•
Trent’anni di Ogm, la rivoluzione che non è mai piaciuta all’Italia
Mucca pazza e le paure per la salute. I pregiudizi e le rassicurazioni del mondo scientifico. I benefici di una tecnologia che divide ancora oggi
di
e
4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:25 AM

Foto Ansa
Dedicato alla memoria di Silvano Della Libera e a Duilio Campagnolo e Giorgio Fidenato, amici della libertà della scienza e dell’imprenditoria.
Il 1996 è un anno che merita di essere ricordato. Per la prima volta nella storia dell’agricoltura, colture geneticamente modificate venivano seminate su scala commerciale sistematica: soia Roundup Ready, mais Bt, cotone transgenico. Non erano i primi ogm approvati dalla Food and Drug Administration (Fda): il primo in assoluto era stato il pomodoro Flavr Savr due anni prima. Quell’anno la biotecnologia agricola smetteva di essere un esperimento e diventava un sistema produttivo globale. Monsanto era il protagonista principale. Il mondo, o almeno una parte di esso, stava cambiando.
Oggi le colture gm occupano oltre 200 milioni di ettari in più di 70 paesi. Sono oltre 20 milioni gli agricoltori – quasi tutti piccoli e medi – che le coltivano. Superano il numero di 500 le modificazioni genetiche ottenute. Soia, mais, cotone e colza transgenici dominano la produzione agricola di Stati Uniti, Brasile, Argentina, Canada, India. La resistenza agli erbicidi e la tolleranza agli insetti hanno ridotto i costi di produzione e, in molti contesti, l’uso degli insetticidi. Il riso dorato – sviluppato per combattere la carenza di vitamina A nelle popolazioni più povere – ha impiegato decenni per ottenere le autorizzazioni regolatorie, ma è finalmente in commercio nelle Filippine. Nuove generazioni di editing genomico, in particolare Crispr-Cas9, stanno aprendo possibilità che il 1996 non poteva immaginare: numerosi laboratori lavorano già a modificazioni per conferire resistenza alla siccità o agli allagamenti a colture chiave come mais e frumento.
Nel 1996 accadeva anche qualcosa di imprevisto. Mentre la soia transgenica entrava nella filiera alimentare globale, nel Regno Unito esplodeva la crisi della Bse. Non c’è alcun legame scientifico tra i prioni e l’ingegneria genetica, ma c’è sul piano della psicologia sociale: le autorità avevano detto che la carne era sicura, ma non lo era. Si associava l’innaturalità di alimentare i bovini con farine animali al mescolamento di geni da organismi diversi – entrambe percepite come violazioni dell’ordine naturale. Quando arrivò la notizia che la soia americana era Ogm, il trasferimento narrativo fu automatico. In Europa, e in modo marcato in Italia dove alle ideologie politiche si sostituivano quelle gastronomiche, gli Ogm venivano letti attraverso il trauma della mucca pazza, prima ancora che il dibattito scientifico potesse strutturarsi. Le trasmissioni di Michele Santoro celebravano linciaggi di scienziati che consigliavano di ragionare col cervello.
La reazione europea fu rapida. Tra il 1999 e il 2004 una moratoria di fatto bloccò le nuove autorizzazioni. La direttiva 2001/18/Ce introdusse il principio di precauzione come cardine regolatorio. I regolamenti del 2003 imposero l’etichettatura obbligatoria per qualsiasi prodotto contenente Ogm oltre lo 0,9 per cento. Nel 2015 gli stati membri ottennero il diritto di vietare le coltivazioni anche in presenza di un’autorizzazione europea.
Il caso italiano è istruttivo perché la resistenza agli Ogm non si strutturava come risposta a rischi sanitari – prove in merito erano trascurabili – bensì come difesa di un’identità culturale. Gli Ogm erano incompatibili con il Made in Italy, con le denominazioni di origine, con l’idea del cibo come patrimonio. Si formò una coalizione improbabile: ambientalisti di sinistra e agricoltori di Coldiretti, partiti di destra e di sinistra, consumatori urbani e produttori rurali: uniti da una minaccia simbolica condivisa. Il paradosso è che l’Italia non coltiva Ogm, ma ne importa ogni anno milioni di tonnellate come mangimi per gli animali che producono le carni e i formaggi del Made in Italy.
Trent’anni dopo, la frattura tra modello americano ed europeo si è consolidata. Negli Stati Uniti l’approccio è rimasto “product-based”: conta il prodotto finale e la sicurezza empiricamente accertata, non il metodo con cui è stato ottenuto. In Europa è rimasto “process-based”: il metodo, il processo e il principio di precauzione prevalgono. Non sono semplici differenze tecniche: riflettono visioni del mondo profondamente diverse sul rapporto tra innovazione, rischio e fiducia istituzionale.
