmi un deal con Teheran. Parla Mogherini

Federica Mogherini (foto LaPresse)

Bruxelles. Molto più di Benjamin Netanyahu o dei senatori repubblicani, è la Francia che potrebbe bloccare l’accordo sul nucleare con l’Iran. Sabato, dopo un incontro con John Kerry, il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, è stato molto poco diplomatico nel rinfacciare al segretario di stato americano le “divergenze” che ancora permangono a seguito dei suoi negoziati bilaterali con l’iraniano Mohammad Javad Zarif. Divergenze non solo con l’Iran, ma anche e soprattutto con l’Amministrazione Obama, accusata di perseguire la sua agenda politica senza tenere conto degli alleati: “E’ un negoziato multilaterale e faremo in modo che le nostre posizioni siano conosciute”, ha spiegato Fabius. La Francia esige una “riduzione” delle centrifughe e “un limite alla ricerca e allo sviluppo”. Parigi ha dubbi sulla “durata dell’accordo” e sui “controlli” per impedire agli iraniani di riprendere le attività per sviluppare la Bomba, così come lo status della centrale ad acqua pesante di Arak. Un “accordo solido” è quello che non permetterà “mai” all’Iran di sviluppare armi atomiche, ha detto Fabius.

 

L’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini, sembra intenzionata a soccorrere l’amico Kerry. Lunedì ha convocato Fabius, il britannico Philip Hammond e il tedesco Frank-Walter Steinmeier per una riunione con Zarif a Bruxelles. “Abbiamo valutato assieme al ministro iraniano che sarebbe utile un appuntamento tra lui e i ministri europei. L’obiettivo è preparare il terreno per chiudere i punti che sono ancora aperti”, dice Mogherini al Foglio. “Non ci sarà accordo, se non sarà buono”, spiega: il compromesso deve escludere l’uso militare e garantire l’uso civile, ma anche consentire all’Iran di “aprirsi ai rapporti con l’occidente e di giocare un ruolo diverso nelle tante crisi regionali che abbiamo intorno a noi”. Ma per Parigi il nucleare è prioritario rispetto allo Stato islamico.

 

Per Parigi, il cui ruolo di attore globale è giustificato dal suo status atomico, l’emergere di un Iran nucleare potrebbe significare un ulteriore declassamento geostrategico. Dentro il ministero degli Esteri, inoltre, è forte un gruppo che non si fida più dell’Iran, dopo che la Repubblica islamica ha tradito l’accordo di Parigi del 2004 sul congelamento dell’arricchimento dell’uranio proseguendo le sue attività clandestine. François Hollande aspira anche al ruolo di portavoce dei paesi della regione – Israele e Arabia Saudita – che si sentono abbandonati dagli Stati Uniti di fronte alla progressione dell’Iran. Parigi è pronta a pagare a caro prezzo la difesa di valori e interessi geostrategici. Secondo un rapporto del Senato del novembre scorso, la Francia è “la grande perdente delle sanzioni contro l’Iran”. Le importazioni di petrolio iraniano sono crollate da 1,7 miliardi di euro nel 2011 a 1,7 milioni nel 2013. La presenza storica di PSA Peugeot-Citroën e Renault si è praticamente azzerata: i “materiali di trasporto” esportati verso l’Iran sono passati da 1,3 miliardi nel 2004 a 32 milioni nel 2013. “Il livello degli scambi bilaterali tra i nostri due paesi ha conosciuto una caduta brutale in questi ultimi dieci anni”, ha spiegato il Senato. “I nostri scambi commerciali con l’Iran sono stati ridotti a poco più di 500 milioni di euro nel 2013, invece dei 4 miliardi di euro nel 2004”.

 

[**Video_box_2**]I grandi gruppi francesi stanno facendo pressioni: Total ha lasciato aperto un ufficio di rappresentanza a Teheran. Ma Fabius sembra immune agli interessi economici francesi. Nel corso della sua lunga carriera politica, le tattiche degli ayatollah sono diventate quasi una questione personale. Fabius si era da poco dimesso da primo ministro quando, nel settembre 1986, un attentato a Rue de Renne provocò la morte di sette persone. Fu il primo di una serie rivendicata dal “Comitato di solidarietà con i prigionieri politici arabi del medio oriente”, organizzazione vicina a Hezbollah, pilotata dall’ambasciata iraniana a Parigi. L’attentato era legato al contenzioso tra la Francia e la Repubblica islamica su Eurodif, una società di produzione di combustibile nucleare. In base a un accordo concluso con lo Scià, l’Iran sarebbe entrato nel capitale di una filiale in cambio di uranio arricchito. Ma dopo la Rivoluzione, Parigi impose un embargo sulle forniture, congelando i fondi iraniani investiti in Eurodif. L’attentato a Rue de Renne doveva convincere i francesi a rimborsare l’Iran.

 

Fabius “ne ha abbastanza del lassismo nucleare di Barack Obama”, ha detto al Canard Enchaîné un diplomatico: “La Francia si opporrà a un accordo compiacente con l’Iran” e “Fabius lo ha fatto capire a Kerry”. Secondo una fonte europea, “Fabius sabato è stato molto meno diplomatico dentro la riunione con Kerry e gli altri ministri europei che durante la conferenza stampa”. A metà febbraio la Francia avrebbe inviato a Washington delle “contro-proposte” per evitare un accordo debole. Fabius e Hollande conterebbero sul Congresso americano per evitare che Obama firmi “n’importe quoi con l’Iran”.

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