Attrattività, innovazione, made in Italy diverso dall’esportazione delle marmellate: ne avete sentito parlare? A un mese esatto dalla sconfitta al referendum costituzionale, la postura del governo italiano è quella tipica di chi cerca di far funzionare disperatamente una macchina dopo un problema inaspettato comparso lungo il percorso. Parola d’ordine ovvia adottata in questi casi: ripartire. Il governo, dunque, vuole ripartire dalla stabilità, intesa come veicolo di opportunità e di fiducia per l’Italia. Vuole ripartire dai salari, per provare a strappare alla sinistra una battaglia giusta e popolare, benché inafferrabile. Vuole ripartire dalla sanità, ovviamente, per provare a non trasformare il tema delle liste d’attesa infinite in un’arma di distruzione del consenso della destra. Vuole ripartire dall’economia, semplificando la burocrazia, per quanto possibile, attraverso l’espansione delle Zes, le zone economiche speciali. Vuole ripartire dal deficit, come se fosse l’unica strada per stimolare la crescita.
I temi della ripartenza sono ambiziosi, possono avere un qualche effetto, forse, possono tenere vivo un governo che per larghi tratti sembra essere già morto. Ma come capita spesso quando si guarda al futuro, c’è un dato paradossale che riguarda i periodici tentativi fatti dalla politica italiana quando si tratta di ripartire. E il dato paradossale è presto spiegato: trascurare del tutto i punti di forza del nostro paese, che potrebbero far particolarmente comodo quando ci si ritrova con una macchina che si vuole far funzionare in fretta. Il governo Meloni – in questo in perfetta continuità con diversi governi del passato – quando si occupa di futuro, in quelle poche volte in cui, verrebbe da dire, si dedica a questo esercizio, tende sistematicamente a non riconoscere molte virtù del paese perché in molte di quelle virtù la politica fatica maledettamente a riconoscersi. Il discorso vale quando si parla di attrattività. Il discorso vale quando si parla di industria. Il discorso vale quando si parla di made in Italy.
Un piccolo esempio di questo cortocircuito, piccolo ma significativo, lo si è osservato qualche giorno fa, quando il Guardian, nell’imbarazzo di destra e sinistra, ha ricordato che uno degli elementi di attrattività del nostro paese, in questa fase storica, coincide con la capacità dell’Italia di attrarre molti ricchi in giro per il mondo. L’Italia, come è noto, ha un regime per i nuovi residenti agevolato, con una tassazione sostitutiva sui redditi esteri fissata a 200 mila euro all’anno per il 2025 e a 300 mila euro all’anno per il 2026. Henley & Partners (H&P), una delle più importanti società di consulenza a livello globale in materia di residenza e cittadinanza, stima per il 2025 un afflusso netto di 3.600 milionari, che collocherebbe l’Italia tra le principali destinazioni mondiali. In questo afflusso netto, il terminale urbano della politica è la città forse meno amata d’Italia, da destra e sinistra, in quanto, signora mia, simbolo del lusso sfrenato e della sinistra delle Ztl (secondo H&P, Milano conta circa 115.000 milionari e 17 miliardari). Nel 2025, secondo uno studio curato da Assonime e presentato da Stefano Firpo e Andrea Tavecchio alla festa del Foglio lo scorso 28 marzo, i neo residenti hanno prodotto oltre 400 milioni di gettito aggiuntivo (pari quasi a quanto lo stato incassa dalla Tobin Tax), mentre gli impatriati hanno versato 920 milioni di contributi, legati a circa 3 miliardi di redditi. Risultato per la Milano che attrae: più 40 milioni di addizionale Irpef tra 2022 e 2024.
In Francia e in Inghilterra, molti partiti, non solo quelli populisti, hanno iniziato a considerare il modello di attrattività dell’Italia come una forma di concorrenza sleale, nei confronti dei ricconi del mondo, segno che la norma non funziona male. Ma l’assenza totale di dibattito attorno a questa dimensione segnala la presenza di un triplo tabù nel nostro paese. Incapacità a occuparsi con ancora più forza di un tema più grande, ovvero come aiutare le città più attrattive ad essere ancora più attrattive. Incapacità a difendere con forza, con tutti i mezzi a disposizione, la città da questo punto di vista più attrattiva, cioè Milano, lasciata in ostaggio di inchieste spericolate che ne hanno in parte compromesso la reputazione. Incapacità a considerare la difesa del lusso come un asset strategico per creare valore, benessere, crescita, lavoro.
Lo stesso ragionamento, in fondo, a proposito di ripartenza, vale per un tema simmetrico, che ha a che fare più in generale proprio con la parola lusso. L’Italia ama dire “siamo un paese manifatturiero” ma per pudore non ha il coraggio di dire che il lusso è uno dei settori a più alto margine industriale e con maggiori effetti di reputazione internazionale per il paese. Di conseguenza, quando si parla di made in Italy se ne parla spesso in astratto senza dedicare troppa attenzione al fatto che un paese che vuole contare di più e che vuole crescere di più per provare a creare più lavoro e dunque più benessere e dunque meno povertà deve imparare a guardare il lusso negli occhi, valorizzandolo, coccolandolo, non demonizzandolo per i prezzi alti o per i margini alti.
