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Il ponte che spiega l'Italia

La ricostruzione del viadotto di Genova è un esempio di efficienza. Governare la burocrazia ideologizzata è ancora possibile ma fino a che punto il modello è replicabile? Un girotondo

Norme adatte e persone giuste

Il modello Genova e il successo nella ricostruzione del ponte si compone: a) della predisposizione di norme adatte all’obbiettivo; e b) della scelta della persona giusta per operare in presenza di un quadro normativo devastato.

  

Da tempo si segnalano le criticità delle pur nuove disposizioni in materia di appalti pubblici: che impedirebbero lo svolgimento nei tempi previsti della stragrande maggioranza delle procedure per opere importanti. Immediatamente dopo il crollo del ponte Morandi il governo è intervenuto con una norma ( il c.d. Decreto Genova – n. 109 del 2008) che non deroga affatto ad alcuna norma europea: anzi con l’Unione è stato concordato un percorso accelerato che l’Italia avrebbe compiuto partendo dall’art. 32 della direttiva 24 del 2014. Invece il decreto rimuove tutti i vincoli nazionali di cui al codice dei contratti (d.lgs. 50 del 2016) attribuendo tutti i poteri al Commissario Marco Bucci. In breve si è esclusa l’applicazione del codice dei contratti salvaguardando tuttavia il ruolo dell’Unione. Questa scelta, certamente spinta dal sindaco Bucci e dal presidente Toti, è stata fortemente voluta specialmente dal presidente Giuseppe Conte e dai suoi più stretti collaboratori, Roberto Chieppa, allora Segretario Generale, ed Ermanno De Francisco, capo del Legislativo. Resta in realtà l’assurdo di una legge nazionale sugli appalti che… non funziona se non se ne esclude l’applicazione.

  

“Si è esclusa l’applicazione del codice dei contratti salvaguardando il ruolo dell’Unione. Si può replicare?”

Poi bisogna dire che Marco Bucci e stato decisivo per costruire di volta in volta soluzioni amministrative in assenza di un quadro normativo completo. Decisionismo, certo, ma anche spirito di cooperazione che va persino al di là della politica: ad esempio un rapporto forte con le altre amministrazioni, con la giustizia, con Giovanni Toti e l’allora viceministro Edoardo Rixi ha certo giocato un ruolo molto importante.

  

Oggi Marco Bucci annuncia identico coraggio “trasversale” per il rilancio dell’economia genovese da anni bloccata da molte criticità. Ma specialmente per mettere mano a un porto che, se è il più importante del mediterraneo ed è essenziale per la politica nazionale marittima, ancora non è “maturo” (perché trascurabili sono i traffici da o verso i mercati europei – appena oltre i confini nazionali – e certo devono migliorare i volumi rispetto ai porti del nord Europa). A questo riguardo la proposta trasgressiva del sindaco, proprio di ieri, sembra riprendere a grandi linee le suggestioni europee di una nuova politica industriale e dei trasporti: impostata su European Champions, anche sostenuti dal pubblico, e sulla trattativa con gli Stati stranieri che vogliono investire nella terminalistica e nei servizi. Una linea che implica un radicale cambiamento della legislazione italiana per provare a costruire un grande porto pubblico alla radice dei corridoi europei (Frejus, Gottardo Loetchberg e Brennero) in alleanza con gli operatori mondiali e con gli stati (Germania, Singapore, Cina e Dubai) che vogliono partecipare.

 

Il modello Genova prosegue…

  

Maurizio Maresca

professore Diritto internazionale, Uni Udine

    

