L'Italia ce la può fare. Spunti di ottimismo

Claudio Cerasa

Il virus che cambia, il paese più forte di come viene descritto. Come ragionare sul futuro senza pessimismo? Parlano Remuzzi, S. Rossi, Guerra, Tria, Padoan, Patuelli, Ance, Cna Confindustria, Nomisma, Confagricoltura, Confcommercio. Idee per una buona fase 3

I tamponi ci sono e in Europa nessun paese ne fa quanti l’Italia. Le terapia intensive ci sono e pochi paesi in Europa hanno aumentato i posti disponibili nelle terapie intensive come ha fatto l’Italia. Il tracciamento non è più un’utopia e, dopo Gran Bretagna e Francia, l’Italia è uno dei primi paesi in Europa ad avere una app con cui provare a monitorare i contagiati. L’indice che misura la manifattura, ovvero la capacità di acquisti di beni e servizi delle imprese in base alle previsioni sul futuro, è salito in Italia a 45,4 punti dai 31,1 di aprile, oltre le attese degli analisti (36,8) e oltre anche il 39,4 di media dell’Eurozona. I depositi in banca, in Italia, sono saliti a marzo in modo vertiginoso con i risparmiatori che hanno messo da parte 16,8 miliardi di euro rispetto a una media mensile precedente alla pandemia pari a 3,4 miliardi. Le richieste degli investitori per il nuovo Btp emesso ieri dal Tesoro hanno fatto registrare cifre mai viste prima nel nostro paese, 100 miliardi di euro da parte degli investitori istituzionali, a fronte di una raccolta il cui importo complessivo sarà di circa 14 miliardi. Essere ottimisti nel bel mezzo di una stagione pandemica non è un affare semplice – ed essere ottimisti quando l’Istat ti dice, come ha fatto ieri, che solo in un mese, ad aprile, gli occupati sono calati di 274 mila unità non è ovviamente un affare semplice – ma la verità è che in mezzo a molti indizi preoccupanti ce ne sono diversi invece incoraggianti che messi in fila ci possono aiutare a capire perché non è affatto detto che le cose in Italia debbano andare necessariamente male.

 

 

Il primo indizio incoraggiante ce lo offre al telefono il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Bergamo, e Remuzzi, senza girarci intorno, dice che il virus in circolazione oggi è molto diverso rispetto a quello osservato negli scorsi mesi e arriva a dire che quella che stiamo vedendo oggi è, di fatto, “un’altra malattia”. “E’ diminuita la carica virale. Non sappiamo se sia diminuita grazie alla nostra capacità di allontanare il pericolo, ovverosia alla nostra capacità di usare in modo corretto le mascherine, il distanziamento sociale, la pulizia delle mani. Non sappiamo se tutto questo è successo grazie alla disciplina degli italiani ma sappiamo che già in passato è successo altre volte che virus non troppo diversi dal Covid-19 si siano trasformati riducendo la loro pericolosità fino a sparire del tutto. Le epidemie spesso si attenuano e anche questa alla fine potrebbe attenuarsi. E quello che le posso dire oggi è che qui in Lombardia non è vero che la malattia è scomparsa ma è invece vero quello che osserviamo ogni giorno noi operatori della sanità: non c’è pronto soccorso della Lombardia che sia intasato, anzi sono quasi tutti praticamente vuoti, e lo stesso possiamo dire per le terapie intensive. Il professor Alessandro Vespignani, fisico ed epidemiologo, aveva previsto che le riaperture avrebbero rischiato di portare fino a 150 mila persone in terapia intensiva. Tutto questo non sta succedendo. La seconda ondata non c’è. E se a fine giugno non ci sarà un incremento significativo dei contagiati potremmo essere ancora più ottimisti rispetto a oggi. E potremmo anche dire che la prossima malattia su cui dovremmo concentrarci non è quella di chi prenderà il virus ma è di chi lo ha preso ed è guarito senza essere guarito del tutto”. Questo per quanto riguarda il lato sanitario, per così dire. Ma sul lato economico, invece, ci sono ragioni per non essere pessimisti? Abbiamo organizzato in fretta e furia un piccolo girotondo, mettendo insieme persone diverse a cui però l’ottimismo non fa difetto, e qualche spunto per non essere catastrofisti sul futuro forse c’è.