Esempio: sarebbe uno scandalo creare condizioni favorevoli dal punto di vista fiscale per spingere grandi aziende internazionali a scegliere ancora di più l’Italia come headquarter? Il lusso è un tabù, evidentemente, così come un tabù è l’altro elemento del made in Italy rimosso dal dibattito pubblico, che riguarda il settore dove l’Italia è più forte, anche se quasi se ne vergogna: l’automazione industriale e la robotica. L’Italia è una potenza nascosta dell’automazione: è tra i primi paesi al mondo per produzione e integrazione di macchine automatiche, con punte di eccellenza nell’automazione industriale e packaging. Conta migliaia di imprese nella filiera e un export che supera i 10 miliardi. Eppure se ne parla poco. Quasi se ne prova vergogna. Perché la politica ha abituato l’elettorato a considerare pavlovianamente demoniaca la tecnologia e non ha altre frecce all’interno del suo arco quando parla di innovazione se non quella della protezione. E il cortocircuito è evidente. E’ comodo parlare di tecnologia per rassicurare gli elettori, per proteggerli, meno comodo spiegare che la tecnologia può distruggere qualcosa, certo, ma può creare opportunità, ricchezza, posti di lavoro. Non si parla del made in Italy che esporta perché la politica quando parla di ripartenza non ha il coraggio di parlare di innovazione. E non si parla del made in Italy che funziona davvero perché parlarne significherebbe dover ammettere per la politica che la propria retorica luddista, antitecnologica, conservatrice è spesso autolesionistica.
Vale per la robotica, evidentemente, ma vale anche per un altro settore che sparisce sistematicamente dai radar ogni volta che un governo pensa a come ripartire: la farmaceutica. La farmaceutica finisce spesso al centro del dibattito politico per questioni demagogiche, per evocazioni astratte di complotti decisamente presunti delle industrie farmaceutiche contro i cittadini, ma finisce poco al centro del dibattito pubblico per essere uno dei driver economici del nostro paese. Nel 2024, per dire, la produzione farmaceutica in Italia ha raggiunto i 56 miliardi, di cui 54 destinati all’export, oltre il 9 per cento dell’export manifatturiero generale. Nel 2024 le imprese farmaceutiche hanno investito 2,3 miliardi in Ricerca e sviluppo, circa l’8 per cento del totale degli investimenti in R&S in Italia. La farmaceutica, tra l’altro, ha un saldo estero che molti settori si sognano: +21 miliardi per medicinali, vaccini e altri prodotti finiti. Eppure la farmaceutica, in Italia, viene descritta, trattata, governata come se fosse solo una mucca da spremere, da punire, non come un asset da valorizzare. Il caso del payback, caso che dirà poco alla maggioranza dei lettori, è un caso tipico di autolesionismo. Il payback, per chi non lo sapesse, è un meccanismo per cui, se la spesa farmaceutica pubblica supera un tetto fissato dallo stato, lo sforamento viene coperto in parte dalle aziende. In pratica: se una regione spende più del previsto per i farmaci, non paga solo il sistema sanitario, ma anche le imprese devono “rimborsare” la differenza. Nel 2025 questo rimborso vale 2,3 miliardi. Non è una tassa su inefficienze proprie, ma su decisioni pubbliche. Il risultato è prevedibile: meno margini, meno investimenti, meno attrattività. Il punto, anche qui, è evidente: di fronte a un settore che porta 54 miliardi di export, investe miliardi in ricerca, moltiplica l’occupazione qualificata, il punto non è “contenerlo”, ma chiedersi perché la politica continui a raccontarlo come un problema anziché come un modello.
Il desiderio di un governo, di qualsiasi governo, di ripartire, di trovare un nuovo slancio, dopo un momento di difficoltà, è sano e comprensibile. Per farlo però bisognerebbe capire quali sono le leve da azionare in fretta, più che concentrarsi sulla demagogia da coccolare. E i temi forti, tra gli altri, sono quattro: meno retorica del made in Italy inteso solo come la conserva della nonna, politiche per l’attrattività, puntare forte sull’innovazione, scommettere sulla farmaceutica. Ci si potrebbe chiedere perché tutto questo non accade, oggi come in altre ripartenze. Una risposta ha provato a offrirla in questi anni nei suoi libri il nostro amico Nicola Rossi. Perché proporre al paese come esempi i casi di successo veri, non quelli solo instagrammabili, significherebbe dire agli elettori che non è poi così male desiderare di arricchirsi, non è poi così male rischiare, innovare e vedersi premiati per questo, non è poi così male fare impresa, mettersi in gioco sul mercato e a volte vincere. Non è poi così male fare tutte quelle cose che da decenni siamo abituati a demonizzare. E dunque domanda finale: un paese che tende a vergognarsi di quello che sa fare bene, perché ciò che sa fare bene non coincide con la narrazione che quel paese fa di sé stesso, sarà destinato a ripartire o sarà condannato a galleggiare? E soprattutto: per quanto ancora potrà permetterselo? Iniziarne a parlare, forse, potrebbe essere un primo passo per uscire dall’ipocrisia e provare davvero ad allontanare la parola ripartenza dalla parola ipocrisia.