Leggi speciali e burocrazia ordinaria

“Il segreto sta nella scadenza. Se ci diamo una scadenza ci saranno risultati concreti. Il salto di qualità sta in questa formula: legge speciale più scadenza operativa, uguale risultato”. Siamo agli inizi degli anni Ottanta quando Gianni De Michelis, all’epoca ministro del Lavoro del governo Craxi, lancia con queste parole la sua idea, poi respinta dalla città, di realizzare l’Expo a Venezia. Un’affermazione talmente vera che da allora il tempo è come se si fosse fermato. La formula di De Michelis è infatti un’ottima spiegazione per comprendere ciò che è accaduto in Italia negli ultimi quarant’anni, dalla realizzazione dei grandi eventi fino alla ricostruzione del ponte Morandi, ultimo esempio che anche in Italia le cose possono funzionare in tempi rapidi. Ancora una volta però grazie a una legislazione speciale che consenta di realizzare lavori in deroga alle leggi ordinarie. E qui sta il cuore del problema. E’ tollerabile che la regola per poter fare sia poter violare le regole? Fino a quando, dall’Expo di Milano al MoSE dall’Ilva ai rifiuti Napoli, sarà necessario mettere in campo legislazioni speciali per chiudere i cantieri in tempi accettabili?

 

“No: le condizioni nelle quali procede la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sono uniche e irripetibili. Direi anche per fortuna”

La risposta è una sola: fino a quando il Parlamento non si deciderà a mettere mano una volta per tutte all’ipertrofia di norme e regole che governano la nostra società. Ma per farlo serve realizzare una radicale riforma della pubblica amministrazione, terreno sul quale i governi, ultimo quello di Matteo Renzi, rischiano di rompersi l’osso del collo. Il collegamento tra numero di norme e corruzione è infatti diretto (come dimostrato da un brillante studio di Hernando De Soto tra le bancarelle abusive di Lima) e non può quindi sorprendere che i più fieri avversari delle semplificazioni delle procedure siano i burocrati. Essi vedono nella semplificazione non solo un’erosione del loro potere e della loro influenza, ma anche della fonte di reddito che questa spesso comporta. Combattere la burocrazia è quindi una battaglia persa se prima non si riducono le regole perché ciò che scolpisce il loro potere è il fatto che le regole possano essere scritte solo in un certo modo e debbano fare riferimento ad altre norme. Il guaio di un paese come l’Italia, in cui la giustizia ha tempi eterni, è che siamo condannati a una quantità pressoché illimitata di norme e regolamenti che rendono la burocrazia, preposta ad amministrarle, sostanzialmente onnipotente. E De Michelis, che probabilmente si era reso conto già quarant’anni fa dell’inutilità della lotta contro la pubblica amministrazione, aveva individuato nelle leggi speciali l’unica strada per portare a compimento grande eventi e grandi opere. E da allora purtroppo nulla è cambiato. E nulla cambierà fino a quando non si capirà che l’unica via per uscire dalla stato di emergenza è quella di “tagliare l’erba” sotto i piedi della burocrazia con più liberalizzazioni e più concorrenza.

   

Giorgio Barbieri

autore insieme a Francesco Giavazzi del libro “Corruzione a norma di legge”

   

   

Le deroghe sono droghe

Si può davvero parlare di “modello Genova”? Il crollo del Ponte Morandi sembra avere risvegliato l’orgoglio di una città che stava scivolando in un declino economico, demografico e sociale. Invece, contro le aspettative dei più, pare che il nuovo ponte verrà consegnato nei tempi previsti (20 giugno 2020, meno di due anni dopo quel tragico 14 agosto). I genovesi non possono che dirsi orgogliosi del lavoro svolto dal commissario per la ricostruzione, il sindaco Marco Bucci, e dalle imprese coinvolte. Nulla di tutto questo, però, sarebbe stato possibile senza l’immensa lacerazione nel diritto aperta dal Decreto Genova, che ha assegnato alla gestione commissariale poteri senza precedenti, mettendola nella condizione di operare in deroga non solo al codice degli appalti, ma addirittura a tutte le norme extrapenali. Il Commissario ha avuto da subito a disposizione le risorse di cui aveva bisogno (che sono state versate da Autostrade), ha affidato direttamente i lavori, ha ottenuto le autorizzazioni rapidamente e senza troppe storie. Inoltre, la pressione sociale e il senso di responsabilità hanno convinto le aziende escluse a evitare i ricorsi. Insomma: le condizioni nelle quali procede la ricostruzione del viadotto sul Polcevera sono uniche e irripetibili – e, da un certo punto di vista, per fortuna.

