Idee per riabitare l'Appennino

Nicoletta Tiliacos

Il terremoto colpì le Marche nel 2016, ma il cantiere più grande d’Europa per la ricostruzione non è ancora partito

Il 21 luglio si è aperto il Festival della Soft Economy promosso da Symbola, la Fondazione per le qualità italiane, a cui fa seguito fino al 25 luglio il XVIII Seminario estivo della Fondazione. Titolo comune, “L’Italia che verrà. Comunità territori e innovazioni contro paure e solitudini” (programma e incontri in streaming su symbola.net). L’intervento qui pubblicato riguarda il tema del convegno di apertura, dedicato alle Marche e alla ricostruzione post sisma 2016.


    

Il cantiere più grande d’Europa, già finanziato con fondi europei ammontanti a quindici miliardi di euro da dividere tra ricostruzione privata e pubblica, aspetta ancora di partire. E’ la grande opera di ricostruzione dei luoghi colpiti dal terremoto 2016-17 che, sommata a quanto deve ancora essere completato all’Aquila dopo il sisma del 2009, rappresenta un’opportunità davvero unica per mole e risorse in campo. Sarebbe assurdo non coglierla, a maggior ragione in un momento come questo.

   

Ma che cosa significa, concretamente, ricostruire/rigenerare le Marche e tutto il Centro Italia terremotato? Piccola premessa sotto forma di ricordi personali. Il primo riguarda il Maestro Bruno Cagli, marchigiano e per ventun anni presidente dell’Accademia di Santa Cecilia. Cagli amava ripetere che “le Marche sono, al mondo, il territorio con la più alta densità di teatri storici. Meravigliosi teatri, anche in paesi piccolissimi, la maggior parte dei quali chiusi e misconosciuti” (il Foglio, 12/03/2011). Il secondo ricordo risale a pochi giorni prima del 24 agosto 2016, ed è quello di una visita con un gruppo di amici al museo civico diocesano di Visso, il bellissimo borgo dei Sibillini che come tanti altri è in attesa di tornare a vivere dall’ottobre del 2016, quando il terribile colpo di coda del sisma svuotò decine di paesi del maceratese. Quel museo, prima del sisma, raccoglieva decine di opere di arte sacra tra il XII e il XVIII secolo, ognuna delle quali farebbe la gioia di qualsiasi istituzione museale al mondo. Sempre lì, in una sala appositamente climatizzata, era conservato uno dei due manoscritti dell’“Infinito” di Leopardi.

      


Investire sull’Appennino è investire sul futuro dell’Italia.
E l’Appennino rinasce se si ricostruiscono le comunità


    

Perché questi ricordi? Perché ricostruire le Marche e il Centro Italia non significa semplicemente restituire una casa a chi non ce l’ha più. Significa rifondare la consapevolezza del ruolo culturale, delle bellezze, delle risorse dell’Appennino centrale, che ha diritto a un futuro all’altezza della sua storia e dei suoi talenti, che sono tanti e, come i piccoli teatri marchigiani, spesso misconosciuti. Rigenerare l’Appennino centrale significa capire che l’idea di tornare a vivere nei borghi, non per nostalgie bucoliche fuori tempo massimo ma perché nei borghi – dotati di banda larga, di buoni collegamenti, di strutture scolastiche e di presìdi sanitari di qualità, di costruzioni concepite rispettando standard di sicurezza e di efficienza energetica, di programmi di valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale diffuso – si può felicemente vivere, lavorare, far crescere i figli, incontrare il mondo, tanto quanto nella grande città. E’ questa la sfida da non mancare, uno dei concreti terreni su cui i discorsi sulla “sostenibilità”, sempre pericolosamente vicini al luogo comune puntualmente disatteso, possono trovare l’occasione per diventare realtà. Ed è questo il programma che risponde a chi teme che i paesi distrutti o inagibili, una volta rimessi in piedi, si dimostrino “gusci vuoti” privi di vita.

