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Il dibattito polarizzato in Italia sul deficit non aiuta a riformare le regole fiscali europee
L’opposizione attacca l’intera politica di bilancio del governo, in cui comunque alcune forze sembrano determinate a peggiorare la situazione. La via maestra è quella del ministro dell’Economia: trovare all’interno delle regole una via condivisa con l’Europa per alleggerire l’impatto della crisi
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5 MAY 26

Foto ANSA
Il dibattito in Italia su come affrontare la crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran è caratterizzato da uno scarso grado di realismo. Da entrambi i lati dello schieramento politico. L’opposizione usa lo sforamento di un decimo di punto dell’obiettivo sui conti pubblici come pretesto per attaccare l’intera politica di bilancio del governo. Errore. Il fatto che la pallina si sia fermata sulla casella del 3,1 per cento anziché su quella sotto nulla toglie al merito del ministro Giorgetti, sostenuto dalla presidente del Consiglio, nel difendere la prudenza di bilancio, spesso contro componenti del loro stesso governo. Se in aprile, mese in cui ci si è progressivamente resi conto che l’Italia non sarebbe uscita dalla procedura di disavanzo eccessivo, lo spread è rimasto sostanzialmente stabile, lo si deve interamente a quella prudenza. Meglio farebbe l’opposizione a riflettere sul perché il Pnrr, nato sotto i suoi auspici, non ha funzionato, lasciando l’Italia con la maglia nera sia della crescita sia del debito. E sul contributo che la sua stessa politica ha dato a quello sforamento, gonfiando la domanda nel 2022 ma appesantendo il bilancio negli anni successivi.
Dal canto loro alcune forze del governo sembrano determinate a peggiorare la situazione. Lì la reazione oscilla fra “decidiamo da soli” (che significherebbe autoescludere l’Italia dalle nuove regole di bilancio, cosa non ammessa dalle regole che lo stesso governo ha sottoscritto) e “sospendiamo il Patto per tutti”, cosa ugualmente assurda poiché le difficoltà al momento riguardano soprattutto l’Italia, e per ragioni che noi stessi in larga parte ci siamo creati. Difficile trovare in queste condizioni simpatia e convergenza con i partner.
Fino a quando le condizioni internazionali non torneranno – chissà quando – a essere favorevoli, il cammino assomiglia più a una corsa a ostacoli che a una strada spianata. Questo richiede di procedere più per esclusione che per scelta. La via maestra è quella, a quanto è dato capire, scelta dal ministro dell’Economia: trovare all’interno delle regole una via condivisa con l’Europa per alleggerire l’impatto della crisi. Su questo è probabile si trovino a Bruxelles orecchie pronte all’ascolto: per la Commissione è prioritario dimostrare che le nuove regole funzionano e non vanno in crisi alla prima seria difficoltà. Quando gli obiettivi principali convergono, una soluzione di trova. Conciliando i tre angoli del trilemma: proteggere le fasce più deboli della società, minimizzare l’impatto sul deficit e non neutralizzare del tutto l’impatto dei costi sulla domanda di energia. Alcuni argomenti possono essere fatti valere. Ad esempio, è vero che il costo dei carburanti alla pompa oggi è più basso in Italia che in Germania o in Francia, ma non lo è se rapportato ai prezzi al consumo.
I dati imponderabili della situazione internazionale impongono però di non ignorare anche ipotesi più avverse, nelle quali la crisi energetica si aggrava con implicazioni per tutta l’economia europea. Giovedì scorso, la presidente della Bce Christine Lagarde ha astutamente evitato domande su quale degli “scenari avversi” delle sue ultime previsioni assomigliasse di più alla situazione reale. Ma basta guardare due numeri per rendersi conto. Con i segnali internazionali che volgono al peggio, i prezzi energetici si sono avvicinati a quelli sottostanti allo scenario peggiore, in cui la crescita europea si riduce a pochi decimi. A titolo di confronto si può guardare al 2023, anno in cui la crescita dell’area euro si fermò allo 0,4 per cento e l’inflazione raggiunse il 5,4 per cento. In quell’anno, in Patto di stabilità era ancora sospeso. Sono quelle condizioni in cui è ragionevole ipotizzare una sospensione del Patto? Questione che non è irrealistico immaginare, anche se non è bene sia l’Italia a porla in questo momento.
Sullo sfondo vi è poi la “grande domanda” se l’attuale sistema di vincoli sia ancora adatto alla situazione che si è venuta a creare dopo il 2024. Una situazione in cui l’Europa è costretta dalla geopolitica a prendere in mano i suoi destini, disponendo quindi di ampi margini di manovra per la politica economica – oltreché per quella strategica. Il Patto è stato concepito e ripetutamente riformato mentre l’Europa completava il proprio disegno di integrazione sotto l’ombrello di regole e protezioni che oggi non ci sono più. Oggi deve giocarsela da sola, in un contesto in cui debolezze e limitazioni rischiano di costare care. E in cui un’Europa più forte al centro ma con meno limitazioni auto-imposte risulterà probabilmente necessaria.