Checco Zalone in Quo Vado?, un film del 2016 diretto da Gennaro Nunziante 

Pa e privati:  il dialogo che manca  

Mario Fabbri

Saggi e ricerche. Alla radice di uno scontro di civiltà

Al direttore - In un recente articolo sul mio libro “Il carattere meridionale”, Stefano Cingolani riprende l’osservazione di Carlo Borgomeo che nel sud le grandi aziende del nord, con la loro seducente offerta di posti stabili e sicuri, finiscono per disincentivare l’imprenditorialità in molti meridionali. È davvero così? La letteratura moderna ci suggerisce, sul tema del posto fisso nel meridione, qualche elemento di riflessione in più. Elementi polemici come quelli offerti da Francesco Saverio Nitti, poi primo ministro, secondo cui sotto i Borboni certuni riuscivano a far assumere i figli al Banco di Napoli ancor prima dei dieci anni d’età. Elementi più leggeri come quelli suggeriti da Checco Zalone che in “Quo vado?” difende eroicamente il suo posto di statale contro ogni trasferimento architettato dalla implacabile dottoressa Sironi.

 

Il tema è sempre lo stesso: quale migliore datore di lavoro dello stato? Negli anni Sessanta il sacerdote e sociologo trentino Franco Demarchi svolse preziose indagini su questo tema. “Il prestigio di cui gode lo stato nel Mezzogiorno  consente di far apprezzare meglio presso la parentela e nella cerchia dei conoscenti locali la sua alta collocazione sociale, indipendentemente dal livello di retribuzione. Infine, la sicurezza della carriera appaga le aspettative a lungo termine”. Per contro dagli anni Ottanta dell’Ottocento la gioventù del nord comincia a essere attratta dall’industria e a spregiare le occupazioni da ‘travet’. Cosicché nel 1921 Turati dice alla Camera che “il fenomeno [della ricerca di posti nello stato] si è arrestato nel nord d’Italia quando si sviluppò la grande industria. Permane nel sud…”.

   

E oggi, un secolo dopo, fuori dall’insegnamento, la pubblica amministrazione si è ‘meridionalizzata’, come dice Sabino Cassese. E questa grande domanda di posti di lavoro, da parte dei meridionali, nella pubblica amministrazione ha finito per creare una pubblica amministrazione grande e, magicamente, ha fatto pure comparire il lavoro che la giustifica! E la logica è semplice. Chi oserebbe criticare un controllo aggiuntivo, se tutela lo stato? Perciò le “tutele” possono crescere senza limiti e lodevolmente. Dice Demarchi: che “delle pratiche presentate al Ministero dei lavori pubblici per costruire un edificio qualunque devono passare per ben 56 istanze”. Dice questo nel 1965. Ma oggi siamo certo più evoluti… Questa logica si può replicare quanto si vuole per creare quanti posti di lavoro si desiderino, e l’effetto è che le pratiche diventano sempre più lunghe a dispetto di tutti i tentativi di razionalizzazione e automatizzazione. E le attività economiche – questo è il punto – incontrano ostacoli e ritardi sempre maggiori ogni volta che si devono incrociare con lo stato. Cioè, oggi, sempre più spesso.  

 

Ma l’aspetto più interessante di queste considerazioni sugli ostacoli allo sviluppo creati dalle pubbliche amministrazioni è che valgono in molte altre regioni del mondo. Prendiamo un paese che arriva a modernizzarsi. Comincerà dotandosi di un’amministrazione all’occidentale, di impiegati, ministeri, piani di sviluppo. E, se il paese è “meridionale” , come in America latina, Africa, parti dell’Asia, la classe istruita sarà fortemente attratta dalla prospettiva di un impiego nello stato. E dal posto di statale otterrà il proprio reddito. Si troverà a far girare normative complesse che renderanno difficile la vita alle attività produttive e “industriali”.

  

È una interessante chiave di lettura sul fallimento dei piani di sviluppo di tanta parte del mondo. Sentiamo l’economista peruviano, Hernando De Soto, che ha svolto accurate indagini su questi paesi meridionali, a cominciare dal Peru in cui “Occorre quasi un anno, lavorando sei ore al giorno, per ottenere la licenza legale per operare su una macchina da cucire per scopi commerciali”. Egli estende le sue ricerche a Filippine, Haiti ed Egitto e trova ovunque un’identica sindrome “iperburocratica”. Concludo citando dal mio libro: “L’Italia è diversa dagli altri paesi per la curiosa circostanza di avere un sistema produttivo-industriale prevalentemente settentrionale ed una pubblica amministrazione quasi completamente meridionale. Da più di un secolo le due parti sono in chiara opposizione caratteriale tra loro. Ma il recente aumento del peso delle norme sulle attività economiche ha ora spostato i rapporti di potere a favore della pubblica amministrazione meridionale, poco riguardosa, se non ostile, verso attività produttive e industrie. Di conseguenza, l’Italia sta diventando  più simile ai tanti paesi meno ricchi, meno industrializzati del sud del mondo”.
 

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