Il petrolio s’è fermato a Eboli

Il ricordo della prima domenica senz’auto, l’austerity di nuovo all’orizzonte e una sola certezza: al Sud andrà peggio

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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 06:43 AM
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L'austerità a Milano negli anni Settanta (foto Ansa)

Roma è vuota, dicono quelli che sono rimasti in città per il ponte del primo maggio. Loro volevano partire ma non hanno trovato posto in nessun luogo, in nessun lago: era tutto pieno, sembra il 15 agosto, se è rimasta una stanza in albergo, costa quanto una suite presidenziale. Così, un po’ ascoltando le notizie sullo Stretto di Hormuz, con le petroliere bloccate, un po’ ascoltando la parola austerity (per la precisione probabile austerity) che si intrufola nelle analisi geopolitiche, un po’ perché passeggio da solo per la città (ma non faccio testo: detesto proprio l’idea di partire), mi è tornata in mente la prima domenica di austerity, quella del 2 dicembre 1973. Allora, i paesi arabi a seguito della guerra del Kippur imposero ai paesi occidentali (complici) un blocco petrolifero. Il petrolio costava, scarseggiava e dunque, per risparmiare, di domenica, 15 milioni di auto rimasero ferme, tutti in bicicletta. O a passeggiare con svariati e folcloristici mezzi, carri trainati dai cavalli e asini tirati fuori per l’occasione. Insegne che si spegnevano nel tardo pomeriggio e Canzonissima anticipata in day time, per spingere le masse a tornare a casa per guardare il programma (un’intuizione che anni dopo avrebbe portato alla prima edizione di Domenica in, condotta da Corrado). 
Ho pensato a tutto questo, perché, allora come ora, stavo percorrendo una strada. Rivedo delle persone attorno a me. I rumori dei passi sono ovattati, e lo è anche il vociare. Ho sette anni, è domenica 2 dicembre 1973. La prima domenica di austerity, c’è silenzio. Mi volto indietro, ci sono i miei genitori. Sembrano felici. Per lo meno i loro gesti quotidiani mi rassicurano. Abbiamo una casa di 120 mq con giardino condominiale e un mutuo, una Opel Ascona A 1.6, presa a rate. Provo una sensazione di leggerezza: sono a Caserta, nonostante l’austerità io e la mia famiglia ci sentiamo forti, e si sentono forti anche quelli attorno a me. Ho antenati contadini: da generazioni e generazioni hanno visto solo montagne, vallate e vacche, mio padre e mia madre sono i primi ad aver studiato, i miei parenti sono emigrati tra il Sud America e l’Inghilterra. Ho la sensazione che nonostante la crisi petrolifera, tutti quelli attorno a me, lungo questa strada, tutti in fondo con la mia stessa mia storia (abitiamo nelle stesso quartiere, ceto medio di recente formazione, con qualche mania di grandezza appena esibita), ci sentiamo membri di un club: quello del Sud. E nonostante la crisi petrolifera il Nord e Milano non ci sembrano poi così lontani: possiamo raggiungerli. Comunque, nessuno su questa strada ora sottoscriverebbe le parole di Carlo Levi: “Che cosa fare dunque nelle presenti condizioni? Niente – diceva Orlando con la sua profonda tristezza meridionale (…) cosa speri? Niente. Cosa si può fare? Niente e gli occhi si alzano, nel gesto della negazione, verso il cielo”. Noi invece, al contrario di Orlando – del Cristo si è fermato a Eboli – speriamo. Stiamo guadagnando. Abbiamo sì il mutuo e le rate, ma anche le berline, le cucine nuove, i bagni piastrellati, i frigoriferi e i giardini condominiali. Più un mese di vacanza in Calabria. Se Milano è vicina all’Europa, Caserta è vicino a Milano e dunque speriamo. In effetti, molti parametri sono migliorati: scolarità, aspettativa di vita, aumento dell’altezza, difatti noi del Sud ce l’abbiamo (quasi) fatta a raggiungere i Veneti. Anche col reddito non andava così male. Se vogliamo considerare i divari regionali del reddito dall’Unità a oggi, per macroaree (Nord-ovest, Nord est e Centro, Mezzogiorno): il 1951 è il momento di massimo distacco tra Nord Ovest, Nord Est e Mezzogiorno, e il 1971 quello di massima vicinanza. E dire che partivamo da una condizione di svantaggio, venivamo dal Regno dei Borboni.
