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Per una vera riforma fiscale serve coraggio sulle tax expenditures
L’eliminazione di una parte più o meno ampia delle spese fiscali potrebbe fornire la copertura di una parte della riforma; e soprattutto promuovere un notevole ampliamento della base imponibile, rendendo possibile una riduzione delle aliquote nominali Irpef
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20 MAY 23
Ultimo aggiornamento: 04:00 AM

(foto Ansa)
Il sistema tributario italiano dopo 50 anni dall’ultima grande riforma richiede un intervento di manutenzione straordinaria. Le modalità di prelievo attuali sono invecchiate e in parte obsolete. L’evoluzione dell’economia italiana, soprattutto in seguito alla diffusione dell’economia digitale e alla globalizzazione – con la riduzione del peso del lavoro dipendente, rispetto alle forme di lavoro autonomo e l’emergere dei giganti digitali – ha fatto sì che larga parte delle imposte esistenti non sia più in linea con le sottostanti basi imponibili. L’elevata mobilità dei capitali rende complesso tassare alcune basi imponibili e porta gli stati nazionali ad agire solo su alcune di esse. Le misure di riforma per alcune imposte possono essere pensate per lo più solo a livello internazionale, come ha evidenziato il percorso Ocse per una minimum tax sulle imprese multinazionali. Il potere degli stati nazionali nelle scelte di tassazione si è molto ridotto ed esiste ancora solo su alcune basi imponibili – lavoro e patrimonio.
Innanzitutto, è necessario un riequilibrio del peso fiscale tra le diverse basi imponibili, con una riduzione dell’imposizione Irpef. E’ necessario, perciò, uno spostamento di una parte del carico tributario, dal lavoro e dall’impresa alle altre basi imponibili (ad esempio i consumi). In questi trent’anni, l’Irpef è stato stravolta da un “su e giù” dei diversi governi che hanno sopravvalutato le potenzialità sul piano dell’equità. I suoi meriti in termini di progressività si sono notevolmente indeboliti ed è ormai chiaro che serve un ripensamento di fondo.
Le distorsioni dell’Irpef sono chiare. La progressività nominale agisce quasi solo sui redditi da lavoro dipendente e da pensione. L’imposta porta con sé altre forme di progressività, occulte ma non per questo meno importanti: alla progressività normale, legata alle aliquote nominali, se ne sono aggiunte almeno altre due, legate alle detrazioni fiscali e alla spesa sociale. Alla progressività delle aliquote e degli scaglioni si aggiungono, all’aumentare del reddito, la perdita di larga parte delle detrazioni e di alcune forme di spesa sociale che rendono l’effetto distributivo dell’imposta incoerente. Si determina così un evidente squilibrio tra chi paga (progressività dell’imposta) e chi riceve (progressività della spesa). Il reddito da lavoro non solo paga l’imposta ma al suo crescere si perdono i vantaggi delle detrazioni e l’accesso alle forme gratuite di spesa sociale. Un ripensamento appare urgente anche sulle addizionali regionali e comunali, che colpiscono solo il lavoro dipendente e le pensioni e che producono effetti negativi sull’equità e il finanziamento della sanità.
Al punto in cui siamo, mantenere un’imposta che conserva un’accentuata progressività solo sui redditi da lavoro dipendente e da pensione, cioè su chi ha limitate possibilità di occultamento della base imponibile, ha poco senso. Per molte ragioni, il potere redistributivo delle imposte si è purtroppo molto attenuato nel corso del tempo. E allora ci vuole coraggio e si devono rivedere il numero e il livello delle aliquote, ovviamente con coperture adeguate e senza effetti sul disavanzo – a partire dalla lotta all’evasione.
Al punto in cui siamo, mantenere un’imposta che conserva un’accentuata progressività solo sui redditi da lavoro dipendente e da pensione, cioè su chi ha limitate possibilità di occultamento della base imponibile, ha poco senso. Per molte ragioni, il potere redistributivo delle imposte si è purtroppo molto attenuato nel corso del tempo. E allora ci vuole coraggio e si devono rivedere il numero e il livello delle aliquote, ovviamente con coperture adeguate e senza effetti sul disavanzo – a partire dalla lotta all’evasione.
Non è più rinviabile, perciò, una revisione sistematica delle tax expenditures e delle forme di vantaggio fiscale che producono un costo elevato e notevoli distorsioni. L’eliminazione di una parte più o meno ampia delle spese fiscali potrebbe fornire la copertura di una parte della riforma; e soprattutto promuovere un notevole ampliamento della base imponibile (base broadening), rendendo possibile una riduzione delle aliquote nominali – quindi meno distorsioni. Il peso delle spese fiscali è cresciuto moltissimo negli ultimi 25 anni e adesso il nostro paese presenta due record: il numero più elevato (740) e il più alto valore in rapporto al pil (circa il 6,5 per cento). Sono stati fatti diversi tentativi in passato per ridurre le spese fiscali, ma tutti senza successo. E ciò è vero per la sinistra e la destra. Quindi la questione cruciale è: come tagliare le spese fiscali? Data la forza dei diversi gruppi di interesse beneficiari delle misure agevolative, sono possibili due approcci: voce per voce oppure con misure orizzontali.
Un approccio voce per voce è in principio quello più efficiente, ma anche quello più difficile. Si potrebbero eliminare le spese più distorsive, di importo più piccolo, quelle più obsolete, dove è chiara la misura di favore per i vari gruppi di interesse. Questo approccio però o è generale – sono riviste più o meno tutte le spese fiscali – oppure diventa complesso da realizzare e rischia di scatenare resistenze forti da parte dei beneficiari. L’altro approccio è quello di non effettuare interventi selettivi ma di introdurre tetti di diverso tipo per tutti i contribuenti, per recuperare parte del gettito. Colpendo tutte le misure agevolative più o meno nella stessa misura (in percentuale o con altri limiti), sarebbero ammorbidite le resistenze delle varie lobby – anche se non verrebbero eliminate le spese fiscali. La sfida è ambiziosa, ci vuole coraggio, ma se spiegata bene i contribuenti potrebbero capire che la perdita di alcune spese fiscali sarebbe compensata da una riduzione delle aliquote, con un sistema più semplice e meno distorsivo. E’ un test decisivo per capire se il nostro paese sia ancora governabile, oppure sia ormai definitivamente controllato dai vari gruppi di interesse.