Senza un intervento a Hormuz, Putin può tornare a ricattare l’Europa con il gas

Nei prossimi mesi Mosca potrebbe decidere di chiudere i rubinetti prima del previsto: costerebbe poco (10 miliardi) e farebbe molto male all'Ue. Serve un impegno congiunto per sbloccare l’arteria che fornisce gas al mondo

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29 APR 26
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L’avviso di Claudio Descalzi è stato ignorato. Qualche settimana fa l’ad dell’Eni aveva chiesto di rinviare in extremis il bando sul gas russo che scatterà, definitivamente, nel 2027 (il 1° gennaio per il Gnl e il 30 settembre per il tubo). L’Unione europea ha deciso di andare avanti. Così è scattata la prima tappa della progressiva dismissione del gas russo, che ancora oggi rappresenta il 12-14 per cento delle importazioni totali europee di gas: dal 25 aprile è entrato il vigore il divieto peri contratti spot di Gnl, cioè inferiori a un anno. Vuol dire 4-5 miliardi di metri cubi (bcm) di gas in meno. Una quota apparentemente trascurabile, ma che è importante se si considera l’enorme impatto della chiusura dello stretto di Hormuz che ha tolto dal mercato globale il 20 per cento dell’offerta di Gnl. 
L’entità del blocco del flusso di navi gasiere nel Golfo Persico e dei danni agli impianti di liquefazione, soprattutto in Qatar, è definito nell’ultimo report trimestrale dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea). Molto ovviamente dipende da quanto a lungo lo stretto di Hormuz resterà chiuso, ma è possibile fare una conta dei danni prodotti finora. Il primo dato da evidenziare è che ogni mese di chiusura del transito corrisponde a 10 bcm di Gnl in meno sul mercato. Ciò vuol dire che finora, per i mesi di marzo e aprile, mancano 20 bcm di Gnl da Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Ma questo è solo l’inizio. Le operazioni di riavvio degli impianti di liquefazione, scrive l’Iea, possono impiegare varie settimane con una conseguente riduzione della produzione di 10 bcm dispetto alla norma. A questo si aggiungono i danni prodotti dagli attacchi militari iraniani agli impianti del Qatar, in particolare quello di Ras Laffan che è stato colpito in due treni di produzione con una capacità di 17,5 bcm: secondo QatarEnergy serviranno da tre a cinque anni per riparare gli impianti. Vuol dire, secondo i calcoli dell’Iea, che ipotizzando un tempo di riparazione di quattro anni il Qatar produrrà 70 bcm di Gnl in meno entro il 2030. Inoltre la guerra ritarderà di almeno un anno la realizzazione di progetti di espansione come il North Field East (con una capacità di 44 bcm) che sarebbe dovuto partire nella seconda metà del 2026 per concludersi nel 2027-2028: secondo l’Iea significa altri 20 bcm in meno entro il 2030.
In totale, scrive l’Agenzia internazionale dell’energia, “il conflitto in Medio Oriente ha già causato la perdita di circa 120 miliardi di metri cubi di fornitura cumulativa di Gnl per il periodo 2026-2030”. Il conto è in realtà solo un bilancio provvisorio, che può solo aumentare in base a quanto ritarderà il ritorno alla normalità dei traffici marittimi. Si tratta, in ogni caso, di uno choc molto forte e con effetti non solo temporanei ma di medio periodo, in quanto questi 120 bcm in meno rappresentano circa il 15 per cento della fornitura globale di Gnl prevista per il periodo 2026-2030.
Questo effetto negativo sarà integralmente compensato dall’entrata in funzione dei nuovi impianti di liquefazione in corso di realizzazione nel mondo, soprattutto negli Stati Uniti. Ma ciò vuol dire che l’ondata di Gnl prevista per i prossimi anni, soprattutto nel periodo 2026-28, verrà annullata. Secondo le proiezioni precedenti la guerra in Iran, nel mondo era previsto un progressivo aumento della capacità di liquefazione di 40 bcm nel 2026 che avrebbe raggiunto il picco di 95 bcm nel 2028 per poi scendere: l’aumento cumulato di capacità produttiva di Gnl previsto era di 345 bcm nel 2030. L’impatto della guerra in Iran, con i suoi -120 bcm nel quadriennio, concentrati soprattutto nell’immediato, rinvia di due anni l’ondata di nuovo Gnl e la riduce di un terzo sull’orizzonte del 2030. Questo vuol dire, ovviamente, una maggiore tensione sui prezzi che ora si attestano attorno ai 45 euro/Mwh.
In questo contesto si inserisce la discussione sulla sospensione o sul rinvio del ban al Gnl russo, il cui import è notevolmente aumentato nei primi mesi dell’anno. Lo scenario in cui è stata pensata la sostituzione del gas russo è molto diverso da quello attuale, in cui manca anche il Gnl del Qatar che è il secondo produttore globale di Gnl dopo gli Stati Uniti con 110 bcm annui che transitano dallo stretto di Hormuz.
L’Europa ha coerentemente deciso di non sospendere il divieto al gas russo che, per la sua delicatezza, non era mai stato sanzionato nei primi anni dell’invasione dell’Ucraina. Ma proprio per questa ragione l’Europa dovrebbe impegnarsi per sbloccare l’arteria di Hormuz che fornisce gas al mondo. Perché, altrimenti, in una situazione di scarsità di forniture e di aumento dei prezzi, nei prossimi mesi potrebbe essere Putin a decidere di chiudere con un anno di anticipo le forniture di gas. D’altronde per la Russia, che pure è in difficoltà economica, si tratterebbe di rinunciare a circa 10 miliardi di euro annui (tanto, secondo l’Acer, l’Agenzia europea dei regolatori nazionali dell’energia, vale la quota del 14 per cento di gas che l’Ue importa da Mosca). Ma il danno economico e politico che infliggerebbe all’Europa sarebbe di gran lunga superiore. Non sarebbe una novità, la Russia lo ha già fatto nel 2021 quando ha ridotto il flusso dei gasdotti prima dell’invasione dell’Ucraina, nel 2022 quando dopo l’invasione ha chiuso completamente il Nord Stream e, pochi mesi fa, quando ha chiuso l’oleodotto che consentiva l’arrivo in Germania del petrolio dal Kazakistan.