   

Investire sull’Appennino è investire sul futuro dell’Italia. E l’Appennino rinasce se si ricostruiscono le comunità, oggi assottigliate, disperse, disorientate. Non solo a causa del sisma e dei grandi ritardi della ricostruzione, ma perché la catastrofe ha accelerato un processo di sfaldamento e di disgregazione in atto da tempo. La montagna soffriva già di dissesto idrogeologico, lo spopolamento e la depressione delle attività economiche erano attivi e operanti ben prima del 24 agosto del 2016. Oggi sappiamo che la montagna abbandonata è una perdita secca per tutti, perché vanno in sofferenza tutte le attività di controllo, manutenzione, cura dei territori di cui si giovano l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo. A tutto questo possiamo aggiungere, dopo il Covid-19, che mantenere in vita, popolato, curato l’Appennino significa costruire una buona trincea contro futuri eventi pandemici. Non è un caso se la cosiddetta riscoperta dei borghi, le riflessioni sulla nuova centralità delle aree interne – ora sinonimo di marginalità, ma non è stato sempre così – si stanno facendo strada nel discorso pubblico anche a seguito della grande paura e del grande isolamento portati dalla pandemia. Quei luoghi partecipi di una medesima cultura materiale, a dispetto dei confini di quattro regioni che li attraversano, quei luoghi che sono gli stessi da cui è partita la ricivilizzazione europea benedettina, possono oggi diventare il battistrada e il modello di un buon vivere che non dimentichi l’antico ma sappia usare il nuovo. Ci sono le risorse e altre ne arriveranno, ci sono progetti anche annosi (uno per tutti, l’Appennino Parco d’Europa, caro ad Alexander Langer), c’è l’invito europeo a fare della green economy un’opzione permanente dei presenti e futuri modelli di sviluppo.

  


    Non abbiamo corso alcun rischio di decisionismo, in questi anni.
Abbiamo semmai assistito
a un gran rimpallo di responsabilità


   

Ma è necessario dare fiducia ai sindaci e alle popolazioni, così come avvenne in Friuli dopo il terremoto del 1976. Assistendoli, supportandoli, creando condizioni normative ed economiche per avviare la ricostruzione delle comunità. Che ha bisogno certamente delle case, dei luoghi di culto con le loro bellezze ripristinate e riportate nelle loro sedi, che ha bisogno di servizi e infrastrutture ma anche di condizioni il più possibile stabili e protratte nel tempo di vantaggio economico e fiscale, al fine di richiamare attività, popolazione attiva, famiglie con bambini. Invece oggi vediamo che anche solo per ripristinare nove chilometri di Salaria, nel Piceno, tra le frazioni di Arquata del Tronto o quel che ne rimane, e rendere meno problematica la vita a coloro che hanno scelto di rimanere nei luoghi del terremoto, quattro anni ancora non bastano. Sono all’anno zero della ricostruzione anche cittadine importanti come Camerino, sede di un’Università che si è distinta anche in questi anni difficili per non aver gettato la spugna e aver proposto programmi che scommettono sull’innovazione.

    

Non abbiamo corso alcun rischio di decisionismo, in questi anni. Abbiamo semmai assistito a un gran rimpallo di responsabilità, mentre l’attesa si prolungava, la speranza veniva meno, molti dei vecchi residenti della montagna ferita andavano altrove, nuove ordinanze si aggiungevano alle vecchie, in una sorta di beffardo gioco dell’oca dove ogni due passi si veniva rimandati alla casella di partenza. Oggi, il nuovo commissario straordinario per la ricostruzione sisma 2016, Giovanni Legnini, in carica da pochi mesi, ha impresso una svolta tangibile, a cominciare dallo stile di interlocuzione con gli amministratori locali e le associazioni dei terremotati. Con i suoi primi provvedimenti si sono aperti spiragli di fiducia, che aspettano però, oltre a quelli già adottati, ulteriori passaggi concreti. Alcuni sono affidati al prossimo scostamento di bilancio – e speriamo che non ci siano intoppi – su altri è vitale provvedere. E’ necessario che, almeno per le zone del cratere, l’estensione temporale dell’eco/sismabonus vada ben oltre il dicembre del 2021, data attualmente fissata dal decreto Rilancio, perché altrimenti proprio le aree più distrutte, vale a dire quelle in cui una ricostruzione antisismica di qualità ha più ragion d’essere, paradossalmente non farebbero in tempo a usarlo. Vanno definite procedure semplificate di ricostruzione per i borghi storici, che consentano di superare gli scogli rappresentati dai vincoli più vari e da stati di proprietà di difficile accertamento, soprattutto là dove gli archivi comunali sono andati distrutti. Va introdotta nel cratere appenninico una zona economica speciale che duri nel tempo, per attrarre investimenti, consolidare quelli esistenti, creare occasioni di occupazione. Tutto questo è necessario, se vogliamo veder partire davvero il cantiere più grande d’Europa, se vogliamo veder riabitato l’Appennino.

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