    

L’entusiasmo di questi giorni è figlio di una sorta di illusione ottica: dopo aver seppellito, anno dopo anno, qualunque iniziativa imprenditoriale sotto tonnellate di adempimenti, improvvisamente scopriamo che, liberate dai vincoli delle carte ministeriali, le imprese lavorano meglio. Ci sono almeno tre “però”.

 

Primo: tra una burocrazia di stampo sovietico e l’assoluta discrezionalità del despota orientale c’è quel giusto mezzo che normalmente chiamiamo “civiltà occidentale”. Ci sono procedure, garanzie e meccanismi di trasparenza. Anziché oscillare tra Mosca e Pechino, dovremmo prendere appunti a Berlino o Londra. Questo include anche l’utilizzo delle gare anziché degli affidamenti diretti (che pure hanno consentito di velocizzare l’iter nel capoluogo ligure): la concorrenza non serve solo a garantire un eguale trattamento tra le imprese, ma soprattutto agisce da tutela dei contribuenti che, in ultima analisi, finanziano le opere pubbliche col gettito delle proprie tasse.

 

Secondo: l’esercizio arbitrario del potere va sovente a braccetto con la corruzione, come ha più volte indicato Raffaele Cantone. Non è il caso di Genova, ma nel passato vasti episodi corruttivi si sono accompagnati proprio ai regimi di deroga concessi per accelerare i tempi (per esempio, l’Expo di Milano e la ricostruzione post-sisma in Abruzzo).

 

Terzo: anche ammesso che la teoria sul modello Genova abbia un fondamento, di fatto abbracciarla significherebbe incardinare nell’ordinamento la più odiosa delle disuguaglianze. Cioè quella tra le opere (e le imprese) di serie A, a cui non si applica alcuna regola o controllo, e quelle di serie B, condannate ai gironi infernali degli uffici pubblici, dei Tar, dello spazzacorrotti, dei sequestri preventivi, della sospensione della prescrizione e via discorrendo.

   

Che i genovesi possano riavere il loro ponte è una bella notizia per Genova e per l’Italia: è anche la conferma che, quando vogliamo, le cose sappiamo e possiamo farle. Ma sarebbe sbagliato dedurne conclusioni troppo ampie. Le deroghe sono droghe: possono placare temporaneamente i sintomi di una malattia, ma se non si agisce sulle cause, l’organismo sviluppa dipendenza per il sedativo e il male rimane e si fa più grave.

 

Carlo Stagnaro

Istituto Bruno Leoni

   

E ora basta compromessi al ribasso

Il ponte Morandi e la tragedia che ha rappresentato, le vittime, gli sfollati, il danno materiale al primo sistema logistico del Paese, quello che ruota intorno al Porto di Genova, le imprese e i commercianti in difficoltà sono stati i fenomeni più dolorosi e visibili di una serie di emergenze vissute dalla nostra regione. Poche settimane dopo il tragico crollo che ha lasciato attonito il mondo, le coste della Liguria hanno vissuto la peggiore tempesta di tutti i tempi: il golfo del Tigullio distrutto, il borgo di Portofino isolato, danni da Ventimiglia a Sarzana. E ancora, come se non bastasse, lo scorso autunno è stato il più piovoso degli ultimi cinquanta anni. Frane, altri viadotti autostradali crollati, paesi isolati. Oltre 2000 millimetri di pioggia in meno di tre mesi, più della media di un anno intero nel nostro territorio.

 

Eppure, mentre, tornando al mio mestiere, scrivo queste righe che gentilmente mi ha chiesto il Vostro Direttore, Portofino da mesi e in tempi record è tornato raggiungibile e il Tigullio ha vissuto una bella stagione turistica. In pochi mesi abbiamo ricostruito il viadotto autostradale crollato alle spalle di Savona che sarà inaugurato venerdì prossimo e tra poco le auto torneranno a passare sul nuovo ponte per Genova, ricostruito in un anno sullo base dello splendido progetto dell’architetto Renzo Piano.

