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L’illusione di chi chiede all’Europa di salvarci o “faremo da soli”
Emettere debito proprio o rivedere il Patto di stabilità. Cosa potrebbe fare l’Ue per aiutare i paesi membri in difficoltà
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25 APR 26

Foto di Guillaume Périgois su Unsplash
Di fronte al perdurare della crisi energetica si moltiplicano gli appelli all’Europa a “fare qualcosa” per aiutare i paesi in difficoltà. Secondo alcuni osservatori, “l’Europa non ha senso se non aiuta gli stati ad affrontare l’attuale situazione”. E’ stata balenata anche l’ipotesi per cui, se l’Europa non dà risposte concrete, “faremo da soli”.
Ma cosa potrebbe fare l’Europa per aiutare i paesi membri in difficoltà, come l’Italia ad esempio? Ed eventualmente, cosa potrebbero fare “da soli” i paesi membri? Vale la pena ricordare, innanzitutto, che l’Europa a cui si chiede di fare “qualcosa” non è una entità terza, bensì l’Unione degli stati membri, che decidono nell’ambito del Consiglio europeo, su proposta della Commissione.
Esaminiamo alcune ipotesi di cosa potrebbe fare l’Europa.
La prima è quella di trasferire delle risorse finanziarie ai paesi in difficoltà. Tuttavia, l’Unione non ha attualmente risorse fresche a disposizione. Potrebbe ottenerle indebitandosi sui mercati finanziari, come fece con il Next Generation Eu predisposto dopo il Covid. Queste verrebbero poi riversate, sotto forma di doni o di prestiti, ai paesi membri in funzione di alcuni criteri. Nel caso del Next Generation Eu, l’Italia ricevette la quota più alta perché era stata colpita dal Covid prima e in modo più intenso degli altri paesi, e la situazione economica era peggiore.
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Quel modello sarebbe difficilmente replicabile oggi. Bisognerebbe dimostrare che l’Italia è il paese più colpito dalla crisi energetica e per motivi che esulano dalla sua volontà. In realtà, sebbene l’Italia sia particolarmente esposta al rincaro dell’energia, ciò è dovuto in larga parte a scelte proprie, fatte in piena autonomia, come quella di abbandonare il nucleare e quella, più recente, di smettere di investire in rinnovabili, in particolare frenando le autorizzazioni ai nuovi impianti. Non si può certo considerare la maggior dipendenza dell’Italia dalle importazioni di energia come un fattore esogeno.
In queste condizioni, appare difficile che gli altri paesi accettino di erogare all’Italia risorse a fondo perduto, come è stato fatto per il Next Generation Eu. Non solo per una questione di equità, ma anche alla luce degli scarsi risultati ottenuti proprio dal Pnrr nel sostenere la crescita italiana in modo duraturo.
Rimane la componente a prestito. L’Unione potrebbe emettere debito proprio, che poi ripresterebbe all’Italia. Si tratterebbe di debito italiano, magari a tasso favorevole, che andrebbe comunque ad aggiungersi a quello previsto in aumento nei prossimi anni, sul quale i mercati finanziari hanno ricominciato a puntare gli occhi con attenzione. L’emissione di debito comune richiederebbe inoltre un aumento del contributo degli stati membri al bilancio comunitario, Italia inclusa. In sintesi, non ha senso fare appello all’Europa per aiutare i paesi membri fin quando i cordoni della borsa sono nelle mani degli stessi paesi.
La seconda ipotesi è quella di rivedere il Patto di stabilità, che vincola i bilanci dei paesi membri, magari applicando la clausola di circostanze eccezionali o interpretando le norme in modo più flessibile. Tale proposta non è – almeno finora – sostenuta da altri paesi, nemmeno quelli mediterranei come la Grecia e il Portogallo (governati dal centrodestra) o la Spagna (dal centrosinistra). Ma anche se la proposta di flessibilizzazione delle regole venisse concordata, l’impatto dipenderebbe dal comportamento dei singoli paesi. Se l’Italia fosse la sola a decidere di beneficiare di quella flessibilità, aumentando il proprio disavanzo, verrebbe immediatamente penalizzata dai mercati finanziari, vista l’entità del debito pubblico italiano, il più elevato di tutti.
In sintesi, flessibilizzare il Patto di stabilità non ha nessun effetto se a sfruttarne i margini è solo l’Italia. Rimane l’ipotesi di “fare da soli”, il che significa presumibilmente aumentare l’indebitamento pubblico anche contro le regole e gli impegni presi in sede europea. Un precedente esiste, non molto lontano nel tempo. Vale la pena ricordarlo.
Nel 2018 il governo Conte Uno – cosiddetto giallo-verde – decise di presentare una legge di Bilancio che non rispettava la raccomandazione europea di ridurre il disavanzo del 2019 al di sotto del 2 per cento del pil. Dopo una lunga discussione con la Commissione europea e i ministri degli altri paesi, la proposta italiana di bilancio fu rivista dall’iniziale 2,4 per cento al 2,04. Nel frattempo, il differenziale tra i tassi d’interesse italiani e quelli tedeschi era schizzato oltre i 300 punti base e rimase elevato per buona parte del 2019.
Lo spread scese solo quando la manovra di bilancio italiana fu modificata e diventò molto più restrittiva di quanto inizialmente stimato. A consuntivo, il disavanzo pubblico del 2019 scese all’1,5 per cento del pil, il livello più basso di sempre. Il governo che aveva “battuto il pugno sul tavolo” a Bruxelles contro le regole e contro l’austerità aveva poi dovuto fare retromarcia e attuare la restrizione fiscale più austera di questo secolo. Con effetti fortemente restrittivi sull’attività economica. L’esperienza mostra che andare “da soli” è rischioso. Quando si perde credibilità, è poi molto costoso recuperarla.