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“Troppi rischi per il coronavirus”. E a Piacenza i lavoratori di Amazon entrano in sciopero

L'agitazione decisa dopo che le sigle sindacali hanno ritenuto insufficienti le misure di sicurezza adottate dall'azienda. La protesta potrebbe allargarsi anche ad altri stabilimenti con possibili contraccolpi per ordini e consegne

16 Marzo 2020 alle 21:34

“Bisogna rispettare il Protocollo anti-coronavirus”. E a Piacenza i lavoratori di Amazon entrano in sciopero

Lo stabilimento Amazon di Castel San Giovanni (foto La Presse)

Dalle 20 di stasera, 16 marzo, i lavoratori del polo di Amazon Piacenza sono in sciopero. Lo hanno annunciato le sigle sindacali di comparto, Fisascat Cisl, Filcams Cgil, Uiltucs Uil e Ugl terziario dopo aver ritenuto insufficienti le misure prese dal colosso delle consegne via app per tutelare dipendenti e corrieri dai rischi connessi al coronavirus. Proprio nello stabilimento di Castel San Giovanni, in Emilia-Romagna, Amazon ha uno dei suoi centri di smistamento più importanti d’Italia con un organico di circa 1500 addetti.

Se l’adesione sarà massiccia, si tratterà del primo sciopero ufficiale di massa lanciato nel settore da quando in Italia è scattata l’emergenza Covid-19.

 

Le sigle, comprese le rappresentanze aziendali, hanno infatti chiesto urgentemente alla multinazionale di rispettare il contenuto del Protocollo per il contrasto e il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro sottoscritto solo due giorni prima dal governo con i corpi intermedi, Confindustria e Confapi. Un patto che include, ad esempio, la dotazione di mascherine e la riorganizzazione del lavoro in modo tale da assicurare il distanziamento tra lavoratori costretti, nonostante l’emergenza, a recarsi in azienda o a continuare a svolgere le proprie mansioni.

 

Poiché lo sciopero non ha un data di fine, ma perdurerà fino a quando Amazon non garantirà il rispetto del Protocollo, questo potrebbe far pensare a un contraccolpo per ordini e consegne nella filiera di Amazon Logistics in Italia. In realtà, come già accaduto in passato per altre mobilitazioni di massa nei poli della multinazionale - ad esempio in Inghilterra o in Germania e ancora nella Penisola durante i periodi di Natale o del Black Friday - Amazon non teme l’incrocio delle braccia dei suoi operai.

La rete capillare e la gestione digitalizzata della filiera consente da anni al colosso fondato da Jeff Bezos si restare efficiente semplicemente riprogrammando le dislocazioni di trasporto e gli ordini di consegna in uno dei suoi hub sparsi in Europa. Certo, mai prima di questo momento storico, uno sciopero logistico aveva interessato una massa di addetti contestualmente alla diffusione di un’epidemia che sta mettendo a dura prova il trasporto merci e le economie di mezzo pianeta.

 

Dall’azienda per ora non ci sono state comunicazioni ufficiali, ma almeno in Italia la situazione nei centri di smistamento era già tesa da diversi giorni.

Lunedì 9 marzo nello stabilimento Amazon di Torrazza Piemonte, una lavoratrice era risultata positiva al coronavirus ma questo non aveva fermato il servizio. Allo stesso modo nell’hub di Passo Corese, in provincia di Rieti, pochi giorni dopo Filt e NIdiL Cgil Rieti Roma Est Valle dell’Aniene avevano ritenuto “insufficienti i provvedimenti assunti da parte di Amazon Italia Logistica (rispetto alle procedure di contrasto al coronavirus ndr) rilevando particolari criticità rispetto al distanziamento delle postazioni di alcuni reparti, la mancata dotazione di tutto il personale, sia diretto che in somministrazione, di dispositivi di protezione individuale per lo svolgimento della normale attività lavorativa e per l’utilizzo dei luoghi comuni, come la mensa, gli spogliatoi e i bagni”.

E’ quindi l’inizio di un’agitazione che, a catena, potrebbe interessare anche altri stabilimenti e altre aziende del comparto.

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