 

Ma non è solo questo: nel frattempo tutti coloro che sono stati costretti a lasciare le proprie case in fretta e furia hanno avuto una nuova abitazione a pochi mesi dal disastro, le prime in una settimana dal crollo, le imprese e i cittadini sono stati risarciti e, soprattutto, la Liguria sta vivendo un momento di crescita e di trasformazione straordinario. Nonostante il dolore per chi ha perso la vita e i propri cari in quella devastante tragedia, la nostra gente non si è mai arresa e quella che poteva essere una concatenazione di drammatici eventi è diventata una spinta verso il futuro e verso la crescita. Cosa ha trasformato una oggettiva e drammatica difficoltà in una opportunità? E’ questa la domanda a cui occorre rispondere per fare del modello Liguria una strada percorribile per l’intero paese.

 

“Una lezione che ha una morale: nessuno vince o si salva da solo; né un partito né un’impresa, né un singolo cittadino”

Di base sintetizzerei così: un nuovo Patto sociale, suggellato sulla emergenza e sul dolore ha unito in una comunione di intenti le Istituzioni tutte, le parti sociali, i cittadini e le imprese. Un patto semplice nella sua essenza, figlio di una solidarietà che ha unito il paese nei suoi momenti migliori. Un patto sociale fondato sul principio di responsabilità. Con poche sbavature, il governo (soprattutto nella persona dell’ex viceministro genovese Edoardo Rixi), il sindaco di Genova e la regione hanno costruito provvedimenti legislativi e amministrativi coerenti con le necessità del territorio e senza nessuna indulgenza al vantaggio politico di una o di una altra parte. La ricostruzione del nuovo ponte ne è l’esempio materiale: ho appoggiato e come regione abbiamo collaborato al decreto ‘Sblocca cantieri’ ma per sbloccare i cantieri non dovrebbe servire un ulteriore decreto. Bisogna prendere le regole e strappare i fogli di quei codici, non solo il codice degli appalti ma anche, ad esempio, la legge fallimentare. Un’opera strategica nazionale da cui dipendono miliardi di euro in accise non può essere trattata come il fallimento di una tabaccheria. La politica deve tornare ad avere il coraggio di decidere.

   

Così, mentre la politica tutta (con poche sbavature) faceva il suo mestiere, ovvero quello di prendere decisioni, l’esempio, per una volta positivo, ha evidentemente contagiato tutta la società: le imprese, tornate memori del ruolo sociale stabilito dalla Costituzione, i sindacati, le associazioni di categoria, ogni dipendente pubblico e privato, nessuno si è sottratto allo sforzo collettivo per garantire a Genova e alla Liguria una rinascita. Una sorta di pace, politica e sociale, basata non sul compromesso al ribasso ma saldata, invece, dal presupposto alto che nei momenti drammatici bisogna essere più che mai seri e ciascuno deve fare il suo dovere fino in fondo.

 

La domanda di tutti non è stata: cosa accadrà di noi in questo momento difficile ma, al contrario, “kennedianamente” cosa posso fare io per Genova e per la Liguria? Certo, la nomina dei Commissari (Toti e Bucci), le semplificazioni normative e i fondi stanziati hanno aiutato. Ma non sono questi i dati essenziali: in altre situazioni difficili i Commissari, come ben sappiamo, non hanno risolto problemi minori di quelli affrontati qui. E dunque se una lezione arriva da Genova, dalla Liguria e dalle sue difficoltà, questa lezione è una sola: per una Italia che torni a funzionare serve un nuovo Patto sociale da cui nessuno si senta escluso, basato sulla responsabilità e la capacità di impegno. Una lezione che ha una morale: nessuno vince o si salva da solo; né un partito né un’impresa, né un singolo cittadino. Al contrario, vinceremo tutti se sapremo assumerci collettivamente le responsabilità che gravano su una comunità complessa come la nostra. Grazie a tutti i Liguri, orgoglioso e orgogliosi per il cammino fatto insieme.

