Oltre Hormuz e la Russia. Il futuro del gas si gioca tra Stati Uniti, Canada e Argentina

La riapertura dello Stretto è precaria e i prezzi energetici non torneranno ai livelli pre guerra. La nuova capacità produttiva globale di Gnl, per due terzi nel continente americano, sta già ridisegnando le rotte energetiche adattandosi al rischio politico

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9 APR 26
Ultimo aggiornamento: 03:11 PM
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La nave metaniera Elisa Aquila, a disposizione della flotta Edison per il trasporto di Gnl mentre scarica al terminale di Piombino circa 165.000 metri cubi liquidi di Gnl per essere rigassificati e immessi nella rete nazionale.

Dopo l’annuncio dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, e quindi della riapertura dello Stretto di Hormuz, il prezzo del gas è crollato: i contratti sul Ttf di Amsterdam sono scesi repentinamente attorno a 43 euro al megawattora, circa il 20 per cento in meno rispetto ai 53 euro/MWh del giorno precedente. E’ comunque un livello nettamente superiore ai 30 euro/MWh che si registravano prima dell’inizio della guerra.
Quanto sia precario l’equilibrio che ha riaperto l’arteria da cui passa circa un quinto del gas naturale liquefatto (Gnl) globale, prodotto soprattutto in Qatar, è evidente dalla notizia, diffusa ieri pomeriggio dall’agenzia iraniana Fars news, della richiusura dello Stretto da parte di Teheran in risposta agli attacchi di Israele alle postazioni di Hezbollah in Libano, una questione che non fa parte dei termini della tregua siglata con Trump. Ma qual è il futuro del mercato del gas?
Nell’immediato non cambia molto. Il calo del prezzo riflette un cambiamento delle aspettative, ma al momento non sono state registrate navi metaniere che abbiano tentato di attraversare lo stretto, quindi sul piano degli approvvigionamenti la situazione resta invariata. Il flusso dovrebbe ripartire quando i dettagli tecnici della tregua saranno più precisi e gli armatori avranno maggiori garanzie di poter transitare in sicurezza, sempre che l’accordo regga sul piano politico e il negoziato prosegua senza intoppi.
Ma anche nel caso di uno scenario positivo, ovvero di un’apertura stabile dello Stretto di Hormuz, è improbabile che i prezzi tornino ai livelli ante-guerra. Perché il conflitto ha prodotto delle conseguenze. Alcune materiali, come ad esempio il danneggiamento dell’impianto di Gnl di Ras Laffan in Qatar che, per tornare a operare a pieno regime, necessita di vari mesi di lavori; mentre servono fino a cinque anni per rimettere in sesto altri due impianti qatarini colpiti dai missili iraniani. L’altra conseguenza, di tipo geopolitico, è proprio la chiusura dello Stretto di Hormuz, un precedente che ovviamente aumenta l’incertezza e quindi i prezzi.
Nel medio termine, però, le cose dovrebbero cambiare. Proprio per la risposta all’aumento del rischio geopolitico, da parte sia dei paesi produttori sia di quelli consumatori. Inoltre, nei prossimi anni la capacità produttiva globale di Gnl – che attualmente si attesta a 462,5 milioni di tonnellate – dovrebbe aumentare del 50 per cento in questo decennio, con la conclusione di molti investimenti programmati nel quinquennio passato, soprattutto nel 2027 e nel 2028. Secondo le proiezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), l’incremento di capacità annua di liquefazione che nel 2025 è stata di 35 miliardi di metri cubi (bcm), salirà poi a 40 bcm nel 2026 fino a raggiungere il picco di 95 bcm nel 2028 per poi scendere. L’aumento cumulato di capacità produttiva sarà di circa 345 bcm nel 2030, più o meno quanto l’intero consumo europeo.
Molto rilevante è la geografia di questi nuovi progetti, che mostra come anche gli investimenti si stiano adattando al rischio politico. Quasi due terzi della nuova capacità produttiva di Gnl sarà infatti realizzata nel continente americano, dove (al momento) la sicurezza non è un problema. Il grosso sarà ovviamente negli Stati Uniti con circa 171 bcm aggiuntivi di Gnl, ma importanti investimenti ci saranno anche in Canada, Messico e Argentina. I motivi che spingono i paesi a puntare sul gas sono diversi. Ad esempio il Canada, con il primo ministro Mark Carney, ha deciso un’inversione di rotta rispetto alle politiche green del suo predecessore e compagno di partito Justin Trudeau, proprio in reazione alla politica commerciale aggressiva di Trump. Carney ha deciso di fare del Canada una potenza globale del Gnl, in modo da diversificare i mercati di esportazione e non essere più estremamente dipendente dagli Usa.
Per il Giappone il blocco di Hormuz è stato un colpo analogo alla guerra in Ucraina per l’Europa: Tokyo ha improvvisamente scoperto la fragilità del suo sistema produttivo eccessivamente dipendente dagli approvvigionamenti del Golfo, così come l’Europa lo era dal gas russo. Così il Giappone sta cercando di diversificare le fonti energetiche, da un lato puntando sulle rinnovabili e rilanciando il nucleare (un’inversione a 180 gradi dopo l’incidente di Fukushima), dall’altro cercando fornitori geopoliticamente più affidabili come Australia, Canada e Stati Uniti: nell’accordo sui dazi siglato con Trump, analogo a quello firmato dall’Ue, sono previsti 550 miliardi di dollari di investimenti giapponesi nel settore dell’energia e in particolare del Gnl. Dopo la chiusura di Hormuz questi progetti prenderanno nuovo slancio.
D’altro canto è anche ciò che sta facendo l’Italia. L’Eni che prima era molto esposta con la Russia e storicamente molto presente in Africa, un continente molto instabile, ha recentemente allargato il proprio orizzonte investendo in posti ritenuti più sicuri. Un esempio è l’investimento da 15 miliardi con Petronas in Indonesia e Malesia. L’altro è l’investimento da 20 miliardi di dollari in Argentina, insieme alla locale compagnia statale Ypf, per realizzare due impianti di Gnl che forniranno 16 bcm l’anno dal promettente bacino non convenzionale di Vaca Muerta. Il rischio politico guida gli investimenti e ridisegna le rotte energetiche, cercando forniture sicure prima che prezzi bassi.