Arriva il private debt in Italia: un rischio o un’opportunità per le imprese? Il vantaggio flessibilità

Il decreto legge del governo sulla disciplina dei fondi di credito è un prezioso strumento di finanziamento per l’economia italiana, in forma complementare rispetto al credito bancario. L'analisi

di
7 APR 26
Immagine di Arriva il private debt in Italia: un rischio o un’opportunità per le imprese? Il vantaggio flessibilità

Foto di Luca Bravo su Unsplash

Con il Decreto legislativo n. 39 del 13 marzo 2026 (dl), il governo ha dato attuazione alla seconda Direttiva europea sui gestori di fondi di investimento alternativi (Fia), anche nota con l’acronimo “Aifmd II”. Il dl, a partire dal 16 aprile 2026, modifica gli articoli 46-bis e seguenti del Testo unico della Finanza, introdotti nel 2016 dal governo Renzi per dare una prima disciplina ai fondi di credito, l’attore principale della finanza alternativa alle banche, per gli addetti ai lavori “private debt”.
Fra le principali novità, si segnalano: la previsione di specifici presidi prudenziali a tutela degli investitori, come limiti all’utilizzo della leva finanziaria, obblighi rafforzati di gestione del rischio di liquidità e di credito, e misure volte a prevenire conflitti di interesse e fenomeni di moral hazard; la semplificazione, per i fondi costituti in uno stato membro diverso dall’Italia, dei requisiti per avviare l’operatività in Italia (basterà una mera informativa alla Banca d’Italia); e la fissazione, per i finanziamenti concessi dal Fia di credito a un singolo debitore che rientra in alcune categorie predefinite (impresa finanziaria, Oicvm o Fia), di un limite del 20 per cento del capitale del finanziatore (poiché il veicolo maggiormente usato dagli investitori per acquisire immobili in Italia è il Fia, la nuova disciplina rischia di frenare lo sviluppo del private debt nel settore immobiliare italiano a meno che non intervenga un chiarimento normativo che escluda dai debitori “problematici” i Fia immobiliari). La riforma persegue il lodevole obiettivo di ampliare le fonti di finanziamento all’interno dell’Ue, sfruttando lo sviluppo esponenziale che il private debt ha conosciuto negli ultimi anni a livello globale. Secondo l’ultimo report dell’Alternative Credit Council (l’associazione dei principali gestori di fondi di credito), le masse gestite da fondi di private debt ammontavano a circa 3.500 miliardi di dollari a fine 2024, di cui circa due terzi negli Stati Uniti. La raccolta arriva da investitori istituzionali (76 per cento) ma il retail è in crescita.
Il successo del private debt è dovuto alla possibilità di garantire all’investitore una cedola regolare (fra il 5 e il 10 per cento, a seconda del tipo di fondo) a fronte di un portafogli di investimenti ben diversificato e selezionato secondo parametri volti a contenere il rischio default. La reputazione di questa asset class è stata recentemente intaccata da alcuni articoli di stampa che, riportando i timori di una parte degli analisti statunitensi su una presunta bolla del private debt prossima allo scoppio in quel mercato, hanno allertato gli investitori. Tali timori sono infondati se si guarda all’Europa (Italia inclusa). I gestori europei (e soprattutto quelli italiani) hanno sempre tenuto un approccio più cauto rispetto ai loro omologhi d’oltreoceano in termini di leva finanziaria, sia a livello del fondo da essi gestito, sia in relazione ai singoli investimenti effettuati dal fondo medesimo.
In Italia il private debt è stato utilizzato soprattutto per finanziare l’acquisto di società italiane da parte fondi di private equity, nonché a supporto di complesse operazioni di sviluppo immobiliare. Nel settore “corporate”, ossia il mondo dei finanziamenti alle imprese, il private debt – allo stato – non ha attecchito molto: gli imprenditori italiani non amano leve finanziarie eccessive e hanno tradizionalmente privilegiato il canale bancario, facendo affidamento su consolidati rapporti con una o più banche di relazione.
Per le imprese, il vantaggio principale dei fondi di credito si chiama flessibilità. I fondi possono offrire una leva finanziaria più alta e, a fronte di una remunerazione più elevata, possono anche accettare che il proprio credito sia postergato rispetto a quello delle banche o di altri creditori dell’impresa, ovvero che gli interessi siano capitalizzati; inoltre, i fondi concedono più agevolmente finanziamenti con rimborso integrale del capitale alla scadenza, e possono investire anche nel capitale di rischio dell’impresa, tema cruciale in caso di aziende sottocapitalizzate. Anche in ragione di questi vantaggi, e di altri eventi recenti (la fine dei programmi emergenziali di garanzie pubbliche decretata qualche mese fa dal governo) o prossimi (i limiti di concentrazione che le banche dovranno gestire all’esito del consolidamento del mercato bancario), è prevedibile che il private debt diventi sempre di più, e in un numero crescente di settori, un prezioso strumento di finanziamento per l’economia italiana, non necessariamente in competizione ma anzi in forma complementare rispetto al credito bancario. Le recenti novità legislative, a cui Banca d’Italia e Consob daranno piena attuazione entro il 16 ottobre 2026, faciliteranno questo trend e forniranno ulteriori argini normativi per evitare gli eccessi non salutari che si sono visti in mercati molto diversi e distanti dal nostro.