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L’austerità si fa dolce a Londra

Efficiente ma crudele. Così George Osborne, cancelliere dello Scacchiere britannico, è percepito dagli elettori. Lo stereotipo del conservatore poco compassionevole, vissuto in mondi troppo agiati, con il vezzo di essersi cambiato persino il nome, perché George suona più “prime ministerial” di Gideon.

11 Marzo 2015 alle 06:18

L’austerità si fa dolce a Londra

Boris Johnson e George Osborne (foto LaPresse)

Milano. Efficiente ma crudele. Così George Osborne, cancelliere dello Scacchiere britannico, è percepito dagli elettori. Lo stereotipo del conservatore poco compassionevole, vissuto in mondi troppo agiati, con il vezzo di essersi cambiato persino il nome, perché George suona più “prime ministerial” di Gideon, l’aria superba, sembra che stia ogni volta ridendo di te. E’ stato odiato parecchio, Osborne, nel 2012 pareva anzi che fosse lì lì per essere sacrificato, qualcosa bisognava pur concedere a un paese travolto dall’austerità e sotto perenne accusa della comunità internazionale, e quel quarantenne pallido e deciso pareva perfetto. Poi la storia è andata come è andata, aveva ragione lui, il Regno Unito cresce come nessun altro paese occidentale,
nemmeno l’America in super rilancio va altrettanto bene. E ora Osborne può reinventare se stesso, come ha scritto George Parker in uno splendido ritratto del cancelliere pubblicato sul Financial Times. Non soltanto nell’immagine – addolcita da un taglio di capelli che lo fa sembrare un po’ meno baronetto e da quel che si sono messi a dire in giro i suoi fan, cioè che Osborne non è affatto algido e lunare, alla mattina si alza alle sei e porta fuori il cane, ride spesso, ama i gossip, cosa che il suo capo e amico, il premier David Cameron, invece detesta – ma anche e soprattutto nelle idee. L’austerità permanente c’è e ci sarà, è quel che ha permesso all’Inghilterra di rinascere dopo gli anni in cui vedevamo soltanto le belle speranze della City aggirarsi con i loro miseri scatoloni da licenziati in tronco, e “non le volteremo le spalle”, dice Osborne: secondo i piani del cancelliere, nel 2020 il paese avrà ridotto le spese dello stato rispetto al pil al livello degli anni Trenta. Ma ora che il successo ha cancellato i brutti pensieri del 2012, ora che i Tory si giocano alle elezioni del 7 maggio una riconferma che non è soltanto politica, è la riconferma di una visione del mondo, Osborne si permette qualche altra dolcezza. Si sente “un mix tra Lawson e Heseltine”, ha detto al Financial Times, evocando due punti di riferimento della storia del conservatorismo inglese. Nigel Lawson è il cancelliere dei tagli thatcheriani degli anni Ottanta, il piccolo grande amore di Osborne; Michael Heseltine è il ministro conservatore centrista a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta a favore dell’intervento statale per salvare il nord degradato. Lo stato insomma non è il male assoluto, “i Tory sono più forti quando non fanno il partito che dice che non c’è spazio per lo stato”, ha detto Osborne allo Spectator, gli investimenti devono esserci, fanno parte della crescita. E come Heseltine trent’anni fa, l’offensiva del conservatorismo austero ma non troppo parte dal rilancio territoriale, in particolare da quello di Manchester, con un progetto di Osborne che vuole trasformare questa regione in un hub florido e potente quanto Londra.

 

L’opportunismo elettorale conta, i Tory non sono al momento un partito definibile “nazionale”, sono assenti in alcune aree del paese, e questo è uno dei mantra laburisti che più ferisce i leader conservatori. Ma alla visione del mondo di Osborne stanno succedendo cose inimmaginabili soltanto qualche tempo fa: è a favore della devolution come un Blair qualsiasi (i maligni dicono che è un modo per far fare i tagli a qualcuno che non sia sempre il Tesoro) e sul territorio lavora, parla, collabora con molti laburisti, laddove il dialogo, a Londra, è pressoché azzerato. Quanto questo modello serve a rilanciare il paese con idee di destra innovative e quanto invece è un piano tattico di Osborne per garantirsi, un giorno, la leadership del Partito conservatore? C’è chi assicura che il cancelliere non voglia fare il premier, né ora né mai, l’interessato dice di non aver mai voluto farlo, il leader: quando ci fu da decidere, assieme a Cameron, chi faceva cosa, fu chiaro che il leader era Cameron, nessun patto, nessuna staffetta, Osborne era un fedele collaboratore e un grande amico. Certo è che, se Cameron perde le elezioni, Osborne potrebbe vedere sfumare tutte le sue aspirazioni, e a quel punto, come spesso accade quando quel che vuoi ti sfugge via, potrebbe cambiare idea. Nella sceneggiatura politica inglese, puntellata da sfide tra amici-nemici, due a due, è già scritto il prossimo scontro dei Tory: la sfida tra Osborne e Boris Johnson, il sindaco di Londra che a maggio corre per un seggio in Parlamento, prima avvisaglia di un’ambizione nazionale da sempre malcelata.

 

[**Video_box_2**]Boris Johnson è considerato il jolly del partito, o almeno così lo dipingono i suoi tanti sostenitori (di cui molti lavorano al Times). Soltanto qualche giorno fa il biondo sindaco, in tour internazionale in nome di Londra e in nome del suo libro su Churchill, era sulla prima pagina del quotidiano murdocchiano, chiamato dai Tory “per il salvataggio”: Boris è il cuore del partito, sa parlare alle persone, tutta improvvisazione e zero tecnica, tra gli elettori conservatori è il più popolare – e con la stessa enfasi lo odiano i laburisti e la sinistra, che quella improvvisazione la considerano una posa. Alastair Campbell, il re degli spin doctor formato alla scuola blairiana, spiega al Foglio con poche parole quel che i laburisti pensano della leadership dei Tory: “Cameron è sinceramente un leader e un premier senza speranza. Ho rispetto per Osborne, perché per lo meno crede in quello che fa, ma non mi piace l’impatto che ha sul paese. Boris Johnson è davvero bravo nel fingere autenticità”. Ma Boris non s’interessa granché a ciò che pensano gli elettori laburisti, lui deve riportare a casa gli scappati a destra, quelli che si fanno tentare dall’Ukip di Nigel Farage. Per farlo anche Johnson rilancia Heseltine: “Quel che proponiamo è semplice – ha detto al Times – Sosteniamo la creazione di benessere e l’impresa, ma ci preoccupiamo che i risultati di questa crescita siano utilizzati per aiutare i più poveri. E’ il ‘One Nation Conservatism’ elementare”.

 

La sfida che s’annuncia tra Johnson e Osborne – sfida che fa ridere entrambi: ora sono alleati – è tra idee molto simili, quelle di una destra che ha riportato il Regno Unito alla crescita, ma il paese soffre di grandi diseguaglianze e sbilanciamenti e ora la politica deve occuparsi di redistribuzione. Il conservatorismo liberale vince tra i leader, si vedrà che cosa vince tra gli elettori ora che Osborne ha trovato i fondi per alleviare l’austerità, ne parlerà al Budget della settimana prossima, l’ultimo di questo governo, forse il primo di una nuova avventura, durante la quale Osborne e Johnson potrebbero persino costituire un team, il biondo a fare il premier e Osborne agli Esteri, come sogna da sempre, esemplare raro di un neocon a Londra.

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