 

 

Giovanni Tria, ex ministro dell’Economia, dice di avere difficoltà nel vedere una possibilità di rimbalzo del paese ma prova a inquadrare così il problema. “Non la vedo se non si dà una risposta all’osservazione politica di Bonomi. Non si entra in sintonia con la ripresa europea riproponendo vacui discorsi politicamente corretti senza analisi economica e la ripresa non sarà un pranzo di gala. Ma possiamo sempre rifarci a Mao Zedong: ‘Il mondo progredisce, l’avvenire è radioso. Nessuno può cambiare questo orientamento della storia’”.

 

Pier Carlo Padoan, anch’egli ex ministro dell’Economia, è più ottimista e la mette così: “La fine del lockdown è arrivata al momento giusto. E se ripartono gli investimenti pubblici e se riparte la Germania il rimbalzo potrebbe non essere un tabù”.

 

Salvatore Rossi, ex direttore generale di Bankitalia, oggi presidente di Tim, vede ombre ma vede anche qualche luce. “L’Italia è un paese finanziariamente virtuoso: lo è certamente il settore privato, ma lo è anche il settore pubblico, che spende meno di quello che incassa se si tolgono i pagamenti di interessi sul debito pubblico, eredità dei tanti peccati trascorsi. Le imprese italiane, pur afflitte da una persistente frammentazione dimensionale che non ha eguali nel mondo avanzato, sono riuscite coi loro successi nel commercio internazionale a riequilibrare la posizione finanziaria netta sull’estero del paese. Ci portiamo dal passato problemi incancreniti, questa terribile crisi offre l’occasione di risolverli, facendo leva su quei punti di forza”.

 

Andrea Guerra, ex presidente esecutivo di Eataly ed ex amministratore delegato di Luxottica, dice che “l’effetto rimbalzo dipenderà anche dalla creatività e dalla fantasia degli italiani. Ma gli italiani vanno aiutati nei prossimi mesi non soltanto assistendoli ma anche creando le condizioni per tornare al lavorare. E facendo di tutto poi per evitare che si manifesti un problema con cui rischiamo di dover fare i conti. Dico: quanti negozi bar e ristoranti non riaprono anche se potrebbero farlo perché economicamente conviene stare chiusi in questo momento?”. “Vi faccio un esempio pratico”, dice Guerra. “Se io do la cassa integrazione a tutti spendo X e a me gestore di un negozio non conviene aprire con un fatturato incerto. Ma se io ti abbasso il punto di pareggio tra ricavi e costi per esempio con una totale decontribuzione del lavoro e trattenuta dell’Iva raccolta da parte dell’esercente alla fine come Stato spendo gli stessi soldi ma così incentivo la ripresa, il rischio e dunque il lavoro”.

 

Massimiliano Giansanti, numero uno di Confagricoltura, dice di essere “pessimista e dice che l’unica ragione che potrei vedere per non esserlo è che siamo italiani e quindi maestri nel sapere galleggiare bene su tutti i mari”.

 

Maurizio Stirpe, imprenditore e vicepresidente di Confindustria dice che “per il momento il rimbalzo economico deve essere solo considerato una naturale conseguenza della riapertura di maggio dopo il pressoché totale stop di aprile. Non vedo molto che lasci presagire ancora un andamento a V né a U. Molto dipenderà dalla direzione che il governo darà ai provvedimenti prossimi in tema di incentivi alla domanda per i settori in crisi (vedi ad es. l’auto) e in tema di investimenti (vedi Industria 4.0) e di tagli fiscali. Certo il governo deve selezionare gli obiettivi e non può continuare come ha fatto finora provando a dare poco o niente a tutti”.

 

Antonio Patuelli, numero uno dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, dice che “il pessimismo della ragione è dovuto ai dati statistici che vanno però accompagnati dall’ottimismo della volontà, con forte determinazione imprenditoriale e istituzionale per porre in essere tutte le iniziative per la tempestiva ed efficace ripresa, utilizzando strategicamente anche i fondi europei”. Tra i dati più incoraggianti, dice Patuelli, ce ne sono due registrati ieri. “Il primo: le richieste di credito delle imprese che sono aumentate del 290 per cento tra il 27 aprile e il 3 maggio e che nelle due settimane successive sono cresciute rispettivamente del 247 per cento e 249 per cento. Il secondo: il numero di mutui immobiliari, con le richieste delle imprese che si erano quasi dimezzate nella tredicesima settimana dell’anno, quando i volumi si erano attestati al 57 per cento rispetto a quelli che si registravano prima del lockdown, e con la settimana iniziata il 20 aprile che invece ha fatto registrare un numero di richieste di mutui da parte delle imprese superiore del 285 per cento rispetto alla settimana di riferimento, per arrivare poi a un picco pari all’826 per cento in quella compresa tra il 27 aprile e il 3 maggio”.

