Se Obama vuole colpire il regime venezuelano deve guardare a Miami

Il presidente ha appena dichiarato Caracas un pericolo per la sicurezza nazionale, ma la lotta contro il regime inizia dalla Florida.

10 Marzo 2015 alle 17:24

Se Obama vuole colpire il regime venezuelano deve guardare a Miami

Gustavo Enrique González López, nuovo ministro dell'Interno del Venezuela

Prendi il capo della polizia politica, un generale tetro e ingessato appena dichiarato persona sgradita negli Stati Uniti, e lo nomini ministro dell’Interno e della Giustizia. Lo fai a reti unificate, subito dopo che la tua nazionale di calcio ha sconfitto il Brasile 3 a 2. Non importa se era l'under 17. Tutto fa brodo in tempi di crisi nera, quando non sai più a quale santo votarti per coprire con retorica nazionalista lo scricchiolare sinistro di ciò che rimane della "Revolución bonita".


Nella notte tra lunedì e martedì questo ha fatto il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Barack Obama ha dichiarato il Venezuela "una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti", ha congelato conti correnti e proprietà negli Stati Uniti di sette papaveri chavisti (sei politici e un giudice di regime). Ha dato cioè vaghi cenni di poter usare la mano dura come da tempo il Congresso americano gli chiede contro Caracas, che ha spedito in galera con accuse di complotto i tre principali dirigenti dell'opposizione a Maduro.


Il governo chavista, del tutto incapace di uscire dalla spirale dell'iperinflazione e di gestire il mercato nero del dollaro (ormai ci sono tre cambi ufficiali in Venezuela, oltre a quello del mercato parallelo delle monete), risponde nell'unico modo che sa: grida alla minaccia imperialista e trasforma in eroi nazionali i funzionari sanzionati da Washington. Il generale Gustavo Enrique González López, considerato responsabile dalla Casa Bianca per lo stillicidio di arresti di oppositori o presunti tali, intanto passa a dirigere il ministero dell’Interno. Il rappresentante del governo venezuelano a Washington, Maximilien Arvelaiz, è stato richiamato per consultazioni a Caracas. Poi si vedrà.


Retorica e scaramucce diplomatiche a parte, se Obama volesse strangolare il clan di loschi figuri cresciuti e pasciuti all'ombra del governo chavista, potrebbe farlo con grande efficacia occupandosi dei loro risparmi. Tutti investiti a Miami.


Sono tanti i "boli borghesi", i privilegiati del socialismo bolivariano arricchiti a spese della Revolución grazie a opachi contratti con lo stato, che portano poi i soldi a Miami. L'ex ministro delle Finanze venezuelano, Jorge Giordani, ha ammesso nel gennaio dell'anno scorso, prima di rompere con Maduro e andarsene dal governo con una polemicissima lettera pubblica di denuncia, che solo tra il 2012 e il 2013 lo Stato venezuelano ha dato 20 miliardi di dollari a imprese amiche per importazioni a prezzi preferenziali. Gran parte di questo denaro, come insegna la tradizione dei possidenti venezuelani, è finita in Florida. Si tratta di denaro cash, tanto denaro, talmente tanto da aver contribuito alla ripresa del mercato immobiliare locale.


I soldi boli borghesi hanno attraversato il mare che separa Caracas da Miami a ondate. Le più alte iniezioni di capitale venezuelano privato in Florida sono arrivate insieme agli ex banchieri e proprietari di agenzie di cambio valuta che hanno rotto con il governo durante le riforme del settore del credito nel 2009. Ma c'è anche l'ondata del 2011, quando militari e funzionari arricchitisi con la Rivoluzione, alla notizia del tumore che stava uccidendo Hugo Chávez, sono corsi a portare tutto il denaro fresco a Miami.


[**Video_box_2**]L'attrazione per la costa della Florida è un grande classico della borghesia venezuelana e gli arricchiti della Rivoluzione non fanno eccezioni. I miracolati dal chavismo, famiglia della moglie di Maduro compresa, investono e vanno in vacanza solo in Florida come se non esistesse altro posto al mondo dove andare. Il senatore repubblicano Marco Rubio, che di antichavismo vive, da anni ripete il mantra: "Si tratta di persone che violano diritti umani in Venezuela e hanno i loro investimenti negli Stati Uniti. Quando rubano in Venezuela, lo fanno spesso con imprese di facciata e usando prestanome, poi vengono a investire nella nostra economia in Florida. Non c'è nessuna ragione per non perseguirli".


Spesso invece operano alla luce del sole. Il banchiere Arné Chácón per esempio, ex tenente e fratello del potentissimo ministro dell'Energia venezuelana, Jesse Chacón, ha avuto per anni una grande azienda agricola, dove allevava cavalli purosangue, la Gudu Racing Stable Corporation, a mezz'ora di auto da Miami. L'ha comprata pochi mesi prima che Chávez lo facesse arrestare per frode allo stato, nel novembre del 2009, e l'ha venduta appena uscito in libertà condizionale, nel dicembre del 2012. Ora il proprietario è Ronald Sánchez, fratello del Superintendente Nacional de Valores de Venezuela, Tomás Sánchez, che diresse nel 2009 l'intervento governativo in sette gruppi finanziari, tra cui la banca di Arné Chacón.


Le sanzioni che allora il senatore Marco Rubio al Congresso non sono state approvate, ma l'Amministrazione Obama ha annunciato il 30 luglio scorso, unilateralmente, la revoca dei visti a un altro gruppo di dirigenti chavisti considerati "responsabili o complici" della repressione delle proteste contro Maduro iniziate il 12 febbraio e costate 43 morti nell'arco di tre mesi. Quella appena iniziata è il secondo capitolo di questa stessa storia.

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