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Nell’offensiva a Tikrit ci sono scritti i termini del patto con l’Iran

La città natale di Saddam Hussein non è più feudo dello Stato islamico: secondo fonti locali, la parte nord-ovest è stata strappata al Califfato, mentre si combatte ancora, ferocemente, soprattutto nel sud

11 Marzo 2015 alle 20:09

Nell’offensiva a Tikrit ci sono scritti i termini del patto con l’Iran

Un militare dell'esercito iracheno (foto LaPresse)

Roma. A Ramadi, nella provincia di Anbar, in Iraq, lo Stato islamico ha piazzato ieri 21 autobomba, uno degli attacchi più duri degli ultimi mesi. Le autorità della città dicono che in realtà l’effetto dell’attacco non è stato devastante, perché le forze irachene sono riuscite a intervenire su alcune auto evitandone l’esplosione: il bilancio è di una decina di vittime. L’obiettivo dello Stato islamico era quello di dimostrare la propria forza, mentre sta perdendo terreno a Tikrit, dove è in corso l’offensiva più importante delle operazioni contro il gruppo terroristico.

 

La città natale di Saddam Hussein ora non è più feudo del gruppo di Abu Bakr al Baghdadi: secondo fonti locali, la parte nord-ovest è stata strappata al Califfato, mentre si combatte ancora, ferocemente, soprattutto nel sud. Su un ospedale militare del nord di Tikrit svetta di nuovo la bandiera irachena: a issarla sono stati i miliziani sciiti che combattono assieme ai soldati iracheni contro lo Stato islamico, dopo che il Pentagono ha deciso di non partecipare a questa operazione. 

 

Secondo alcuni report, ci sarebbero circa mille membri delle Guardie della rivoluzione iraniane, che non fanno soltanto da consiglieri, come si era detto all’inizio, ma usano l’artiglieria, lanciano razzi, fanno volare i droni – ci sono anche gli Su-25 dell’aviazione iraniana. Sono presenti pure almeno 150 membri di Hezbollah, il partito sciita libanese alleato dell’Iran, mentre il generale Qassem Suleimani pianifica le operazioni militari dei suoi uomini e degli iracheni, circa 30 mila uomini, di cui due terzi composti dalle milizie sciite – la Fars, agenzia di stampa iraniana, ha pubblicato alcune foto del generale (sorridente, in alcune beve il tè, in altre viene baciato dai leader delle diverse milizie sciite che combattono) scattate vicino a Tikrit, che mostrano come la regia dell’offensiva sia in mano al capo delle Forze al Quds iraniane (e ci sono anche parecchie speculazioni sul ruolo che Suleimani, fino a qualche tempo fa famoso per essere misterioso e schivo, potrà avere all’interno della politica iraniana).

 

La battaglia di Tikrit è destinata ad avere un ruolo nel negoziato che gli Stati Uniti e l’Iran stanno portando avanti sul programma nucleare di Teheran. Anzi, con tutta probabilità ce l’ha già, se si guardano i documenti degli incontri tra il segretario di stato americano, John Kerry, e il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif: discutono di nucleare e anche della lotta allo Stato islamico, a dimostrazione del fatto che le due questioni sono legate, e lo saranno anche le loro conseguenze. Mentre l’Iraq combatte lo Stato islamico assoggettandosi all’Iran, a Teheran ci sono già festeggiamenti preventivi dell’accordo sul nucleare (la deadline è il 24 marzo, ma alcuni dicono che dovrà slittare: entro il 30 giugno però anche i dettagli dovranno essere stabiliti) e sul successo delle forze iraniane in Iraq e Siria.

 

A Washington, lo scontro su quale e quanto credito dare all’Iran è diventato enorme. La lettera che 47 senatori repubblicani hanno inviato al governo iraniano per ricordare che un deal non ratificato dal Congresso è poco più di un simbolo e che un nuovo presidente potrà ribaltarlo è diventato un caso politico che sta facendo collassare i residui di dialogo esistenti tra la Casa Bianca e la maggioranza conservatrice al Congresso. Kerry, in audizione ieri alla commissione Esteri del Senato, ha detto che “la lettera non è corretta quando dice che il Congresso può modificare i termini dell’accordo in qualsiasi momento. Questo è del tutto sbagliato”. Hillary Clinton martedì, nella conferenza stampa all’Onu in cui ha parlato dello scandalo relativo alle sue email, ha dichiarato: “Qual è l’obiettivo di questa lettera? Ci sono due risposte logiche. O i senatori volevano essere d’aiuto agli iraniani o di ostacolo al commander in chief proprio nel mezzo di un’importante offensiva diplomatica. Entrambe le risposte discreditano i firmatari della lettera”. Ma anche tra i repubblicani ora c’è una certa preoccupazione: non è che la lettera farà sì che non si parli più nel merito del negoziato e si discuta solo di quanto i repubblicani abbiano sminuito il ruolo del presidente?

 

Gli analisti politici sottolineano che non era mai accaduta una cosa simile e che per la prima volta è stata attraversata una linea pericolosa: quella di boicottare apertamente la politica estera della Casa Bianca. E mentre i politici americani litigano tra loro, il capo delle Guardie della rivoluzione iraniane, Mohammed Ali Jafari, dice che “la rivoluzione islamica progredisce a buona velocità” anche in Iraq e Siria, dopo essersi instaurata con successo in Libano e in Palestina: “L’esportazione della rivoluzione è entrata in una nuova èra”.

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