L’Italia discute sul decimale di deficit e protesta contro l’austerity che non c’è stata

Se il disavanzo fosse stato del 2,9 per cento invece del 3,1 poco sarebbe cambiato. Per l'Italia infatti l'obiettivo deve essere ridurre il debito monstre. Invece negli ultimi dieci anni Grecia e Portogallo, altri paesi fortemente indebitati, lo hanno ridotto. Noi no. E nonostante questo, la percezione diffusa è che in Italia sia stata fatta “austerità”

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28 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:22 AM
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Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti

Vicini ma sopra al 3 per cento di deficit per soli 600 milioni. In questo intervento tentiamo di indicare la luna, con la speranza che il lettore non si soffermi sul dito. Il dito è il deficit e indica un flusso, ovvero la differenza tra le uscite e le entrate delle amministrazioni pubbliche in rapporto al pil. Il dettaglio è che, coincidenza del destino, nel 2025 il deficit sia risultato lievemente superiore al 3 per cento, obiettivo minimo o addirittura inferiore a quanto servirebbe per raggiungere la luna, ovvero ridurre il debito. A differenza del deficit, il debito è uno stock e cumula nel tempo i deficit e la crescita del reddito nazionale. Occorre ricordare che nel 2025 il debito italiano è rimasto vicino al 140 per cento del pil ed è, ormai, il peggiore in Europa secondo le proiezioni del Fmi per il 2026. Questa banale considerazione basta per capire perché il dibattito attorno al secondo decimale del deficit è piuttosto surreale dato che, anche nel caso in cui avessimo centrato l’obiettivo minimo, l’impatto sul debito sarebbe stato identico.
Nel dibattito sembra sfuggire anche un altro aspetto. Vi è la sensazione di un rammarico poiché, stando alla narrazione, con il 2,9 per cento di deficit saremmo usciti dalla procedura d’infrazione e quindi avremmo potuto tornare a spendere (cioè a fare nuovo deficit). A parte la contraddizione, l’assunto è errato tecnicamente. Se anche fossimo usciti dalla procedura d’infrazione, infatti, c’è un vincolo ulteriore imposto dal nuovo Patto di stabilità impone: ridurre il rapporto debito/pil di 1 punto all’anno, circostanza non secondaria per l’Italia dato che sulle dinamiche del debito incidono ancora le rate (di cassa) dei bonus edilizi. Ovvero, se il deficit fosse stato del 2,9 per cento avremmo dovuto impostare una manovra di bilancio restrittiva.
Più in generale, la discussione continua a ruotare attorno a vincoli percepiti come esterni mentre la questione è tutta interna. Il punto sembra essere il rifiuto delle semplici regole contabili (oltre che dell’articolo 81 della Costituzione, da sempre ignorato) e di un piano condiviso e sostenibile di rientro dal debito. Dal 2020 a oggi abbiamo preferito spendere (e molto male) senza pensare al domani invece di generare avanzi primari sufficienti a invertire la tendenza. Ovviamente una parte della spesa era necessaria dati gli choc macroeconomici. Ma paesi che partivano da condizioni più fragili, come Grecia e Portogallo, hanno intrapreso un percorso di risanamento non perché costretti da uno scarto di pochi decimali ma perché vincolati da un obiettivo: ridurre il debito. I numeri sono impressionanti. Negli ultimi dieci anni, la somma degli avanzi primari della Grecia è di 16,8 punti di pil, quella del Portogallo 15,5 punti mentre l’Italia ha cumulato -12,6 punti. Per questo non stupisce che Grecia e Portogallo abbiano ridotto i propri debiti pubblici in modo considerevole (circa 35 punti) mentre noi no. Pur considerando il quadro macroeconomico, non abbiamo giustificazioni. E nonostante questo, la percezione diffusa è che in Italia sia stata fatta “austerità”. Contrariamente alla narrazione sull’austerity, la crescita di Grecia e Portogallo è stata circa il doppio di quella italiana negli ultimi dieci anni, ed entrambi i paesi pagano tassi d’interesse sul debito più bassi dei nostri. E’ una questione di dati, non di narrativa: quest’ultima rovescia la realtà guardando al dettaglio e non al quadro complessivo. Guardando il dito, appunto, e non la luna.
Va ricordato che la disciplina fiscale non è un vincolo imposto dall’Europa ma è una condizione di sostenibilità. Un debitore con un’esposizione pari a oltre una volta e mezza il proprio reddito non ha molti spazi per negoziare il rientro; piuttosto dovrebbe pianificarlo. L’alternativa alla disciplina condivisa, infatti, non è la libertà di spendere a piacere ma i vincoli dei mercati, cosa che l’Italia ha già sperimentato più volte e in modo brusco e doloroso. Tornando a monte, è chiaro perché l’enfasi sul decimale che ha tenuto il deficit sopra il 3 per cento sia del tutto fuorviante. Il dibattito si è concentrato su come arrotondare un numero, non su come cambiare una tendenza. Eppure il problema è più semplice ma anche più serio: l’Italia è malata di debito. Non sembra esserci una volontà di ridurlo, anzi sembra dominare la rassegnazione. In una larga fetta del corpo elettorale e della politica si è insediata l’idea che la spesa pubblica sia l’unico modo per crescere oltre che cura di ogni male. La domanda è se vi sia ancora qualcuno nel panorama politico disposto a rispettare i semplici vincoli di finanza pubblica e della macroeconomia di base.