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Sono passati 1.500 giorni e Putin non ha vinto
La guerra che doveva durare tre giorni ha trasformato l'Ucraina in una potenza
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3 APR 26

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky (foto Getty Images)
Millecinquecento giorni fa, il capo del Cremlino, Vladimir Putin, ordinava di aggredire l’Ucraina. Come tutte le guerre, era iniziata per essere rapida, i russi erano sicuri che gli ucraini non soltanto non sarebbero stati in grado di resistere, ma non avrebbero neanche voluto farlo, contenti di accogliere il ritorno di Mosca. Non è stato così, Kyiv ha resistito, ha cacciato via il nemico e la guerra lampo si è trasformata in un logoramento che ha effetti molto diversi sui due popoli.
Kyiv non si è piegata, è diventata una potenza militare, il suo esercito è oggi uno dei più abili e forti al mondo. L’arsenale è passato da una totale dipendenza dagli aiuti occidentali alla capacità di inventare e imporre anche un nuovo ritmo alla guerra. Mosca mantiene la sua superiorità economica e numerica, ma questa guerra non è come l’aveva voluta e immaginata: si trascina. Mentre l’esercito russo continua a bombardare zone vicine e lontane dal fronte, cercando di abolire ogni senso di sicurezza per gli ucraini, Kyiv continua ad attaccare i centri dell’economia russa, tutto ciò che mantiene l’economia viva e in grado di mandare avanti la macchina della guerra.
Gli attacchi ucraini contro le strutture petrolifere hanno già ridotto del quaranta per cento la capacità di Mosca di esportare. I russi si sono lamentati degli attacchi ucraini e Kyiv ha risposto che si sarebbe fermata soltanto se la Russia avesse fatto altrettanto. Per Mosca il cessate il fuoco non è neanche un argomento da considerare, ha rifiutato anche una tregua per Pasqua: la guerra deve durare, fino a quando l’Ucraina cederà.
E’ chiaro che millecinquecento giorni fa, quando Putin ordinò l’attacco contro tutto il paese, non cercava soltanto la vittoria; voleva la capitolazione, l’umiliazione di Kyiv. L’Ucraina è disposta a molto, ma non a umiliarsi e capitolare. Continuerà a innovare, a mostrare che il paese è cambiato per sempre. E’ un paese ferito, sofferente, stanco, ma è un paese che resiste, protegge se stesso e può insegnare a farlo agli altri.