Rider dipendenti. Il mercato cresce e Just Eat li assume

Maria Carla Sicilia

Ai quattromila fattorini della piattaforma di food delivery sarà offerto un contratto di lavoro subordinato: nessuna nuova legge, ma l'effetto della trattativa con i sindacati. Parla il capo di Just Eat Italia 

Dopo tentativi di mediazione fatti di tavoli ministeriali e infinite promesse naufragate, una parte dei rider italiani sarà effettivamente assunta con un contratto di lavoro subordinato e questo grazie alla trattativa privata che dallo scorso novembre coinvolge Just Eat e le parti sociali. Lunedì è stata siglata l’intesa che prevede l’assunzione dei fattorini, finora pagati a cottimo, con contratti di lavoro a tempo indeterminato: i rider che attualmente lavorano per la multinazionale del delivery come autonomi – circa quattromila – potranno scegliere se accettare l’offerta di lavorare come dipendenti, godendo così di tutte le indennità previste dal contratto nazionale della Logistica.

 

E’ stato quel contratto il punto di partenza della trattativa, che si è poi conclusa con un accordo aziendale sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e approvato anche dai collettivi di rider che non si riconoscono nei sindacati confederali. Tutti d’accordo tranne la Ugl, che nella difesa dell’autonomia del lavoro dei rider fa fronte comune con l’associazione datoriale Assodelivery, da cui Just Eat è uscita proprio per perseguire questo percorso di assunzioni. Eppure, come nota Daniele Contini, il country manager per l’Italia di Just Eat, quello che si è creato a valle della trattativa rappresenta “un modello innovativo di flessibilità”.

 

“Siamo nell’ambito del contratto della Logistica e dei Trasporti ma con una serie di peculiarità che tengono conto delle caratteristiche del food delivery”, spiega al Foglio: “Per esempio la necessità di avere dei turni più brevi, che rispondano ai picchi di lavoro che registriamo negli orari serali e nei weekend”. E infatti – sottolineano anche i sindacati – il compromesso raggiunto coniuga la necessità di tutelare i lavoratori con la flessibilità che da sempre caratterizza la figura dei rider. “Abbiamo contratti da 10, 20 o 30 ore e questo consente di avere un impegno ridotto in base alle proprie necessità, senza rinunciare alle indennità aggiuntive che l’accordo prevede: cerchiamo di mettere insieme il meglio dei due mondi”.

 

La trattativa è iniziata a novembre ed è frutto di un cambio di strategia dopo la fusione di Just Eat con Takeaway. “La nostra – dice Contini – è una scelta etica dettata anche dal nuovo management, un modello già testato in oltre 12 paesi prevalentemente europei: abbiamo la tecnologia e il team necessario per gestire questa trasformazione, un team in crescita che ha sede tra Milano e Amsterdam”.

 

In crescita è anche tutto il mercato del food delivery, già promettente prima della pandemia, che in Italia ha aumentato la sua quota di circa il 50 per cento rispetto all’anno precedente e vale circa 1,1 miliardi euro, nonostante i colpi di coda giudiziari e i tentativi politici di introdurre nuove formule contrattuali. Alla fine l’unica contrattazione finora conclusa dimostra proprio questo: che non c’è nessuna nuova legge da inventarsi per garantire maggiori tutele per i lavoratori della gig economy, va solo favorito il dialogo tra parti sociali e imprese. “L’accordo raggiunto è un elemento di ulteriore chiarezza dal punto di vista normativo”, continua Contini, “che ci consente di essere più tranquilli e più sicuri di come operare. E questo è fondamentale per un’azienda che investe in Italia”, dove spesso questa chiarezza di regole e norme manca, o peggio cambia. Quel che è certo è che il precedente di Just Est sarà chiamato in causa nelle trattative con le altre piattaforme, che da oggi hanno un motivo in meno per sostenere di non poter inquadrare come dipendenti i propri fattorini. In compenso avranno una scelta in più i consumatori, che potranno decidere se essere sensibili o meno alle tutele dei rider da cui si fanno portare la cena.

 

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  • Maria Carla Sicilia
  • Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Praticante da luglio 2020.