L’Ilva non ha santi a cui votarsi

Produzione al minimo e piani che cambiano di mese in mese. Il ministro Urso promette rilanci ma a Taranto resta solo la sensazione di una fine già scritta



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2 APR 26
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Gli impianti dell'acciaieria ex-Ilva a Taranto (foto di Donato Fasano/Getty Images)

Taranto. Per la città Taranto i riti della settimana santa sono la ricorrenza religiosa e tradizionale più importante dell’anno, con un’asta per le statue da portare in processione che sfiora i 200 mila euro a santo. E da sempre una delle ricorrenze clou è il precetto pasquale in Ilva, alla presenza di vescovo, politici, istituzioni, sindacati e lavoratori. Quest’anno per la prima volta nella storia la messa si è tenuta in sordina, senza autorità religiose e civili. Una scelta dell’azienda, in mano ai commissari straordinari voluti dal ministro delle Imprese Adolfo Urso, risentiti della freddezza della curia.
Urso qualche mese fa aveva chiamato il vescovo per sincerarsi della sua protezione ma, anche qui, senza risultati. Ieri l’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero, lo ha detto senza filtri: “Dopo tanti sacrifici e nessun risultato, tenere aperta quella che fu la più grande acciaieria d’Europa non conviene più”. Il precetto alla fine è stato celebrato da da padre Angelo Bissoni, cappellano del vicino quartiere Tamburi: “L’immagine che io mi faccio è che l’Ilva è già nella tomba. Questo modo di fare e di gestire la fabbrica ha già prodotto i suoi disastri ed è arrivato al capolinea. E’ dentro la tomba, e questa non è un’opzione, è un dato oggettivo”. E’ L’estrema unzione definitiva per il siderurgico.
Quella laica l’aveva data qualche settimana fa il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri: “Ilva è già chiusa”. In effetti il siderurgico, con una capacità produttiva e forza lavoro da 8 milioni di tonnellate d’acciaio, oggi ne produce meno di 2, con 6 mila dipendenti in cassa integrazione straordinaria, e 50 milioni di euro di perdite al mese. Eppure il ministro Urso dice di averla salvata. “I commissari stanno portando avanti un programma di manutenzione straordinaria per consegnare entro marzo impianti funzionanti e sicuri al futuro acquirente, con una capacità produttiva di almeno 4 milioni di tonnellate”. Lo diceva il ministro rispondendo in questione time alla Camera il 4 dicembre 2025. Stesse identiche frasi ripetute ieri. Identica location, ma la scadenza è stata spostata ad aprile. Va avanti così da tre anni la gestione di Ilva del governo.
Era settembre 2024 quando Urso bandì la gara di vendita e disse che sarebbe stata ceduta entro la primavera 2025. E’ passato un anno e questa gara ancora non è finita. Ovviamente per il ministro è sempre colpa degli altri. Prima di Mittal, che secondo Urso stava distruggendo la fabbrica e ha arrecato danni per 7 miliardi di euro. Ma la verità dovrà stabilirla il tribunale dato, che anche ArcelorMittal ha fatto causa risarcitoria nei confronti dello stato. Poi è diventata colpa della procura di Taranto, del tribunale di Milano, del comune di Taranto, di tutti tranne che sua. Per la scellerata decisione di abbandonare il revamping dell’altoforno 5 in cambio dell’appoggio dell’allora presidente della Puglia, Michele Emiliano, e cacciare “i pirati indiani”.
Per fortuna la premier Gioria Meloni se n’è accorta, forse in ritardo, ma in tempo per intervenire evitando la vendita al gruppo americano Flacks. Per mesi Urso ha detto che mr. Flacks era l’unico acquirente in trattativa, pronto a cederla a fine marzo. Solo quando è stato trovato un nuovo candidato sono state chieste a Flacks le garanzie bancarie che non è stato in grado di fornire. Il tono delle dichiarazioni passa così da “quando arriverò a Taranto sarà come quando i Beatles arrivarono in America” a “le banche non fanno prestito, i soldi deve darceli lo stato”. Possibile che Urso non avesse verificato la solidità economica del gruppo prima di aprire la trattativa? Un giorno verranno resi pubblici i dettagli del bando di questa gara?
Secondo le dichiarazioni di Urso è previsto anche un pure un piano industriale dettagliato: tre altoforni a Taranto, uno a Genova, un rigassificatore, ecc. Un piano da 10 miliardi di euro, che ovviamente nessun investitore al mondo metterebbe mai a Taranto. E infatti, dopo la scoperta del bluff di Flacks, Urso è corso in India per precipitarsi a richiamare Jindal (già scartato a settembre). L’imprenditore indiano propone un piano per Taranto con un solo altoforno da 2 milioni di tonnellate, e anche lui per farlo chiede l'intervento pubblico, aiuti di stato, scudo penale e licenziamenti. Il resto lo porterebbe dall’Oman. Non un grande successo per il ministro del Made in Italy.