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Altro che contrasto alle frodi: il cortocircuito sui bonus edilizi

Enrico Zanetti

Con la pubblicazione del decreto "Sostegni-ter" sono cambiate le condizioni di cessione riguardanti i bonus edilizi, spiazzando così coloro che avevano già stipulato contratti d'appalto preliminari

Nella tardissima serata di giovedì 27 gennaio è finalmente approdato in Gazzetta ufficiale, dopo quasi una settimana trascorsa a fari spenti dopo il Consiglio dei ministri che lo aveva più annunciato, che approvato, il decreto “Sostegni-ter”. Il governo, in perfetto stile orwelliano, è riuscito nell’impresa di varare un decreto la cui finalità e il cui oggetto è l’introduzione di “misure urgenti in materia di sostegno alle imprese e agli operatori economici, di lavoro, salute e servizi territoriali, connesse all’emergenza da Covid-19, nonché per il contenimento degli aumenti dei prezzi nel settore elettrico”. Tuttavia, l’esecutivo l’ha usato come veicolo per inserirvi anche una sorta di blitz che, letteralmente da un giorno per l’altro, stringe di moltissimo le possibilità di cessione dei bonus edilizi (chiara norma di “sostegno alle imprese e agli operatori economici”).

 

In un batter d’occhio, decine di migliaia di ristrutturazioni e acquisti di case ristrutturate, con contratti d’appalto e preliminari di compravendita già stipulati, si sono ritrovate spiazzate, sia dal punto di vista della modalità di gestione delle opportunità fiscali di cui credevano di poter fruire (fino al 2024, stando alla proroga concessa appena poche settimane prima da un legislatore evidentemente bipolare) e ancor più dal punto di vista della relativa pianificazione finanziaria. Per tutelare l’affidamento di tutti questi sudditi (imprese, professionisti, famiglie), il governo, nella sua magnanimità, ha pensato di introdurre, insieme alle modifiche entrate in vigore il giorno stesso di pubblicazione in Gazzetta ufficiale, una norma transitoria che consente di cedere ancora una volta i crediti già oggetto di precedenti opzioni entro il prossimo 7 febbraio. La data di “tutela” così ravvicinata sarebbe già di per sé una simpatica presa per i fondelli anche in condizioni di perfetta efficienza operativa della macchina, data l’elevata complessità delle procedure e i tempi correlati. Ma diventa una autentica e deliberata provocazione nell’istante in cui, a tutt’oggi, continua a essere materialmente impossibile cedere i crediti di imposta relativi alle spese sostenute nell’ultimo mese, perché le procedure informatiche dell’Agenzia delle entrate non sono ancora aggiornate per ricevere le comunicazioni delle opzioni relative alle spese sostenute nel 2022.

 

In questo gigantesco corto circuito, frutto del più totale ed evidente menefreghismo per chi lavora e produce e di assoluta incapacità di raccordare l’iperproduttività di chi suggerisce norme con l’ipoproduttività di chi deve mettere a punto le procedure per renderle applicabili, solo un messaggio giunge chiaro a tutti coloro che non hanno oggi come unico gravoso impegno quello di mettere due volte al giorno una scheda in un’urna. E cioè che, se questi cambiamenti delle carte in tavola derivassero non già da comportamenti delle istituzioni politiche e tecniche dello stato, ma da comportamenti di privati, sarebbe un attimo parlare di richieste di danni per inadempimenti contrattuali, quando non di vere e proprie truffe.

 

Perché alla fine è questo il punto: legiferando e gestendo le cose in questo modo pedestre, non si fanno misure per il contrasto delle frodi perpetrate da una assoluta minoranza di imprese e contribuenti; si fanno misure che perpetrano esse stesse autentiche truffe di stato a danno della grande maggioranza di imprese e contribuenti (oltre che, ben inteso, del sistema economico nel suo complesso).
 

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