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Fase Bonomi

Dove punta la linea lombardo-aggressiva verso il governo della nuova Confindustria

17 Giugno 2020 alle 06:00

Fase Bonomi

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria (foto LaPresse)

Milano. Dal sostegno a Industria 4.0 alle critiche per una fase 3 “che non si vede”. In mezzo, le previsioni drammatiche sul pil e due anni di governi Conte con cui non è mai stato tenero. Ora Carlo Bonomi, imprenditore lombardo e presidente di Confindustria, vuole indirizzare un rilancio italiano che negli Stati generali non ha visto. E presenta oggi il libro programmatico di Confindustria al governo. Tra sfida e collaborazione.

 

Quando nel giugno del 2017 venne eletto presidente di Assolombarda, si trovò sul palco della Scala a dialogare con il viceministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda sostenendo con forza il suo programma per l’Industria 4.0, strada maestra dell’innovazione su cui del resto l’Associazione degli industriali lombardi aveva già puntato dagli anni precedenti. Ora, giugno 2020, Carlo Bonomi è da poco stato eletto presidente di Confindustria, in piena emergenza Covid, e si trova a dare battaglia sulla fase 3, “quella dei grandi investimenti sul territorio”. O per meglio dire, seguendo il filo del suo pensiero, a dare battaglia ai mulini a vento di una fase 3 “di cui nessuno parla”, e dunque non c’è. “E’ mancata finora una qualunque visione della fase 3”, ha detto. Tra l’Industria 4.0 da rilanciare e la fase 3 da trovare ci sono poi i numeri di Istat, pochi giorni fa, che prevedono una caduta del pil dell’8,3 per cento per il 2020, uno “choc senza precedenti”. Ma c’è anche il numero due: i due governi Conte cui Bonomi, in due anni, non ha lesinato critiche. Soprattutto per le scelte “programmatiche” della sua componente cinque stelle. All’assemblea generale di Assolombarda, nel 2018, era stato particolarmente duro. Puntando il dito sui prepensionamenti, la burocrazia, il ritorno dello stato padrone aveva lanciato messaggi chiari: “Non abbiamo bisogno di uno stato che torni ad essere padre e madre: perché nella storia del Novecento questa formula ha prodotto guai immensi”. Ma allora la sua era la voce delle imprese del Nord, con l’orgoglio di un modello che andava a pieno regime e una sponda (molto si carta velina, a dirla tutta) di visione autonomista nel governo regionale.

 

Poi venne il Covid. Ora è il momento degli Stati generali, atto fondativo, per Giuseppe Conte, del grande rilancio post pandemico. Ma per il poco cerimonioso capo di Confindustria hanno tutta l’aria del Barone di Münchhausen di tirarsi su per i capelli. “Mi sarei aspettato che nelle convocazioni a Villa Pamphilj il governo presentasse un piano ben dettagliato, un cronoprogramma con gli effetti attesi, una tempistica, gli effetti sul pil. Io tutto questo non l’ho visto”. In attesa delle proposte concrete di Confindustria – oggi l’incontro con il governo – si può intanto registrare il cambio di passo che Bonomi intende imporre a Confindustria, più aggressiva a immagine e somiglianza della sua Assolombarda, e domandarsi dove possa portare. Bonomi sente sulle spalle la responsabilità enorme per le aziende italiane di fronte a una crisi devastante. E’ espressione diretta dell’economia lombarda e sa meglio di tanti altri, compresi alcuni ministri, che dalla ripartenza della regione ferita non dipende solo il futuro del nord, ma del paese intero. Da Assolombarda, non ha mai nascosto la consapevolezza che la velocità del sistema produttivo lombardo avesse bisogno di non essere frenata. Nei giorni che precedevano il lockdown aveva assunto una posizione dura, poi presto mitigata dalle evidenze, contro la linea di chiusure del governo. Dal Cura Italia in poi, la pressione a favore delle imprese è sempre stata costante. Finanziare l’economia, ma evitando i soldi a pioggia, e niente stato padrone. Fortemente critica la posizione sui sostegni al reddito così come si vanno delineando da parte del governo: “E’ impensabile continuare ad accumulare nuove forme di cassa integrazione e di sostegno al reddito sommandole ai troppi ed eterogenei strumenti già esistenti. Col risultato che i fondi sono tardi e lenti nel tradursi in trasferimenti, esattamente come si sono rivelati inadeguati i tempi per il sostegno di liquidità alle imprese”, si legge nel libro-programma che oggi sarà presentato al governo.

 

“Italia 2030” vuole essere la Magna Charta della sua Confindustria. Con i capisaldi del Bonomi pensiero. La collocazione internazionale dell’Italia, al passo dei grandi paesi in sostegno delle filiere produttive. E Industria 4.0, “aver soffocato quella spinta ha reso l’Italia più debole dei concorrenti sotto i colpi del virus”. L’importanza dei fondi europei. Che però “l’Italia non è in grado di utilizzare correttamente” per colpa della sua “macchina burocratica, ha detto in un’intervista a Les Echos, altra stilettata al governo. E un occhio di riguardo al modello tedesco: “Bisogna mettere in campo modelli di rapporto tra istituzioni e parti sociali come in Germania che hanno consentito in 21 ore di discussione di mettere in campo 15 pagine e un bazooka di 120 miliardi di euro per rilanciare l'economia”. Si usa dire che in Italia quando Confindustria si mette contro al governo i problemi sono del governo. Non è sempre vero, e questo 2020 è troppo difficile per tentare azzardi. Ma la linea Bonomi, determinata dalle urgenze di cui è portavoce, non sembra destinata a rallentare in un placido appeasement. Ma dovrà tener conto che non tutto il sistema economico è Lombardia e che, diversamente da quando prese le redini di Assolombarda, anche molta della forza contrattuale lombarda è svanita.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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Commenti all'articolo

  • canefantasma

    17 Giugno 2020 - 16:28

    Il covid avrebbe indebolito l'industria lombarda?

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  • Caronte

    17 Giugno 2020 - 10:16

    Dissento solo dall'ultimo paragrafo, una frase messa lì senza una spiegazione al termine di un articolo peraltro equilibrato; la forza contrattuale dell'industria lombarda sarebbe svanita in gran parte a favore di chi? Di altri soggetti, se si quali? A causa di ideologie, se sì sostenute da quale maggioranza nel paese? Per qualche sbagliata percezione da parte di chi non frequenta industrie e il nord lo visita da turista forzato?

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