Nel 2021 l’Economia della bellezza ha rappresentato il 24 per cento del Pil nazionale
Le imprese del settore beauty l'anno scorso si sono dimostrate più resilienti rispetto a quelle di altri settori, nonostante il biennio difficile dovuto al Covid
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20 JUN 22

(Foto di Unsplash) <br />
Le aziende del settore della bellezza hanno rappresentato nel 2021 il 24,1 per cento del Pil nazionale, dimostrandosi più resilienti rispetto a quelle di altre aree, aprendosi inoltre al concetto di responsabilità sociale. Per il 58 per cento degli italiani infatti i valori dell’azienda sono un parametro “decisivo” nella scelta di brand e prodotti e per il 33 per cento sono “importanti”, evidenziando quanto le tematiche Esg abbiano acquisito centralità per i consumatori. Questi sono alcuni dei dati rilevati dal Market Watch Economia della bellezza, realizzato dall’ufficio studi di Banca Ifis e giunto alla sua seconda edizione: il biennio 2020-2021 preso in considerazione ha acceso un faro sull’importanza della responsabilità sociale e su come, di conseguenza, si sia evoluto il concetto stesso di bellezza proteso verso i concetti dell'etica e della “giustizia”.
Gli elementi di grande novità è che quest'anno il concetto stesso di Economia della bellezza si evolve e si arricchisce del cosiddetto “purpose-driven”. ll concetto dello scopo, del purpose, legato a un’attività di business, diventa parte integrante del processo generativo di un'impresa in senso più ampio. Per le aziende e i brand rappresenta l'insieme di idee, valori e propositi che ne caratterizzano l'essenza. La scelta di costruire un'attività fondata sui valori oltre che sul profitto non è un fenomeno esclusivo degli ultimi anni ma l'89 per cento delle imprese purpose-driven sono già consolidate sul mercato.
Sono sei gli ambiti principali su cui è usualmente incentrato il purpose di un’impresa: parità di genere; sostenibilità sociale, economica e ambientale; partecipazione e democratizzazione; diversità generazionale; benessere dei lavoratori; territorio e comunità locale. Dallo studio è emerso anche che la diffusione dei modelli di business purpose-driven non è una moda ma una richiesta dei clienti. Inoltre un altro aspetto emerso dall'analisi è la necessità di nuove competenze: quasi il 50 per cento dei percorsi formativi saranno da creare ex novo. Quindi, il modo con cui oggi è impostato il modello formativo non sarà più funzionale in un prossimo futuro.