Senza cambiare il decreto “Dignità” non ci sarà alcuna ripartenza

Mariarosaria Marchesano

Più che proporre deroghe bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che non funziona. Le riflessioni di Baroni (GiGroup) sul piano Colao

Milano. Il piano di Vittorio Colao per la ripartenza dell’Italia offre tanti spunti di riflessione, ma ce n’è soprattutto uno individuato dal supermanager, che ha dedicato ampio spazio a come rimettere in moto il mercato del lavoro, che si presenta come un punto fermo: neutralizzare momentaneamente il decreto dignità, cavallo di battaglia del governo giallo-verde che lo approvò a poche settimane dal suo insediamento nel 2018 per depotenziare il jobs act. A distanza di neanche due anni, una grave emergenza sanitaria ha reso evidente che è necessario un suo congelamento per favorire la continuità lavorativa in Italia per migliaia di persone con contratti a tempo determinato. “Il piano di Colao - proponendo la deroga fino al 31 dicembre di quest’anno all’obbligo di causali e a costi aggiuntivi per le imprese che vogliono allungare la scadenza dei contratti - consolida l’approccio già adottato in questo senso dal governo con il decreto rilancio in cui è stata prevista la possibilità di rinnovi senza oneri aggiuntivi fino al 31 agosto - spiega in un colloquio con il Foglio Francesco Baroni, country manager di GiGroup, multinazionale italiana del lavoro e dei servizi legati allo sviluppo del mercato occupazionale, 2,6 miliardi di fatturato, presente in 27 paesi con 500 filiali - Ma mi pare che non si sia voluto fare il passo che è veramente necessario: la deroga dovrebbe essere protratta almeno fino a tutto il 2021 considerando che per le aziende la ripresa non arriverà in tempi così stretti”. Difficile immaginare una simile dilazione che, in termini politici, significherebbe un disconoscimento della linea dei grillini al governo che non a caso hanno accolto con freddezza il piano Colao. Ma è proprio questo il punto: in una fase di emergenza bisognerebbe avere il coraggio di scegliere ciò che serve per far funzionare il paese e secondo Baroni “Colao coglie un punto importante che richiede un cambio di passo e coglie un’esigenza di flessibilità. Ma una proroga di tre-sei mesi è troppo breve e poi diciamolo: è arrivato il momento di ammettere che il decreto dignità penalizza il mercato del lavoro e che è necessaria una sua revisione per ridare davvero slancio all’occupazione”. Ma questo, chiaramente, non è compito di Colao, che non a caso ha evitato di entrare nel merito delle politiche attive del lavoro che sono compito di chi governa, nè, tantomeno, anche secondo Baroni, ha senso la critica piovuta da qualche parte sulla task force che non si sarebbe voluta occupare di chi un lavoro non ce l’ha da prima del Covid poiché questo dipende da fattori indipendenti dall’emergenza sanitaria. “Mi pare che il gruppo di lavoro si sia giustamente concentrato sulla situazione contingente indicando, però, nel settore digitale un potenziale generatore di nuovi posti anche a vantaggio di coloro, soprattutto giovani, che sono stati espulsi dai settori più colpiti. Il che equivale a indicare una strada per superare le forti asimmetrie che questa pandemia ha generato”.

 

Secondo le rilevazioni di GiGroup, nella fase 2 i settori che erano in difficoltà (auto, hotellerie, ristorazione durante il lockdown hanno avuto cali fino all’80 per cento) continuano ad esserlo, anche se si notano timidi segnali di ripresa, mentre continuano a trainare medical, pharma e grande distribuzione, che hanno fatto registrare un aumento del 20 per cento della domanda di personale. Inoltre, è plausibile aspettarsi un boom delle attività che beneficeranno di incentivi (mondo bici e indotto). Per quanto riguarda i profili, sia nella fase di lockdown che nella ripartenza i più ricercati riguardano i processi di sanificazione, come gli addetti alle pulizie e alla sanità. “Trovare un equilibrio in questo nuovo mercato del lavoro a macchie di leopardo non sarà scontato, né esistono automatismi che facilitino simili processi. L’unico modo per riallocare le risorse umane è investire sulla formazione continua e su processi di reskilling, da un lato, e favorire la flessibilità, dall’altro. Pensare che esistano ricette magiche è un’illusione”, conclude Baroni.