svolte digitali

Tre idee a costo quasi zero per cambiare la vita dei cittadini con una pa digitale

Alfonso Fuggetta

È una rivoluzione che richiede tempo. E sono necessarie una grande chiarezza di visione da parte dei decisori politici e una azione di comunicazione che spieghi ai cittadini il senso delle azioni proposte

Non passa giorno senza che ci si lamenti dei limiti, delle carenze e dei fallimenti dei sistemi digitali delle amministrazioni pubbliche. La pandemia non ha fatto altro che estremizzare e rendere ancora più chiaro e drammatico il gap tra le attese dei cittadini e delle imprese, e le risposte che le amministrazioni sono in grado di offrire. Perché siamo in questa situazione? Diversi sono i motivi. Di questi vorrei approfondirne uno: la strategia di intervento in tema di digitalizzazione che è stata adottata in questi anni.

 

Per farlo, però, serve prima una piccola descrizione di come sono strutturati i sistemi informatici. Semplificando, un moderno sistema informatico è composto da due parti: frontend e backend. Il frontend è ciò che vedono gli utenti: la app o il sito web. Il backend è tutto ciò che non si vede: i server con le banche dati e i servizi applicativi relativi. Per anni, la strategia del governo si è occupata principalmente dei servizi di frontend (abbiamo fatto portali e app: per esempio, la app Io). E certamente abbiamo tanti sistemi anche di qualità, ma sono quasi sempre silos isolati: i backend non interagiscono.

 

La conseguenza? Le amministrazioni hanno basi di dati ridondanti e i processi sono frammentati e inefficienti. Le ricadute per il cittadino sono molteplici: siamo noi cittadini che spesso dobbiamo farci carico di portare le informazioni da un ufficio all’altro tramite i “certificati” che di certo non servono a noi, ma sono necessari per far sapere ad un ufficio una qualche informazione prodotta da un altro ufficio; si fa fatica ad avere servizi centrati sui cittadini perché ogni amministrazione pensa ed opera solo alla luce della propria missione e competenza.

 

Perché questo accade? I motivi principali sono tre. In primo luogo, le norme e i vincoli che regolano il funzionamento delle amministrazioni pubbliche complicano lo sviluppo di relazioni trasversali (privacy). In secondo luogo, manca un coordinamento centrale in tema di progettazione e standardizzazione dei sistemi informatici e dei dati da essi utilizzati. Infine, c’è la preoccupazione di digitalizzare l’esistente: invece di ripensare da zero servizi che siano utili al cittadino, digitalizziamo gli adempimenti esistenti quando in realtà una buona comunicazione tra amministrazioni permetterebbe di farli sparire e farne nascere di nuovi e utili. Purtroppo, una operazione profonda e incisiva su processi e sistemi di backend non si vede e richiede lunghi tempi per essere attuata.

 

Quali sono le azioni che dovrebbero essere attuate? Qualche accenno per punti. Serve una progettazione organica che identifichi il numero minimo di basi di dati e archivi necessari e non ridondanti. E' necessario definire un modello e un insieme di standard che rendano univoco e semplice far parlare tra loro le amministrazioni. Inoltre, è necessario superare gli accordi “punto a punto” e definire regole che a monte definiscano e regolino una volta per tutte i rapporti tra amministrazioni pubbliche. In generale, non serve “semplicemente” digitalizzare, quanto semplificare i processi e le procedure grazie e per tramite delle tecnologie digitali. Infine, se le basi di dati delle amministrazioni fossero interoperabili, i servizi di frontend potrebbero essere offerti anche da privati, in combinazione con altri servizi già offerti a noi cittadini. È una rivoluzione che richiede tempo. E sono necessarie una grande chiarezza di visione da parte dei decisori politici e una azione di comunicazione che spieghi ai cittadini il senso delle azioni proposte, così da far percepire loro anche la complessità e i tempi di completamento dei processi che devono essere avviati. 

        

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