Riforma del Tuf, politica di bilancio e futuro di Mps. Parla Freni

“Mercati finanziari? A misura di Pmi” commenta il sottosegretario leghista al Mef riguardo le modifiche al Testo unico della finanza. E sull'agenda del governo annuncia: “Niente austerità, ma tenendo i conti in sicurezza”

di
28 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 10:20 AM
Immagine di Riforma del Tuf, politica di bilancio e futuro di Mps. Parla Freni

Il sottosegretario al ministero dell'Economia e Finanze Federico Freni.

Sono giorni di fibrillazione nel governo e nella maggioranza dopo il referendum, ma se si parla con Federico Freni tutto sembra proseguire normalmente: “Normali dinamiche politiche dopo un voto così importante”. Ieri il Consiglio dei ministri ha approvato, nell’ultimo giorno disponibile, la riforma del Testo unico della finanza (Tuf) a cui il sottosegretario all’Economia ha lavorato negli ultimi anni. C’erano state molte critiche alla bozza elaborata dal governo, soprattutto da parte dei fondi di investimento internazionali per l’indebolimento dei diritti delle minoranze, erano obiezioni sensate? “Quando si riforma qualcosa non esistono obiezioni che non hanno senso, perché tutte provengono da legittimi portatori di interessi – dice Freni al Foglio –. Abbiamo ricevuto delle osservazioni critiche dagli investitori istituzionali e abbiamo corretto il tiro su alcuni punti, limitando ad esempio i voti multipli e maggiorati, dando maggior rilievo alle minoranze in alcune operazioni straordinarie, o prevedendo che nel nuovo regime delle neo quotate solo gli investitori istituzionali possano proporre liste di minoranza. Non è ovviamente cambiato l’approccio alla base della riforma, che è la piena valorizzazione dell’autonomia statutaria. Alla fine credo che il coordinamento con le legittime esigenze degli investitori istituzionali sia stato trovato. Ma soltanto il tempo ci dirà se lo abbiamo trovato nel modo corretto o meno”. 
In cosa la riforma del Tuf dovrebbe rendere il sistema finanziario più competitivo? Sarà più simile a quello di altri paesi europei o avrà delle peculiarità sue? “Noi dobbiamo puntare all’unità dei mercati finanziari europei, e per farlo dobbiamo portare le regole italiane al livello di quelle europee. Questo ha voluto dire per esempio, e so che è un tema che ha destato enormi polemiche, portare la soglia Opa al 30 per cento perché eravamo l’unico paese europeo che aveva soglie differenziate. Abbiamo fatto un lavoro di omogeneizzazione complessiva delle regole al benchmark europeo, senza però dimenticare le peculiarità di un mercato fatto di Pmi. E quindi abbiamo immaginato un nuovo regime dedicato espressamente a chi capitalizza sotto un miliardo di euro e a chi si quota ex novo, una sorta di menù statutario da cui si possono scegliere istituti che consentono una governance più snella, funzionale a risolvere quelli che il mercato ci ha detto essere i problemi principali di chi non si quotava o usciva dal mercato. Queste sono state le due direttrici”.
Il referendum costituzionale è stato uno scossone politico che avrà un impatto sulle scelte del governo. C’è inoltre un contesto economico non favorevole, perché la guerra ha peggiorato le prospettive di crescita. Infine, siamo già entrati in campagna elettorale. Tutto questo farà cambiare la politica di bilancio del governo, la prudenza evocata dal ministro Giorgetti, verso una politica di bilancio espansiva ed elettoralistica? “Non credo che le politiche di bilancio si possano dividere tra politiche elettoralistiche e politiche di austerity. La vera distinzione – dice il sottosegretario leghista – è tra una politica di bilancio seria e rispettosa dei vincoli, quella che il ministro Giorgetti ha definito tante volte quella del buon padre di famiglia, e politiche di bilancio che non tengono d’occhio le regole. Poi è ovvio che le regole vanno coordinate con l’andamento del paese e con le variabili esogene, come la guerra. Non credo che il 2026 e il 2027 saranno anni di politiche elettoralistiche e neppure anni di austerity: il governo continuerà, con la coerenza che tutti ci hanno riconosciuto, a dare risposte a famiglie e imprese nel rispetto dei vincoli di bilancio e della solidità dei conti da cui dipende la credibilità strutturale di un paese”.
