(foto Ansa)

Come fare delle piccole imprese il traino dell'èra del Recovery

Marco Fortis

Farle crescere senza mortificare il loro assetto industriale. Tre ragioni per mettere a nudo i falsi miti del nanismo italiano

Nelle ultime settimane è tornato prepotentemente nel dibattito economico il tema della bassa crescita italiana e sono state elencate varie cause all’origine del fenomeno, alcune vere, altre no. Tra le prime sono state giustamente ricordate: la scarsa efficienza della pubblica amministrazione, l’eccessiva burocrazia, la lentezza della giustizia, i ritardi infrastrutturali e del sistema scolastico e formativo, il divario Nord-Sud. Tra le seconde cause sono state invece riesumate, secondo un vecchio e abusato cliché: il nanismo delle imprese, la bassa produttività delle stesse, la scarsa competitività italiana nel commercio estero, i ritardi nella ricerca e sviluppo. E, quel che è peggio, queste seconde cause sono state attribuite genericamente un po’ a tutto il sistema economico italiano, mettendo insieme punti di forza come la manifattura con punti di debolezza conclamati come, ad esempio, i servizi pubblici. Non è evidentemente più possibile andare avanti in modo così raffazzonato e confuso nel trattare temi estremamente importanti per il nostro Paese come la produttività, la competitività, l’innovazione. Cercheremo pertanto di offrire un contributo di chiarezza su alcuni punti.

 

Innanzitutto, è vero che guardando agli ultimi 20-25 anni l’Italia mostra una crescita modestissima della sua produttività considerando l’intero complesso del sistema economico. Ma, se dal lungo periodo si passa ad analizzare il medio periodo e se si considerano separatamente i diversi settori, si potrà constatare che la situazione è molto cambiata negli ultimi anni. Infatti, i dati mostrano una netta divaricazione tra la produttività dell’industria manifatturiera, che recentemente è cresciuta molto, e quella del resto del sistema economico, che è invece rimasta stagnante. Ciò perché le riforme del mercato del lavoro e di Industria 4.0 hanno enormemente aumentato la produttività e la competitività della manifattura, mentre un analogo rafforzamento non è avvenuto nei servizi pubblici, nelle banche e nelle professioni. Tant’è che tra i maggiori Paesi dell’euro l’Italia è, con l’Austria, l’economia che ha mostrato nell’ultimo quinquennio (2015-19) il più forte incremento medio annuo composto della produttività del lavoro nella manifattura (misurata come valore aggiunto per occupato a prezzi costanti, dati OCSE): più 1,8 per cento. La crescita della produttività manifatturiera italiana ha altresì determinato un forte incremento del valore aggiunto della nostra manifattura (più 11,6 per cento nel quinquennio 2015-19, contro più il 5,7 per cento della Germania) e della nostra competitività nel commercio internazionale, fatto testimoniato, più che da qualunque altro indicatore, dal livello del nostro surplus commerciale con l’estero per i manufatti non alimentari, che nel 2019 è stato di 92,3 miliardi di euro: un dato che ci posiziona quinti assoluti al mondo e secondi nel mondo occidentale e in Europa dopo Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud. C’è poi la questione del “nanismo” delle nostre imprese. Ma è un vero problema? Lo è sicuramente nei servizi ma non nella manifattura, perlomeno non nei termini in cui la questione viene dipinta dalla vulgata corrente. Ciò appare chiaro se guardiamo non solo ai dati di cui sopra ma anche a quelli seguenti di produttività per classi di addetti. Si consideri, a questo proposito, il confronto Italia e Germania. La produttività media manifatturiera dei due Paesi (data dal valore aggiunto per occupato) ci vede indubbiamente soccombenti: 79.900 euro i tedeschi contro solo 64.500 per l’Italia nel 2017. Ma questo dato è chiaramente falsato dal nostro elevato numero di microimprese con meno di 20 addetti (estendendo il concetto di microimpresa a tutti gli operatori da 1 a 19 addetti e non solo fino a 9 addetti come avviene comunemente). Infatti, l’Italia conta 354.976 microimprese con meno di 20 addetti su un totale di 383.585 imprese manifatturiere. L’esistenza di un così elevato numero di microimprese non deve però essere percepito come un elemento di freno del nostro sistema produttivo.

 

Primo, perché anche senza le microimprese accusate di “nanismo” l’Italia conserverebbe comunque le sue posizioni di eccellenza nei maggiori settori di specializzazione del made in Italy: resteremmo infatti primi nell’UE-27 per valore aggiunto nell’abbigliamento e nelle pelli-calzature e secondi (dopo la Germania) nelle macchine e apparecchi meccanici e nei mobili e sedute.

 

Secondo, perché le microimprese sono comunque attori essenziali nelle filiere produttive e di subfornitura all’interno dei distretti industriali italiani e al servizio delle nostre imprese più grandi, che traggono dalle relazioni con le microimprese importanti vantaggi in termini di efficienza.

 

Terzo, perché pur avendo una produttività mediamente bassa le nostre numerose microimprese generano comunque grandi cifre in termini di valore aggiunto a cui sarebbe stupido rinunciare solo per poter “abbellire” statisticamente il dato della produttività media. Basti pensare che nell’abbigliamento le nostre sole microimprese con meno di 20 addetti sarebbero comunque la prima nazione dell’UE-27 per valore aggiunto (escludendo l’Italia), davanti alla Germania e alla Francia; e sarebbero la seconda nazione europea nella pelletteria-calzature dopo la Francia. Nella meccanica le microimprese italiane da sole sono più importanti di intere nazioni come la Danimarca, la Finlandia o il Belgio; nei mobili precedono la Spagna, nei prodotti in metallo sono davanti alla Polonia, negli alimentari sono davanti all’Austria.

 

E’ chiaro, in definitiva, che l’elevata presenza di microimprese nei nostri settori di specializzazione abbassa, sì, la nostra produttività media manifatturiera complessiva ma accresce e non frena affatto le nostre leadership settoriali. Inoltre, e ciò è pressoché sconosciuto, nelle altre classi dimensionali di impresa la nostra produttività non sfigura affatto in confronto a quella tedesca. Infatti, nelle piccole imprese manifatturiere con 20-49 addetti l’Italia precede la Germania per produttività del lavoro: 59.400 euro contro 52.300. Lo stesso avviene nelle medie imprese con 50-249 addetti: 77.300 euro contro 62.900. E anche nelle grandi imprese con più di 250 addetti l’Italia non è poi così distante dalla Germania: 95.700 euro contro 99.700. Anzi, escludendo il settore auto, la produttività media manifatturiera del lavoro risulta più alta in Italia che in Germania perfino nelle grandi imprese: 96.900 euro contro 93.300. Tutto ciò non significa che l’Italia non debba attuare misure che favoriscano la crescita dimensionale delle aziende. Ma tale crescita dimensionale non dovrebbe riguardare le microimprese e il loro presunto nanismo quanto piuttosto le nostre medie e grandi imprese: per rafforzarle, farle diventare protagoniste ancor più innovative e mondiali ed evitare che esse, raggiunti certi limiti di capitalizzazione, vengano acquisite da gruppi stranieri.

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