 

Giovanni Toti

presidente della regione Liguria

 

       

Pericolosi gli antibiotici per sempre

Come cittadino di Genova sono contento che la ricostruzione del Ponte Morandi avvenga in tempi così rapidi diventando un esempio positivo per l’Italia. Ma non posso accettare che un tipo di intervento messo in atto da un commissario straordinario, che segue una logica di deroga alle nome esistenti per precisi motivi di emergenza, diventi una prassi per realizzare la politica economica del paese perché questo è contrario a una fisiologica competizione tra le imprese. E’ una questione di approccio filosofico al mondo, nel senso che non riesco ad accettare l’idea che c’è bisogno dell’uomo “forte” per risolvere i problemi, ed è anche perché auspico il corretto funzionamento di un sistema di mercato che deve essere basato su regole che tutti rispettano. Quello che sta succedendo a Genova è la dimostrazione plastica che le regole che ci sono non funzionano e che le cose si fanno solo quando arriva un signore che può fare tutto, diciamo pure perché ha “pieni poteri”. Questo, a mio parere, va bene per affrontare situazioni straordinarie ma non può diventare la regola generale. D’altro canto, sono d’accordo sul fatto che il caso del Ponte dovrebbe far riflettere sulla capacità dimostrata da politici di diversa estrazione e di operatori economici di fare quadrato per far partire una grande opera pubblica che sarà realizzata in tempi record, ma non può il “miracolo” del Ponte essere un modello per le infrastrutture in Italia o, come ho sentito in un dibattito su radio Radicale, per far ripartire il Mezzogiorno. La capacità di opposte forze politiche di trovarsi insieme per risolvere un problema dovrebbe esser sfruttata per riscrivere le regole che non funzionano – e mi riferisco chiaramente al codice degli appalti e alla macchina burocratica a cui devono sottostare le grandi infrastrutture – ma se uno è malato deve trovare e curare la causa della malattia, non può prendere antibiotici tutta la vita.

 

Filippo Delle Piane

presidente Associazione costruttori Genova

  

Piano per l’emergenza infrastrutturale

“I commissariamenti? Se uno è malato, deve trovare e curare la causa della malattia, non può prendere antibiotici tutta la vita”

Penso che Genova possa diventare un modello per l’Italia. Sostengo da tempo – e ne ho parlato più volte anche con il presidente Vincenzo Boccia – la necessità di un piano straordinario per far partire cinque-sei infrastrutture strategiche dopo che queste siano state individuate dagli organi competenti tra le opere già finanziate. A decidere sul da farsi sarebbero comunque enti pubblici preposti, non certo i privati, e l’iter nel suo complesso non si discosterebbe dalla procedura europea per gli appalti. Su un modello di questo tipo potrebbero convergere tutti, politica, associazioni degli imprenditori e sindacati. E’ confortante che il premier Giuseppe Conte abbia fatto esplicitamente riferimento a Genova come a un’esperienza potenzialmente replicabile, ma spero che questo dibattito diventi il più ampio possibile per arrivare a condividere che il paese ha bisogno di uno snellimento burocratico che accorci i tempi di istruttoria delle opere che sono diventati più lunghi di quelli per la loro realizzazione. So che da alcune parti vengono avanzati dei dubbi, ma francamente, non vedo il pericolo di una deregulation perché tutto verrebbe fatto nel pieno rispetto delle leggi. Del resto, proprio il cantiere di Genova dimostra che il rischio non esiste perché proprio i lavori per il nuovo Ponte subiscono decine di ispezioni ogni giorno di tutti i tipi. Con un piano straordinario per l’emergenza infrastrutturale – che di per sé implica procedure semplificate e veloci – si potrebbero avviare opere che vengono ritenute utili per il paese (porti, ferrovie, strade) e questo sarebbe positivo non solo per lo sviluppo economico ma anche per la sicurezza dei cittadini perché negli interventi da realizzare sarebbero comprese anche l’ammodernamento e i controlli di infrastrutture già esistenti. Insomma, con un po’ di pragmatismo, si potrebbero far partire almeno i progetti che superano i 100 milioni di euro di cui è stata già individuata la copertura finanziaria sfruttando un momento propizio in cui le forze politiche hanno capito che unendosi possono raggiungere risultati nell’interesse comune. 

 

Giovanni Mondini

presidente Confindustria Genova

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