Ilva e lo stato improvvisatore

Soldi pubblici nell’Ilva al posto di quelli di Mittal. Ma l’improvvisazione rischia solo di condurre al deserto industriale
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12 DEC 20
Ultimo aggiornamento: 05:13 AM
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Nei suoi 55 anni di storia, comprensiva del siderurgico di Taranto, solo per 17 anni Ilva è stata privata. Le privatizzazioni del centrosinistra degli anni 90 dimenticarono le regole di responsabilità sociale e di partecipazione dei lavoratori. Ma i nostalgici non ricordano come la siderurgia pubblica lasciò il campo, regalandoci ripiegamento industriale e occupazionale, disastri ambientali e spesso corruzione.
Dal 1995 fino al 2013 ci furono i Riva, dopo di che l’azienda fu a governo pubblico in amministrazione straordinaria fino alla fine del 2018. ArcelorMittal ne è responsabile da gennaio 2019. Da allora, in una gara a evidenza pubblica, la regione ha sostenuto la seconda cordata che ha perso la gara e ha fatto tutti i ricorsi possibili. Sul tema sono intervenuti Tar, Avvocatura dello stato, Antitrust europeo. Questo era il benvenuto. Dopo l’accordo sindacale del 6 settembre 2018 sembrava finalmente spianarsi la strada e invece? A maggio 2019, dopo cinque mesi di gestione ArcelorMittal, vanno male le elezioni europee al M5s e cambia l’accordo siglato che prevedeva lo scudo penale limitato all’applicazione del piano industriale.
Tra Conte 1 e Conte 2 una delle continuità è proprio questo argomento, che a luglio porta l’azienda ad annunciare il disimpegno. Al grido di “è una multinazionale predatoria, tanto vuole andarsene”, si è fatto di tutto per farla andar via. Torniamo all’accordo: dopo un periodo di affitto degli asset industriali, Arcelor avrebbe pagato 1,8 miliardi per l’acquisto e altrettanti per la riqualificazione industriale. Tolto lo scudo penale, l’azienda portò progressivamente via i migliori tecnici per evitare che subissero procedimenti penali per cose risalenti ai tempi dei Riva o dei commissari. Ora rinasce l’acciaio di stato. L’intervento pubblico nel polo siderurgico non sarà temporaneo. Anzi, crescerà nel tempo. All’inizio, Invitalia e AM InvestCo avranno il 50 per cento a testa della nuova Ilva, ma nel 2022 lo stato salirà al 60 per cento.
Prima della pandemia, i commissari europei Almunia prima e Vestager poi hanno sempre impedito le operazioni che portavano al controllo statale della siderurgia, vedremo nel 2022. Sul versante occupazionale si parte teoricamente con 3.000 cassintegrati, che scenderanno a 2.500 nel 2022, a 1.200 nel 2023 e poi via via fino ad azzerarsi con l’impiego di tutti i 10.700 operai nel 2025. Ma la sostanza è che dopo solo sei mesi, prima il Conte 1 e poi il 2 hanno convinto, assecondando M5s e Pd pugliesi, i Mittal ad andarsene: compenseranno i 4 miliardi che avrebbe messo la multinazionale con quelli dei contribuenti.
Un capolavoro, ora Ilva è stata deprezzata da una gestione assurda e dalle istituzioni locali che ne vogliono la chiusura. Invitalia verserà 400 milioni per sedersi a un tavolo in cui ArcelorMittal sarà rappresentata da un manager funzionale a minimizzare i costi della exit strategy. Non ci è nota la strategia che sottende il nuovo accordo né le competenze di gestione con cui eseguirlo. L’acciaio non dorme mai e lo stiamo importando da Germania, Turchia e Rep ceca. Con buona pace del sovranismo. La “transizione” sarà fatta da forni elettrici, hub di Dri (preridotto) e tanta cassa integrazione, in attesa del 2025 a idrogeno.
L’unica cosa buona è il rifacimento dell’Afo5 che i commissari hanno solo spento senza avviare l’intervento. Il forno elettrico ha meno criticità emissive, è comunque poco green e altamente energivoro. Ma cosa c’entra con la decarbonizzazione? Anche la linea “idrogeno subito” non sta in piedi. Perché il progetto più avanzato di applicazione alla siderurgia al momento è un impianto pilota in costruzione in Svezia a Luleå e l’industrializzazione è prevista per il 2026.
Nel frattempo bisognerebbe lavorare per utilizzare le aziende italiane che hanno brevettato un procedimento chimico di trasformazione della plastica non riciclabile in compositi per industria e produzione di idrogeno che oggi costa, altrimenti, sei volte la sua alternativa. Continuo a pensare che un paese che crede nell’industria debba sfidare il capitalismo sull’innovazione e sulla sostenibilità. Sostituirlo è costoso per l’ambiente e i cittadini e in compenso aiuta la desertificazione industriale italiana.