Per il 2025 c’è stata l’infelice sorpresa nei conti dell’Istat di uno 0,1 per cento di deficit in più, che ha portato il disavanzo al 3,1 per cento. L’Italia sarebbe dovuta uscire con un anno di anticipo dalla procedura d’infrazione e non accadrà. Questo cambia la prospettiva che il governo aveva per il 2026? “Lo 0,1 in più non conta molto, anche perché è solo un dato provvisorio, io aspetterei il dato definitivo per fasciarsi la testa o per festeggiare – risponde Freni –. In ogni caso, questo decimale non ha alcun impatto sui mercati. E’ ovvio che uscire dalla procedura di infrazione con un anno di anticipo è un booster che consente di fare delle scelte di politica economica diverse rispetto a quelle che si possono fare con un paese in pendenza di politica d’infrazione. Ma non cambia le scelte macro del governo”.
Prima ha parlato di unità dei mercati finanziari a livello europeo. Unicredit ha fatto un’offerta per Commerzbank in Germania, dove però c’è ostilità della politica tedesca. Qual è la posizione del governo italiano? Ed è credibile nel sostenere operazioni transfrontaliere dopo aver usato il golden power per operazioni domestiche? “Non credo sia opportuno commentare una specifica operazione, ma in generale le operazioni transfrontaliere vanno incentivate. E da italiano sono contento quando sono portate avanti da banche italiane. Detto questo, con la stessa forza rivendico l’utilizzo del golden power sulla vicenda Unicredit-Banco Bpm, perché ha consentito di tutelare un interesse nazionale che nel caso era della tutela dei risparmi e degli investimenti italiani”.
Poste ha lanciato un’offerta su Tim. Qual è il giudizio del governo? E’ un’operazione di mercato o una rinazionalizzazione? “Non parlerei di rinazionalizzazione, soprattutto in questo caso, è un’operazione di pieno mercato di aggregazione non soltanto finanziaria ma industriale. Poi che lo stato sia azionista di controllo di Poste non toglie nulla al valore industriale di un’operazione che consente di stabilizzare un asset sul settore delle telecomunicazioni che diventa sempre più strategico”.
Ultima domanda su un’altra società di cui il governo è azionista come Mps. Inizialmente era una preda che nessuno voleva, poi si è trasformata in cacciatrice, ora c’è stato il ritiro delle deleghe dell’ad Luigi Lovaglio. Qual è il giudizio della gestione di Mps in questi anni e come voterà il Mef nella prossima assemblea che dovrà nominare il nuovo consiglio di amministrazione? “Nel 2021 nessuno voleva Mps, bisognava convincere gli investitori a mettere 10 milioni, non 8 miliardi, perché tutti pensavano sarebbe stato l’ennesimo fallimento – dice Freni –. Il fatto che oggi Mps sia passata da preda a soggetto aggregatore è una grandissima soddisfazione per il sistema paese. Il merito va ovviamente a chi ha creduto in quel progetto, dagli azionisti al management. Detto questo, è ovvio che non esistono abiti giusti per tutte le stagioni e che la stabilità di Mps è oggi un valore troppo importante per non essere preservato in accordo con chi, come i soci, ha creduto in quel piano di crescita e sviluppo. Lo stato, che era socio dominante Mps, oggi non lo è più e quindi quello che sarà l’esito dell’assemblea di metà aprile sarà deciso dai soci”. Ma il governo come voterà in assemblea? “Lo scopriremo solo vivendo, ci sono altre due settimane di tempo”.