Lo ricorda il libro di Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro (il Mulino, 2016). Il reddito era diseguale, non avevamo né strade né ferrovie, tanto meno le banche, e non parliamo dell’istruzione. Poi, è vero, i Borboni avevano costruito la prima linea, Napoli/Portici (1839) e lunga 7 chilometri, poi prolungata, negli anni seguenti, fino a Castellammare e Pompei. Ma perché fu costruita? Perché nel 1738 Carlo III di Borbone – il più illuminato, stando a Benedetto Croce – aveva deciso di edificare la sua residenza estiva a Portici (ora sede di Agraria). Quindi, appena un secolo dopo si diede il via alla linea ferroviaria così la famiglia reale si poteva spostare verso il mare. Che dire? La ferrovia serviva ai ricchi. Negli anni la situazione non sarebbe cambiata. Nel 1859 la rete ferroviaria del Regno delle due Sicilie era di 99 chilometri (850 km Piemonte e Liguria; 522 km Lombardia e Veneto, 257 km Toscana, pure il papato superava i Borboni, 101 km). La ferrovia era in quegli anni il motore del progresso e stava rivoluzionando il commercio: i prezzi su rotaia erano più competitivi di quelli via mare. Per le strutture creditizie la disparità era forte. Al tempo dell’Unità, nel Regno delle due Sicilie esistevano due banche pubbliche, il Banco di Napoli (con una sola filiale, quella di Bari) e il Banco di Sicilia (due sedi, a Palermo e a Messina). C’erano poi 1200 monti frumentari ma esercitavano credito in natura, prestavano sementi per la raccolta. Nel Centro Nord la situazione creditizia era ampiamente diversificata e in piena evoluzione: c’erano molti istituti genovesi, torinesi e lombardi.
Insomma moneta che poteva essere investita. I dati sull’istruzione, quelli invece, erano ancora più impressionanti. I Borboni lasciarono in eredità l’86 per cento di analfabeti (dato 1861 che si avvicina a quello della Russia zarista). Nessuna donna sapeva leggere e scrivere. Scriveva Emilio Sereni nel Capitalismo nelle campagne: “In una società in cui l’agricoltura costituisce la fondamentale attività produttiva, l’esclusione delle donne dal lavoro dei campi comporta una sua netta inferiorità sociale. Questa si manifesta chiaramente nel regime ereditario e soprattutto nella totale subordinazione della donna all’uomo, il marito è difatti non solo il capo incontestato della famiglia ma il signore, il padrone della donna”. Situazione generalizzata, fra gli uomini solo preti aristocratici e qualche borghese era alfabetizzato. In Spagna la quota di analfabeti era del 75 per cento, mentre il Piemonte e la Lombardia si attestavano sul 50 per cento e la Liguria sul 35 per cento: si poteva intravedere, sul nascere, il triangolo industriale. Poi c’era anche chi diceva che si stava bene, ancora oggi ci sono i neoborbonici che rimpiangono quel tempo. E’ vero che i dati sul reddito segnalano aree più fortunate delle altre, ma io che vengo da una famiglia contadina ho sempre ascoltato i racconti dei parenti che dovevano bussare con i piedi quando andavano dal padrone. Bussare con i piedi, sì. Perché le mani dovevano essere impegnate a reggere i regali, mercanzia che andava portata un po’ per ingraziarsi il potente e un po’ per segnalare la sottomissione. Insomma, nel Mezzogiorno di fine Settecento, le famiglie possidenti ammontavano a circa 600, cui si aggiungevano una cinquantina di baroni ecclesiastici, poche migliaia di teste, cioè 1 per cento della popolazione. Per questo Pasquale Villani scriveva che “una novantina di baroni esercitavano la loro giurisdizione su 2 milioni di vassalli”. Forse l’intervento modernizzatore più dirompente di tutta la storia del Regno di Napoli e di tutta la storia pre e post unitaria è stato quello compiuto il 2 agosto del 1806 da Giuseppe Bonaparte (insediatosi a Napoli a seguito dell’esercito napoleonico) che abolì con una sola legge e in un solo colpo l’intera giurisdizione che per secoli aveva dato ai baroni potere assoluto su uomini, terre, castelli, fiumi e strade etc: l’abolizione della feudalità, insomma.
