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Lanza (Fondazione Eni Mattei): "Emirati Arabi Uniti? Non escludo un passo indietro con l'Opec"
Per l'Italia, importatore netto di petrolio, un mercato frammentato non è una buona notizia: “Chi compra vorrebbe avere un prezzo decente, ma soprattutto vorrebbe una volatilità bassa" dice il direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei
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30 APR 26

Il logo dell'Opec fuori la sede a Vienna
“Non escluderei che gli Emirati Arabi Uniti possano fare un passo indietro rispetto all’uscita dall’Opec” commenta al Foglio Alessandro Lanza, direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei, con un passato, tra le altre cose, all’International Energy Agency di Parigi, poi chief economist di Eni e senior fellow al centro studi saudita Kapsarc. L’annuncio del governo emiratino è arrivato martedì e sarà effettivo dal Primo maggio: Abu Dhabi lascerà l’organizzazione a cui aderiva da circa 60 anni.. Gli Emirati sono il terzo produttore del gruppo dietro Arabia Saudita e Iraq, con circa 3,5 milioni di barili estratti al giorno, un pelo sopra la loro quota di 3,4 milioni decisa in sede Opec, contro una capacità disponibile dal 2027 di circa 5 milioni di barili. Meno di due milioni di barili al giorno di potenziale inespresso ed entrate che, semplicemente, non entrano. Eppure Lanza non è convinto che la rottura sia definitiva.
Il ragionamento è quello di chi conosce la meccanica del mercato: “Se un cartello non regge la competizione perché non regge la concorrenza…l’incentivo al free riding è enorme” dice Lanza. Come tutti i cartelli, d’altronde, anche il cartello dell’Opec funziona finché tutti rispettano i patti. Ma ogni membro ha una tentazione enorme a fare free riding: produrre di più degli altri mentre i prezzi restano alti grazie alla disciplina altrui. L’Opec, in questo, non fa eccezione: Iraq, Russia, Emirati, Oman...tutti paesi che hanno sforato le loro quote. Ma per il direttore della Fondazione Mattei lo strappo non è irreversibile: “Potrebbero venire migliori consigli nel momento in cui i sauditi dovessero assumere una posizione più accomodante verso quello che gli Emirati stanno chiedendo, cioè un cambiamento delle quote. Credo che sarebbe sufficiente a farli rientrare”, ragiona Lanza.
Ma è l’Arabia Saudita a restare il perno del cartello, riflette Lanza: “E’ il paese primus inter pares all’interno dell’Opec, che di fatto ora ha perso anche il Venezuela. I sauditi hanno il paese più attrezzato militarmente, più popoloso e più ricco. Nel quadro dell’Opec, l’Arabia Saudita è di gran lunga quello che ‘dà le carte’. Bisognerà capire quanto ascolteranno le voci che provengono da oltreoceano, e secondo me lo faranno poco. La presa che hanno avuto storicamente gli Stati Uniti nei confronti dell’Arabia Saudita in questo momento è venuto moderatamente meno per tante ragioni”. Poi continua: “Secondo me l’attenzione che noi dobbiamo prestare a quell’area in questo momento è più legato al futuro di Hormuz che al comportamento degli Emirati, che restano minoritari nel grande quadro dell’Opec. E’ un’organizzazione complessa”. Così, per Lanza, “Riad ha tutti gli argomenti buoni per far tornare indietro gli Emirati”, dice ricordando il precedente della guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta. “Ha sempre lavorato per offrire quello che si chiamava all’epoca lo swing producer”.
Per l’amministrazione Trump, che ha accusato ripetutamente l’Opec di gonfiare il costo del barile, la mossa emiratina può sembrare una piccola vittoria. Crede ci sia stato un coordinamento con Washington? “Certo che sì”, risponde Lanza senza esitazioni. Gli Emirati hanno scelto di uscire proprio quando non possono esportare liberamente perché Hormuz è bloccato, in quel che sembra non una decisione sul presente, ma un posizionamento sul dopoguerra: quando lo Stretto riaprirà, un produttore libero dalle quote potrà immettere greggio sul mercato più rapidamente, contribuendo ad alleviare (limitatamente, nel caso emiratino) il mercato globale, a partire dal Brent.
Ma per chi è un importatore netto di petrolio, come l’Italia, un cartello più debole ed un mercato frammentato non sono necessariamente buone notizie. “E’ peggio”, taglia corto Lanza. “Chi compra vorrebbe avere un prezzo decente, ma soprattutto vorrebbe una volatilità bassa. Un paese come l’Italia vorrebbe un po’ di tranquillità”. Un mercato meno frammentato e un Opec che funziona, per quanto imperfettamente, offre una forma, seppur rudimentale, di stabilizzazione: tagliare la produzione quando c’è eccesso, aumentarla quando c’è penuria. Senza quel meccanismo, o con un meccanismo più debole, il prezzo del greggio diventa più difficile da prevedere. E per un’industria manifatturiera che deve pianificare acquisti e investimenti, la prevedibilità conta almeno quanto il prezzo. “La riapertura di Hormuz è allo stesso tempo il prezzo più basso e la risoluzione di questo problema”, conclude Lanza. “Come si sa, Trump fa un passo avanti e due indietro”.