I dati di fecondità ci dicono che l’immigrazione da sola non risolverà la crisi demografica

Dal 2002 al 2024 la fecondità delle donne straniere è scesa da 2,8 a 1,8 figli. Il rapido avvicinamento ai livelli italiani mostra che serve una nuova politica per natalità e integrazione

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8 MAY 26
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Possiamo dirlo? Non solo possiamo, dobbiamo. Pensavamo che con gli stranieri immigrati sarebbe andata in un modo, a proposito di natalità e fecondità, ma non sta andando esattamente così. Pensavamo che avrebbero apportato una bella boccata d’ossigeno al boccheggiante binomio vitalistico italiano formato da natalità e fecondità. Ma la boccata di ossigeno sembra già sul punto di esaurirsi. Buona quando la popolazione straniera in Italia era poca cosa si è fatta mediocre oggi che la popolazione straniera è aumentata considerevolmente. I dati danno una rappresentazione sconfortante di questa potenzialità della popolazione straniera di venire in aiuto alla vitalità della popolazione italiana che sta andando ad esaurimento a una velocità impensata. Vediamoli.
Primo dato, più di lungo periodo: tra il 2002 e il 2024 la fecondità degli stranieri, numero medio di figli per donna straniera, è passata da 2,8 a 1,8 figli, ha cioè perso un figlio: un figlio in meno per donna straniera nell’arco di poco più di un ventennio. Letteralmente, una esagerazione. Nello stesso periodo quella delle donne italiane è passata dal mediocrissimo 1,2 a un ancor più mediocre 1,1 figli, e tuttavia perdendo appena lo 0,1 figli in media per donna: esattamente un decimo della fecondità che hanno perso le donne straniere. Secondo dato, più sul breve periodo: tra il 2019 e il 2025 la natalità degli stranieri è passata da 12,6 a 8,9 nati annui per mille abitanti stranieri, con una perdita percentuale del 30 per cento. Nello stesso intervallo di tempo la natalità degli italiani è passata da 6,5 a 5,74 nati annui per mille abitanti italiani, con una perdita percentuale dell’11 per cento ch’è proporzionalmente un terzo di quella degli stranieri. Tanto su un periodo più che ventennale che negli ultimi sei anni, tanto per quel che riguarda la fecondità che per quel che riguarda la natalità la contrazione degli indicatori relativi alla popolazione straniera assomiglia a una ritirata bella e buona. Questa popolazione non solo non tiene le posizioni, se possiamo esprimerci in un linguaggio a metà strada con quello militare, ma lascia intravvedere il completo abbandono armi e bagagli di quelle posizioni. Altri dieci anni a questi ritmi e le differenze di fecondità e natalità rispetto alla popolazione italiana saranno ridotte ai minimi termini, se pure ne resteranno.

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Cosa dire? Abbiamo fatto calcoli sbagliati? Ci eravamo illusi che dall’estero arrivassero di buona lena a risolverci i problemi demografici, oltre a quelli della manodopera nelle attività produttive e magari dei contributi pensionistici e assistenziali? Sì e no. Lo sapevamo che una volta in Italia i costumi demografici degli stranieri avrebbero seguito una tendenza mai smentita nel mondo: quella di avvicinarsi ai costumi demografici dei padroni di casa, nella fattispecie degli italiani. Il punto è che non immaginavamo che l’avvicinamento tra i due regimi demografici, quello degli stranieri e quello degli italiani, avrebbe proceduto a questa velocità, una velocità che lascia possiamo ben dire sconcertati perché sembra quasi che da un anno all’altro gli stranieri riescano a mettersi alle spalle tendenze di alta fecondità e natalità che pure si portano appresso da secoli, più che da decenni. Ma allora, cosa si deve pensare? E soprattutto, cosa si può fare?
Sul pensare è chiaro che gli stranieri risentono doppiamente del clima culturalmente non favorevole alle nascite ch’è andato prendendo piede non solo in Italia ma in tutta Europa in quanto con più problemi degli italiani per quanto riguarda l’aspetto economico-materiale. Sul che fare occorre guardare alla radice dell’immigrazione, ch’è più di singoli che di famiglie e in quanto tale ben più propensa ad adeguarsi al meno che non a resistere su standard già di per sé difficili da mantenere. Ma i dati degli stranieri ci dicono soprattutto due cose. La prima: che il problema della natalità-fecondità è generale, e come tale deve essere affrontato. Nessuna illusione, per carità, ma si deve almeno provare a ricreare in Italia un clima ideale e culturale più favorevole alla formazione delle coppie e alla nascita di bambini. La seconda: che occorre un’azione più avvertita di programmazione della popolazione straniera che arriva in Italia e della sua integrazione: non è più tempo di improvvisazione, lacune e scompensi tendono a riflettersi prima di tutto, deprimendoli, sui livelli di natalità-fecondità degli stranieri. Proprio quel che occorre evitare.