Pur partendo da questa condizione, nel ventennio 1951/1971 il Sud raggiunge il Nord. Prima di tutto per aspettativa di vita alla nascita. Conta il miglioramento dei livelli nutrizionali, la diffusione di pratiche di igiene personale e la costruzione di infrastrutture urbane e fognature che garantivano la salubrità dell’acqua corrente. Negli anni Settanta il Sud supera il Nord (74,2 gli anni di vita attesi alla nascita, contro i 74 del Centro Nord). Qui c’è da dire che le prime fasi dell’industrializzazione del Nord non portarono vantaggi per la salute, anzi determinarono un peggioramento delle condizioni di vita: vuoi per i turni massacranti, vuoi per le pessime condizioni sanitarie dei centri urbani. Comunque, contarono molto gli interventi della Cassa del Mezzogiorno. Istituita nel 1950, erogò fondi attraverso due canali di intervento, quello diretto (costruzione di strade, infrastrutture, opere di bonifica) e quello indiretto (finanziamento di imprese industriali). Quindi, nonostante l’austerità, eravamo pronti a spiccare il volo e così infatti abbiamo fatto. Gli anni Ottanta sono stati quelli della grande crescita e del grande indebitamento, ma in fondo cos’è la vita se non chiedere denari in prestito, simbolicamente e non? Poi è arrivata la tecnologia, il decennio della grande globalizzazione e della rivoluzione informatica e ora, sia come sia, eccoci qua, molti sessantenni come me, con il Nord di nuovo separato dal Sud, pochi figli, tantissimi cani, con 2500 miliardi e oltre di debito, probabilmente infelici, stipendi bassi (oggi è più difficile avere uno stipendio dignitoso di 2000 euro che diventare ricchi), però nei ponti comandati tutti in vacanza. Qualcuno dirà: ce lo siamo meritati, siamo diventati una potenza industriale, qualcun altro dice: manco per niente, abbiamo campato di rendita senza nemmeno renderci conto delle risorse che utilizzavamo. Tra cui i fossili. Cianciamo molto dei sentimenti, dell’amore, delle nuove regole per vivere, della lingua che cambia, dell’AI, dei woke ma ancora non abbiamo capito che le cose umane sono cose minerarie. Il nostro benessere (i nostri alti e bassi) dipendono dalla miniera, dai fossili, dal petrolio, gas, carbone, ma anche sabbia, silicio (senza una sabbia purissima, come li fai i pannelli?), cobalto, litio, nichel, terre rare disprosio, terbio (da cui dipendono i motori elettrici) e una dozzina di altri essenziali per la transizione energetica (la domanda di litio è aumentata di quasi il 30 per cento, la domanda di cobalto, grafite, nichel e terre rare è cresciuta ciascuna dal 6 all’8 per cento). Miniera. Quindi oggi che parliamo di nuova austerity di che parliamo? Forse è presto per parlare ma non troppo tardi per imparare: siamo ancora fossili dipendenti. E se mancano è una tragedia. Vogliamo utilizzare altre fonti energetiche? Sì! Io lo voglio, ma per farlo dobbiamo imparare con quale energia gira il mondo. E’ forse la volta buona? In fondo anche oggi c’entra il petrolio, ma la crisi è diversa perché, allo stato dell’arte, la chiusura dello Stretto di Hormuz sta incidendo non tanto sulle domeniche, quanto sull’agricoltura. Molti agricoltori, soprattutto quelli dei paesi più poveri, sono in sofferenza (ma non solo poveri, anche i ricchi farmers americani). Sia a causa del prezzo del gasolio per i trattori, sia a causa dei fertilizzanti. I fertilizzanti, quelli azotati soprattutto, sono indispensabili per nutrire la pianta. Prima della scoperta della sintesi dell’ammoniaca, in mancanza di azoto o per via delle basse concentrazioni presenti nel letame, la resa media dei cereali è rimasta invariata per un millennio (una tonnellata/ettaro). Per produrre fertilizzanti azotati ci vuole molta energia, dunque si usa il gas naturale, il cui costo è in aumento, anche per la chiusura dello stretto. Un problema ne causa un altro. Tanto che una grande azienda come Kpler (fornisce dati per orientarsi più facilmente nel commercio globale, soprattutto quello marittimo), stima che per il Golfo Persico transita il 30-35 per cento del commercio internazionale di urea e circa il 20-30 per cento di ammoniaca. Insomma, quasi il 30 per cento del commercio mondiale di fertilizzanti transita per Hormuz.
La guerra ha bloccato questo flusso, immobilizzando quasi 1,9 milioni di tonnellate di fertilizzanti. Inoltre, è vero che alcuni paesi più ricchi conservano scorte di fertilizzanti o ne usano in abbondanza, ma è anche vero che non esiste un sistema globale di scorte di fertilizzanti, come invece accade per il petrolio. Difatti, i prezzi dell’urea e dell’ammoniaca sono aumentati rispettivamente del 65 per cento e del 40 per cento dall’inizio della guerra. Questo significa che in chiave globale molti agricoltori, visto il costo del gasolio e quello dei fertilizzanti, stanno riducendo le semine e la concimazione, il che inevitabilmente si traduce in raccolti inferiori e prezzi più alti. Il Programma Alimentare Mondiale stima che se il blocco dovesse protrarsi fino a metà anno, 45 milioni di vite sarebbero a rischio, in aggiunta agli oltre 300 milioni di persone che già faticano a procurarsi il cibo. Va considerato che il nostro paese, per carità lontano dalla povertà estrema, presenta diseguaglianze tra Nord e Sud. Quindi, se le situazione si dovesse prolungare il Sud potrebbe avere più problemi del Nord. Quindi, per il momento viaggiamo e prenotiamo ristoranti ma è bene sapere che sul lungo periodo potrebbe attenderci una crisi diversa dalla carestia convenzionale, cioè localizzata in un luogo. Sarebbe una crisi che, per una sorta di effetto domino, dai punti più poveri del pianeta si diffonderebbe fino da noi. A meno che lo stretto non riapra rapidamente e il petrolio, il gas naturale e i fertilizzanti non riprendano a fluire, la guerra in Iran potrebbe portare a nuove misure di austerity, certo diverse da quelle del 1973 ma forse peggiori, soprattutto al Sud: siamo tutti strettamente legati, o no? Anche questa è una lezione da tenere a mente, ma mi sa che ci penseremo dopo il ponte, forse.