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Caltagirone parla al Corriere: "Mps non venda Generali"
Dopo la sconfitta nel cda di Siena che ha confermato Lovaglio come ad interviene in una lunga intervista al quotidiano di via Solferino sul riassetto del credito italiano: i rischi di una fusione con Banco Bpm, l'autonomia di Mediobanca e la difesa dei risparmi: "Temo che la fusione di Mps in Bpm distrugga qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena. E apra un nuovo assalto al risparmio italiano"
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14 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:39 AM

In un'intervista al Corriere della Sera, Francesco Gaetano Caltagirone, il grande sconfitto dell'ultimo cda di Mps che ha confermato alla guida di Siena Luigi Lovaglio, bocciando la candidatura sostenuta da Calta di Fabrizio Palermo, parla del futuro del Monte dei Paschi di Siena (di cui è secondo azionista, dopo Delfin, con il 13 per cento) e non solo, tracciando la sua visione per il futuro della finanza e del risparmio italiano. D'altronde, ottantantatre anni, un patrimonio da 12 miliardi e posizioni strategiche non solo in Mps, ma anche in Mediobanca e Generali, il costruttore romano, che cominciò a sedici anni nei cantieri degli zii "senza capitali", è uno di quelli che sulla questione hanno voce in capitolo.
Il suo punto di partenza è geografico prima ancora che finanziario. Caltagirone ricorda che oltre il 55% degli italiani vive al di sotto della Padania, eppure delle cinque maggiori banche del Paese tre hanno sede a Milano e una in Emilia. Il Monte dei Paschi è l'unico grande istituto radicato nella parte peninsulare. "Una grande banca radicata sul territorio", spiega, "non solo è utile per gli imprenditori, ma è anche un polo di attrazione per consulenti e di formazione per dirigenti, fondamentale per lo sviluppo". Da qui il timore — esplicitato senza giri di parole — che un'eventuale incorporazione di Mps da parte di Banco Bpm, con conseguente spostamento della sede a Milano, disperda "quel tesoro di professionalità accumulato nei secoli nella più antica banca del mondo".
Sul fronte Mediobanca, Caltagirone fa un paragone che usa per spiegare la propria contrarietà alla fusione totale con Mps: è quello dell'incorporazione di JP Morgan da parte di Chase che, dice Calta: "Ha portato a impiegare la liquidità raccolta con la rete in attività gestite dalla banca di affari, ottenendo una maggiore redditività", ma sottraendo "risorse all’economia reale per darla alle attività finanziarie" e dunque riducendo "la funzione sociale". Inoltre Caltagirone sostiene: "Avrei trovato giusto che Mediobanca, che ha avuto un ruolo importantissimo nella storia finanziaria del Paese, rimanesse con più autonomia".
Ma il punto sul quale il costruttore finanziere è più netto riguarda Generali: Mps non deve vendere la sua partecipazione. Timore che nasce dall' operazione fatta da Leonardo Maria Del Vecchio per acquisire dai fratelli le quote per il controllo di Delfin, la holding di famiglia che è primo azionista di Mps. Un'operazione finanziata in gran parte da Unicredit e che ha fatto pensare a più di qualcuno che il giovane magnate possa aver bisogno ora di fare cassa. Ma la tesi di Caltagirone è semplice: "Se tutte le grandi banche vogliono le Generali — per le sinergie industriali e per i vantaggi del Danish compromise sul capitale — non capisco perché chi ce l'ha dovrebbe venderla". Cedere una partecipazione che genera reddito stabile per "fare cassa" non è una strategia, è un errore. E aggiunge che sei azionisti italiani detengono complessivamente il 49 per cento del leone di Trieste: difficile, in questo quadro, ipotizzare accordi occulti.
Sull'assemblea di Mps e sul caso Lovaglio, Caltagirone tiene a precisare che la lista sconfitta non era sua, ma del consiglio di amministrazione — dove era presente con due consiglieri — e che lui si è limitato ad appoggiarne le scelte. A Lovaglio riconosce meriti reali: ha tagliato i costi, ridotto il personale, affrontato "parti non gradevoli" con coraggio. "Un defaticante lavoro muscolare" che ha risanato i conti. Ma la stagione attuale richiede altro — "qualità di armonizzazione e persuasione e condivisione" — e Caltagirone si dice speranzoso che Lovaglio riesca ad adeguarsi.
Nell'intervista c'è anche spazio per una riflessione più personale. Caltagirone ammette che con l'età si finisce per porsi obiettivi che non sono solo economici — lo stesso percorso che aveva intravisto in Leonardo Del Vecchio senior, "a cui ero legato da un rapporto di grande stima e amicizia". "L'investimento in Mps è stato ottimo per redditività e plusvalenze, dice, ma aveva anche un'altra ambizione: contribuire a creare un polo bancario nell'Italia centrale e meridionale che riequilibrasse la geografia del credito nazionale". Su questa scommessa, al momento, il mercato ha votato diversamente. Quanto resta del costruttore nell'azionista che siede ai tavoli della finanza italiana? "Resta un modo di vedere le cose", risponde, "e forse l'essere rimasto romano in un'Italia che sta diventando sempre di più bizantina".