Perché copiare Trump sui dazi alla Cina sarebbe un autogol

 Una guerra commerciale totale farebbe più danni che altro persino alla nostra competitività, mentre un laissez-faire rischierebbe di far perdere la supervisione su settore strategici. L'impatto dell'industria cinese va mitigato settore per settore, senza chiudere la porta ai benefici di prezzo e innovazione, dove questi esistono

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13 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 02:23 PM
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La Banca centrale europea ha pubblicato un’analisi sull’impatto della crescita industriale cinese sull’area euro che complica parecchio la vita a chi, in Europa, sta preparando la prossima mossa commerciale contro Pechino. La sintesi è che la Cina oggi produce due effetti opposti sulla nostra economia. Primo, un effetto deflazionistico a causa dell’afflusso di beni a basso costo. Secondo, una pressione competitiva sulla produzione industriale. In particolare, lo studio si concentra anche sugli effetti dei beni importati, che siano di consumo o componentistica. Ne vien fuori un’asimmetria: quando un’azienda europea compra un componente cinese più economico (come i beni intermedi high-tech) e lo usa per assemblare il proprio prodotto, quel componente abbassa i suoi costi e fa crescere la sua produzione industriale con l’effetto stimato di +0,6 punti percentuali sulla crescita settoriale e un effetto leggermente positivo sul pil aggregato nel breve termine. Quando invece un consumatore europeo compra un prodotto finito cinese al posto di uno europeo, la produzione locale viene spiazzata: l’effetto è di -1 punto percentuale.
Vent’anni fa, ai tempi del primo “China choc”, le esportazioni europee verso Pechino crescevano proporzionalmente a quelle cinesi, concentrate nel tessile, mobili e arredo e prodotti a basso valore aggiunto. Ma dal 2021 le esportazioni europee sono iniziate a dimnuire, mentre la penetrazione delle importazioni cinesi è cresciuta soprattutto in comparti medio-alti, dall’elettronica all’automotive fino ai macchinari. Solo nel 2025 l’export europeo verso la Cina è sceso del 6,5 per cento toccando quota 199,6 miliardi, mentre l’import dalla Cina è salito del 6,4 per cento raggiungendo i 559,4 miliardi. Il deficit commerciale dell’Ue con Pechino ha così raggiunto raggiunto i 359,8 miliardi di euro nel 2025, in aumento del 15,2 per cento rispetto all’anno precedente.
La risposta europea non può essere di tipo trumpiano, ossia indiscriminata: una guerra commerciale totale farebbe più danni che altro persino alla nostra competitività, mentre un laissez-faire rischierebbe di far perdere la supervisione su settore strategici. Ed è su questo che si focalizza la Bce: al netto dell’enorme perdita di competitività commerciale, l’impatto della Cina sul mercato europeo seppur complesso non è monolitico ma eterogeneo e va mitigato settore per settore, senza chiudere la porta ai benefici di prezzo e innovazione, dove questi esistono. Per questo la strategia di de-risking è un piccolo passo nella direzione giusta e permette di concentrarsi sui rischi maggiori: concorrenza sleale, sostituzione produttiva e deindustrializzazione, come nei comparti con minor valore aggiunto.