Le principali accademie scientifiche mondiali – dall’Accademia Nazionale delle Scienze americana alla Royal Society, dall’Accademia dei Lincei all’Oms – hanno ripetutamente concluso che gli Ogm in commercio non presentano rischi per la salute superiori a quelli delle colture convenzionali. La comunità scientifica è sostanzialmente compatta. Eppure, il dibattito pubblico europeo è rimasto impermeabile.
Il problema più serio che il trentennio lascia aperto non è se gli Ogm siano sicuri – su questo le chiacchiere stanno a zero – ma perché l’assenza di un solo caso di danno e i benefici diffusi nel mondo non hanno modificato significativamente la percezione pubblica. In realtà, è una sorta di esperimento naturale che conferma il ruolo perverso delle euristiche e dei bias cognitivi, che rendono le persone, anche le più intelligenti, del tutto irrazionali. Mucca pazza ha fornito il caso disponibile per creare la paura degli Ogm, indipendentemente dalle prove. Il bias di conferma spiega perché trent’anni di studi su sicurezza e utilità non abbiano spostato chi aveva già deciso. La teoria dell’identità culturale spiega perché in certi contesti – l’Italia è il caso più emblematico – la discussione tecnica sia irrilevante: non si stava parlando di biochimica, ma di chi crediamo di essere.
I benefici degli Ogm non sono distribuiti uniformemente, e i costi reali – concentrazione del mercato in pochi grandi attori – meritano attenzione critica. Ma il dibattito europeo, irrigidito nella contrapposizione simbolica tra naturale e artificiale, non ha prodotto alcuna critica strutturata: solo un rifiuto ideologico che ha impedito, soprattutto, applicazioni umanitarie bloccate per anni da regolamenti fondati su pregiudizi.
Il 1996 ha insegnato alcune verità che valgono oltre il caso specifico. L’introduzione di una tecnologia trasformativa non si governa con la sola valutazione tecnica: richiede attenzione ai meccanismi culturali e psicologici attraverso cui il rischio viene percepito. La fiducia istituzionale non si ricostruisce con i dati, ma soltanto con la trasparenza e la dimostrazione nel tempo che le istituzioni sono affidabili anche quando sbagliano.
Ci sono momenti in cui le scelte ideologiche vanno a sbattere contro la realtà materiale. Come nel caso della crisi alimentare globale, che le guerre in corso stanno accelerando. I paesi che nei trent’anni scorsi hanno investito in colture Gm protette da parassiti e resistenti alla siccità e al calore si trovano oggi strutturalmente più solidi di fronte alla volatilità dei mercati agricoli. Il Bangladesh ha approvato una melanzana Bt che ha ridotto drasticamente l’uso di insetticidi tra i piccoli agricoltori. Il Kenya sta introducendo varietà resistenti alla siccità sviluppate con tecnologie Gm. L’India ha trasformato l’agricoltura del cotone con varietà Bt, riducendo documentatamente la dipendenza dagli insetticidi. Tutta l’agricoltura Gm ha un impatto in costante riduzione sulla sostenibilità degli ecosistemi e il riscaldamento globale. Non sono più esperimenti, ma risposte concrete a pressioni reali.
L’Europa, e l’Italia in particolare, si trova in una posizione paradossale. Da un lato, come abbiamo detto, importa sistematicamente Ogm – nei mangimi, negli ingredienti trasformati, nelle materie prime – senza che ciò susciti lo stesso allarme simbolico della coltivazione domestica. Dall’altro, non sviluppa varietà adattate ai propri sistemi agricoli, rinunciando a strumenti che potrebbero ridurre la dipendenza dagli input chimici e aumentare la resilienza di fronte ai cambiamenti climatici e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento.
C’è anche un costo morale. I paesi che adottano il principio di precauzione e la tutela dell’identità culinaria lo fanno perché possono pagare prezzi più alti e assorbire la volatilità alimentare senza che si traduca in fame (per ora). I paesi poveri non dispongono di questa opzione. Quando l’Europa blocca varietà di riso dorato o mais resistente alla siccità attraverso regolamenti basati su percezioni irrazionali del rischio – ignorando peraltro le valutazioni dell’Efsa che essa stessa finanzia – il costo non lo pagano le élite dello snobismo europeo: va a carico dei bambini che crescono con carenze di vitamina A nelle Filippine, gli agricoltori africani che perdono il raccolto per siccità, le popolazioni del medio oriente che vedono raddoppiare il prezzo del pane quando i porti ucraini vengono bloccati. E, più vicino a noi, lo pagheranno i due milioni di italiani sotto la soglia di povertà, già a rischio di malnutrizione.
Trent’anni fa il mondo si è diviso su una tecnologia. La divisione non è mai stata sanata, perché non era davvero una questione tecnologica.
Trent’anni fa il mondo si è diviso su una tecnologia. La divisione non è mai stata sanata, perché non era davvero una questione tecnologica.