Smontare l’adeguamento dell'età pensionabile alla speranza di vita fa crollare il sistema. I conti di Mef e Rgs

Nella scorsa manovra l'adeguamento è già stato ridotto da tre mesi a uno. Ora, dal Documento di finanza pubblica, il ministero dell'Economia e la Ragioneria lanciano l'allarme ripetutamente: quel meccanismo vale oltre 20 punti di pil di risparmi cumulati fino al 2060 (circa 450 miliardi del pil 2025). Ma dalla Lega al Pd tutti lavorano per abolirlo

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2 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 05:27 PM
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Il Documento di finanza pubblica, in una specifica sezione, si occupa anche delle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico. L’argomento per ora è in sonno, evidentemente a causa dei fatti eccezionali accaduti in questa prima parte dell’anno, ma è prevedibile che la tregua sia destinata a concludersi presto per vari motivi: la prossima manovra è l’ultima prima delle elezioni, quando di solito i governi tentano di compiacere l’elettorato; già nel dibattito sulla legge di Bilancio per il 2026 la questione delle pensioni aveva provocato qualche dissenso all’interno della maggioranza e tra la Lega il “suo” ministro Giorgetti sull’adeguamento dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita. Quel dissidio è stato provvisoriamente superato con la riduzione dell’incremento, per il solo 2027, da tre a un solo mese. 
Al contempo, la maggioranza trovò un compromesso grazie al voto su di un ordine del giorno che impegnava il governo a trovare le risorse per tagliare l’aumento dei requisiti pensionistici legato alla dinamica demografica anche per gli anni successivi. In questa fessura si era infilato pesantemente il Pd, portandosi appresso tutto il Campo largo attraverso la presentazione, alla Camera, di un atto di indirizzo che impegnava il governo “ad adottare iniziative volte a rivedere, sin dal primo provvedimento utile, la decisione di incrementare i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione e ad eliminarne il meccanismo di revisione periodica”. Insomma, abolizione totale dell’automatismo che lega pensioni e demografia. Colti di sorpresa, i gruppi di centrodestra avevano imbastito una mozione che ammiccava a vaghe disponibilità di revisione del meccanismo di indicizzazione, mentre ribadiva – per coprirsi dall’iniziativa del Campo largo – che “l’azione del governo in materia previdenziale si era ispirata al principio del leale affidamento dei cittadini”, come se si convenisse sull’idea che, oltre ai diritti acquisiti in passato, occorre tutelare anche le aspettative sulla immutabilità delle regole in futuro.
Dal Dfp si ricava l’impressione che il Mef e la Ragioneria generale dello stato (Rgs) siano perfettamente consapevoli che nella sessione di bilancio la questione si ripresenterà con i vecchi protagonisti, della maggioranza e dell’opposizione. Nel tracciare le tendenze della spesa pensionistica, il documento avverte la necessità di ribadire più volte e in ogni occasione che le previsione tengono conto, oltre che dati macroeconomici di contesto, delle norme e della procedura introdotta per il periodico aggiornamento dei requisiti di accesso al pensionamento alle variazioni della speranza di vita misurata dall’Istat e dei coefficienti di trasformazione in funzione dei relativi parametri demografici; fermo restando, a maggior ragione, il presupposto che non vengano modificati i parametri strutturali sottostanti agli scenari macroeconomici e demografici di riferimento. E quali sono le previsioni a normativa vigente?
Si attende un periodo di crescita della spesa per pensioni che accelera fino a raggiungere il 17,1 per cento del pil nel 2041. Tale dinamica è essenzialmente dovuta all’incremento del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati indotto dalla transizione demografica per l’ingresso in quiescenza delle generazioni del baby boom, solo parzialmente compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dall’effetto del contenimento degli importi pensionistici esercitato dalla graduale applicazione del sistema di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa. Dal 2045 in poi, il rapporto tra spesa pensionistica e pil diminuisce, prima gradualmente e poi rapidamente, portandosi al 16,2 per cento nel 2050. Nell’ultimo decennio di previsione, il rapporto tra spesa e pil presenta una leggera flessione, prima di convergere al 14,0 per cento nel 2070. La rapida riduzione nell’ultima fase del periodo di previsione è determinata, oltre che dall’applicazione generalizzata del calcolo contributivo con relativo aggiornamento dei coefficienti di trasformazione, dalla stabilizzazione, e successiva inversione di tendenza, del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati.
E’ una prospettiva di finanza pubblica che non fa dormire sonni tranquilli. Un pilastro della sostenibilità di questo sistema un po’ precario è proprio il tanto discusso adeguamento automatico dei requisiti all’aspettativa di vita. Il Mef quantifica la sua importanza in una nota. L’insieme delle riforme pensionistiche dal 2004 a oggi produce cumulativamente una minore incidenza della spesa pensionistica pari a 60 punti di pil fino al 2060. Ebbene, scrive il Mef basandosi sui conti della Rgs, “più di un terzo” di questo risparmio è “da ascriversi all’adeguamento automatico dei requisiti di accesso al pensionamento alla variazione della speranza di vita”. Vuol dire oltre 20 punti di pil, circa 450 miliardi del pil 2025. In pratica mentre il sistema pensionistico si appesantisce sempre di più le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, sono impegnate ad abbatterne la colonna portante. Tanto sotto le macerie ci finiranno i giovani di oggi e di domani.