Tanti incentivi, poca produttività. Il paradosso industriale italiano

Un report dell'Ocse e la valutazione finale di Transizione 4.0 raccontano la stessa storia: investimenti e occupazione crescono, la produttività no. Manca una strategia, possibilmente coordinata con l'Europa, e calibrata sui colli di bottiglia italiani

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21 MAY 26
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Guardando l’andamento economico in Italia è lecito chiedersi se al paese manchi una politica industriale. Dal 2020 al 2024 la produttività per ora lavorata è scesa del 3,7 per cento secondo Eurostat. Nello stesso periodo in Germania è salita dello 0,7 per cento e in Spagna del 2,7. Anche allargando lo sguardo agli investimenti in beni intangibili, cioè software, brevetti, formazione e organizzazione, questi sono passati (secondo i dati elaborati da Bnp Paribas) in Italia dal 7 all’8,4 per cento del pil tra il 1995 e il 2023. In Francia sono saliti dall’11 al 16 per cento, e in Germania dal 7 al 10.
Eppure, un report dell’Ocse uscito ieri sulle strategie industriali in 20 paesi avanzati tra il 2019 e il 2023, dice il contrario: l’Italia, una politica industriale ce l’ha, ed è pure più “intensa” di quella di altri paesi europei. Solo che non si presenta come un grando piano nazionale: si chiama a volte credito d’imposta, altre garanzia pubblica; altre ancora prestito agevolato. E soprattutto, è esageratamente condizionata da quello che viene definito “sostegno difensivo”: una politica industriale che protegge i settori che perdono terreno ma che pesano politicamente e “occupazionalmente”, e non costruisce vincitori. Spendiamo per non perdere. Insomma, siamo il paese del pareggio, del catenaccio.
Secondo i conti dell’Ocse, per gli strumenti finanziari non legati all’export, soprattutto garanzie e prestiti, l’Italia ha mobilitato l’1,42 per cento del pil nel 2023, contro l’1,19 della Germania e una media Ocse dello 0,92 per cento. Sul capitale fisso, cioè macchinari, impianti e altri beni produttivi, l’Italia è arrivata allo 0,59 per cento del pil tramite sovvenzioni e spese fiscali: dietro Regno Unito e Turchia, ma comunque sopra Francia e Germania. Tramite strumenti finanziari, sempre sul capitale fisso, è invece prima nel 2023, ancora allo 0,59 per cento del pil, contro una media dello 0,09 per cento. Incrociando l’intensità del sostegno con le caratteristiche dei settori che lo ricevono, l’Ocse dimostra una tendenza ricorrente in tutti i 20 paesi analizzati, che descrive bene il caso italiano: i sussidi vanno ai settori con molti occupati e poco vantaggio competitivo all’estero, non a quelli più produttivi o esportatori. A parità di tutto, un settore con un 10 per cento in più di vantaggio comparato riceve il 5,8 per cento in meno di sostegno, mentre un settore con il 10 per cento di addetti in più riceve l’8,7 per cento di sostegno in più .
E qui si torna alla domanda iniziale: cosa otteniamo se la produttività continua a diminuire? Poco. Una risposta più istituzionale la fornisce il rapporto valutazione del piano Transizione 4.0, firmato da Banca d’Italia, Mef e Mimit. Tra il 2020 e il 2023 il piano avrebbe generato circa 35 miliardi di euro di crediti d’imposta, di cui 27 miliardi legati ai beni materiali 4.0. Nelle società di capitali analizzate ci sono oltre 157 mila operazioni agevolate, 60 miliardi di investimenti e quasi 22 miliardi di crediti fiscali. Ogni euro di credito, secondo Bankitalia, Mef e Mimit, avrebbe attivato tra 1,5 e 2 euro di investimenti materiali, ma soprattutto nelle Pmi. L’occupazione è aumentata in misura crescente man mano che si scende nella scala dimensionale, fino a +3/+5 punti percentuali nelle microimprese; per le grandi imprese, gli autori dicono: “Non si riscontrano effetti statisticamente significativi” (nota a margine: ogni posto di lavoro aggiuntivo creato dalla misura, in quattro anni, è costato allo stato tra 109 mila e 270 mila euro). Sulla produttività, l’effetto è analogo: “positivo, ancorché contenuto” nelle imprese minori, e quasi nullo nelle grandi. Eppure esistono filiere italiane ad alta tecnologia, fortemente internazionalizzate e con produttività sopra la media: la space economy, parte della meccatronica avanzata e della farmaceutica.
Insomma, l’Italia non ha bisogno di una politica industriale: ne ha una, ed pure è grande. Spendiamo per le imprese ma manteniamo lo status quo, ottenendo il minimo (non più) accettabile: un po’ di investimenti in più, un po’ di occupazione in più, e basta. Abbiamo strumenti, crediti, garanzie, incentivi, fondi, ma fatichiamo a trasformare capitale in valore aggiunto. Di cosa avrebbe bisogno l’Italia, allora? Di una vera strategia industriale (possibilmente coordinata con l’Europa) sull’innovazione, difesa ed energia, e calibrata sui colli di bottiglia italiani: imprese piccole, competenze insufficienti, costi energetici troppo alti, poca scala, debole capacità di usare davvero le tecnologie. Altrimenti, ogni euro speso continuerà a fare quello che ha fatto finora: tenere ferme le cose.