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L'analisi

L'incredibile resistenza del mercato del lavoro ucraino sotto le bombe

Davide Mattone

La resilienza del mercato del lavoro ucraino ad affrontare agli choc è sorprendente. Nonostante la forza lavoro si sia ridotta di un quarto, la disoccupazione è tornata ai livelli del 2021. E i salari reali sono tornati sopra i livelli pre guerra già dal 2024. Uno studio di Boeri, Anastasia e Zholud

La stragrande maggioranza degli studi macroeconomici sulle economie di guerra riguarda il periodo post bellico e si concentra sulla ricostruzione e sulla transizione, piuttosto che sulla resistenza. Per guerre come quelle in Afghanistan o Iraq, per esempio, i decadenti sistemi istituzionali locali non hanno permesso una raccolta dati precisa e accurata. Andando ancora indietro nel tempo, si pensi alle guerre mondiali del Novecento, la raccolta statistica è stata incompleta.

Per questo, l’ultimo studio di Giacomo Anastasia insieme a Tito Boeri e Oleksandr Zholud sul “Mercato del lavoro in Ucraina (sotto le bombe)”, pubblicato dalla rivista Eco, offre uno spaccato sulla resistenza della società e dell’economia ucraina negli ultimi 4 anni, e lo fa guardando al mercato del lavoro, e dunque al tasso di disoccupazione, e ai salari reali.

Dal 2022, secondo l’Unhcr, oltre 6 milioni di persone, il 15 per cento dei 41 milioni di residenti in Ucraina nel 2021, sono fuggite all’estero. Si tratta di 2,8 milioni di lavoratori emigrati, a cui vanno aggiunti i 750 mila ucraini mobilitati nell’esercito, e i milioni di cittadini residenti nelle regioni occupate dai russi dove il mercato del lavoro, in alcune aree, ha smesso di esistere. In totale, la forza lavoro ucraina nei territori non occupati si è ridotta di un quarto rispetto al periodo pre guerra. Eppure nel 2024 la disoccupazione è tornata ai livelli del 2021 (circa 10 per cento) dopo aver toccato nel 2022 picchi del 20 per cento. Anche sui redditi, gli indicatori economici sono migliori di quanto ci si potrebbe aspettare. I salari reali, ossia al netto delle variazioni dei prezzi, erano tornati già due anni fa sopra i livelli pre guerra e sembrano continuare a crescere, seppur in maniera moderata.

La resilienza del mercato del lavoro ucraino ad affrontare agli choc è sorprendente. E’ aumentata la partecipazione delle donne, che per esempio ora ricoprono ruoli nelle miniere. Così come è aumentata quella degli anziani e delle persone con disabilità, perché in tempi di crisi chiunque è chiamato a contribuire, a modo suo. Gli autori rimarcano come la difficoltà delle imprese nel trovare lavoratori, e viceversa, sia risultata in un calo dell’efficienza del mercato del lavoro solo della metà di quello registrato negli Usa dopo la crisi finanziaria del 2008. Questo anche grazie – e a causa – delle differenti dimensioni socioeconomiche regionali, che migliorano via via ci si allontana dal fronte di guerra.

Le perdite in termini di capitale umano, soprattutto tra i lavoratori qualificati, sono state comunque giganti. L’economia di guerra ha saputo riallocare risorse dall’uso civile alla difesa, cercando di mantenere intatta la sua capacità produttiva e il livello degli occupati – sebbene a discapito dei servizi legati all’energia e all’estrazione o alle attività scientifiche – che è rimasto positivo in termini assoluti anche grazie alla diffusione del lavoro da remoto, che ha permesso a sfollati e rifugiati di continuare a lavorare.

Per questo Boeri e gli altri due autori cercano di fornire delle coordinate per la ricostruzione, una volta che l’invasione russa sarà respinta o terminata. Gli economisti per esempio non scordano le ferite demografiche, oppure l’importanza dell’integrazione socioeconomica dei veterani con sussidi e incentivi, ma anche supporto psicologico. In ogni caso, sarà essenziale investire nell’istruzione e nella ricerca per ricostruire il capitale umano, e altrettanto prioritario dovrà essere l’impegno a mantenere alta l’occupazione femminile. Non sarà di certo facile, ma non lo sono stati nemmeno gli ultimi quattro anni di coraggiosa resistenza ucraina.

 

 

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