 

Il presidente di Ance, Gabriele Buia ci offre invece questa prospettiva per osservare il futuro senza troppo pessimismo: “Crediamo solo nell’ottimismo della ragione. E la ragione ci dice che se verranno messe subito in campo le misure di snellimento e accelerazione delle procedure che bloccano gli investimenti pubblici e vanificano quelli privati necessari per intervenire su città, scuole, strade e a far crescere il paese in un’ottica di sostenibilità sociale ed economica allora il rimbalzo economico sarà reale ed efficace. E soprattutto andrà a vantaggio di tutti. Se invece si continueranno ad adottare misure assistenzialiste e non di vero rilancio, senza aggredire il grande male della burocrazia che blocca o rallenta ogni tipo di intervento, allora temo che il tanto atteso rimbalzo sarà solo un miraggio che svanirà in fretta. Ci stiamo giocando il nostro futuro: non possiamo più accettare decisioni miopi e norme sempre più farraginose nate sul pregiudizio nei confronti di un settore strategico come l’edilizia”.

 

Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza, dice di essere ottimista per almeno due ragioni. “In estrema sintesi: per una ragione legata alla motivazione e una ragione legata alla creatività. Il primo fattore di ottimismo è senz’altro la fortissima motivazione che spinge le persone che vivono l’industria, imprenditori e collaboratori, a voler ricominciare a lavorare a pieno ritmo. Sembra qualcosa di vago e astratto, ma è proprio questa motivazione a fare la differenza, a rappresentare la marcia in più che contraddistingue le imprese di valore, quelle che guardano lontano senza restare mai in balìa degli eventi. Il secondo fattore, che è sempre legato al primo, è la creatività, la capacità di inventare e – mai come adesso – di reinventarsi e continuare a creare valore. Il nostro più grande nemico, oggi, è il ‘tornindietrismo’”.

 

Dice Daniele Vaccarino, presidente di Cna, la mette invece così. “Per essere ottimisti occorre aprire il cantiere delle riforme. Valutiamo quindi in modo positivo la volontà espressa dal premier Conte di definire un piano per la rinascita. Apprezziamo l’intenzione di convocare le parti sociali a breve per gli stati generali dell’economia. Artigiani e piccole imprese sono pronti a contribuire con idee e progetti alla definizione in tempi rapidi di riforme vitali per il futuro dell’Italia rimuovendo antichi e noti ostacoli che bloccano il paese da oltre 20 anni. La crisi provocata dalla pandemia deve rappresentare l’occasione storica per il rilancio dell’Italia cogliendo l’opportunità delle risorse che saranno messe in campo con il Recovery Fund e con altri strumenti comunitari. Sulla capacità di impiegare in modo efficiente e rapidamente le risorse si gioca la credibilità del paese”.

 

Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, dovendo individuare un qualche dato utile a non alimentare pessimismo la mette così. “Premesso che rimbalzo vuole dire poco oggi si può e si deve puntare sulla voglia e la capacità di fare impresa del nostro tessuto produttivo. Oltre l’80 per cento degli imprenditori del commercio e dei servizi dimostra di voler reagire ed è ripartito anche contro la fredda logica economica del conto profitti e perdite (nel breve termine, più le seconde dei primi)”.

 

Secondo Lucio Poma, responsabile scientifico industria e innovazione di Nomisma, “molte imprese manifatturiere controvento, grazie anche alla loro ampia riserva di liquidità, sono riuscite a mantenere la loro posizione di leader nei rispettivi comparti di nicchia, difendendo le quote di mercato faticosamente conquistate in anni di accesa competizione. Inoltre vi sono settori in controtendenza, quali il farmaceutico, l’alimentare e il packaging a loro connesso che costituiscono un ottimo avamposto per guardare oltre la siepe di questa pandemia”. Il rimbalzo sarà dunque difficile, come dicono tutti i nostri interlocutori, ma l’Italia è più forte di come viene descritta. E con una pandemia che potrebbe ridurre la sua carica di pericolosità e un paese più vitale rispetto a quello che si può credere, si può sperare e immaginare che la resilienza del nostro paese possa essere qualcosa in più di una semplice utopia.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.