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La stirpe di Piketty

Una french theory economica ha invaso l’America con idee radicali su diseguaglianze e mercato. Duflo, Saez, Zucman e gli altri

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

18 Novembre 2019 alle 10:03

La stirpe di Piketty

Il leader di Podemos, Pablo Iglesias, e Thomas Piketty (LaPresse)

Negli anni Sessanta e Settanta un’ondata di intellettuali francesi si è riversata nell’accademia americana, modificando profondamente il panorama degli studi umanistici, dalla filosofia alla linguistica, passando per l’antropologia, la sociologia e la critica letteraria. Pensatori come Michel Foucault, Jacques Derrida, Jean-François Lyotard e Paul de Man hanno traghettato il postmoderno nel Nuovo mondo, giocando di sponda con altri colleghi come Bruno Latour, Gilles Deleuze e Jean Baudrillard, che sono rimasti di base in Europa ma hanno frequentato e influenzato profondamente il dibattito che si svolgeva in America, ridefinendone il perimetro. La french theory era una fascinazione tutta francese che però è germogliata negli Stati Uniti, dove ha formato generazioni di intellettuali e modellato il dibattito sulle humanities. Negli ultimi anni qualcosa di analogo sta succedendo nell’ambito economico. Una schiera di economisti francesi di stampo neomarxista e radicale è approdata nei dipartimenti di economia delle università americane, generalmente dominati da scuole di marca liberale (con le dovute eccezioni), e si sta imponendo all’interno del dibattito accademico-politico, in perfetta sincronia con la crescita di una sinistra radicale a caccia di apparati intellettuali sui quali strutturare la sua offerta politica. Non è un caso che gli americani siano andati a pescare nel Vecchio continente. L’economista Jason Furman, professore ad Harvard e già capo del consiglio economico nell’Amministrazione Obama, ha detto al Monde che “oggi gli economisti francesi hanno una rappresentanza sproporzionata nell’accademia americana”.

Thomas Piketty non era che il precursore di un fenomeno molto più ampio. Quando il suo tomo di oltre ottocento pagine, Capital in the Twenty-First Century, è stato pubblicato negli Stati Uniti, nel 2014, e ha venduto in breve tempo centinaia di migliaia di copie, intellettuali ed editori francesi si sono guardati perplessi: in Francia il volume era stato accolto con freddezza, con picchi di puro disinteresse. Piketty è diventato profeta in patria soltanto dopo essere stato bagnato dal successo globale, trainato dal mercato americano. La Harvard University Press si è risollevata dopo anni di malagestione e bilanci in rosso praticamente soltanto grazie a quel libro. Piketty, che insegna in Francia e ha una cattedra presso la sede parigina della London School of Economics, ha ambasciatori e allievi sparsi per gli Stati Uniti, dove diffondono il verbo anti-capitalista e marciano al ritmo della lotta alle diseguaglianze. I più citati in questo frangente segnato dalle primarie democratiche sono Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, il primo un collaboratore e il secondo un allievo di Piketty, che insegnano a Berkeley. Il mese scorso hanno pubblicato negli Stati Uniti il libro The Triumph of Injustice, un atto d’accusa contro lo smodato accumulo di capitali che sfugge alle maglie della tassazione e che ha come scopo il potere. Un tempo la ricchezza era una forma di assicurazione, oggi per i miliardari è innanzitutto uno strumento di influenza: “La ricchezza è potere. Un’estrema concentrazione di ricchezza equivale a un’estrema concentrazione di potere. Avremmo potuto scegliere di gestirla, e invece abbiamo scelto di non farlo. Avremmo potuto scegliere di impedire alle multinazionali di fare profitti in paesi a bassa pressione fiscale, ma glielo abbiamo lasciato fare. Possiamo fare altre scelte, a partire da oggi”, scrivono Saez e Zucman. Il risultato dello sproporzionato accumulo di potere sono le crescenti diseguaglianze che gli studiosi osservano combinando freddezza accademica e calore attivistico. Naturalmente, puntano in particolare il dito contro gli Stati Uniti. Secondo i loro studi, i 400 americani più ricchi controllano beni pari a quelli di 160 milioni di americani nella metà più bassa dello spettro dei redditi. Il divario, dicono, è in costante aumento. Nel 1970 lo 0,1 per cento in cima alla piramide economica controllava il 7 per cento della ricchezza degli Stati Uniti, oggi la percentuale ha raggiunto il 20. Il 90 per cento che sta alla base della piramide, invece, ha visto la sua fetta decrescere dal 35 al 25 per cento nello stesso arco di tempo. Saez e Zucman si gettano a corpo morto sui fondamenti del lasseiz-faire liberista, ma ne hanno anche per i liberali della terza via che promettevano di governare gli eccessi del capitalismo con tassazioni progressive, coniugando libertà ed equità, e pure per i miliardari filantropi alla Warren Buffett, che lamenta sempre di essere esposto a un’aliquota fiscale inferiore a quella della sua segreteria, ma ha un imponibile annuo di soli dieci milioni di dollari su un patrimonio di quasi sessanta miliardi. Le famose donazioni con cui i miliardari dicono di voler compensare la sproporzione che a parole ritengono ingiusta ammonta allo 0,4 per cento della loro ricchezza, se si prendono come campione i primi 400 americani più ricchi della classifica di Forbes. Piuttosto modesta, come filantropia.

Nella campagna elettorale americana del 2016, il democratico-socialista Bernie Sanders ha preso contatti con i due economisti per cercare ispirazione per la sua politica fiscale. Ora Elizabeth Warren, che al momento guida nei sondaggi – per quel che valgono – la folta pattuglia democratica che si sfida alle primarie, si è affidata loro per strutturare la sua proposta di tassa patrimoniale, che è la sua chiave per superare a sinistra il moderatismo democratico e completare lo spostamento del partito su lidi più radicali. L’idea è una tassa annuale del 2 per cento sul patrimonio oltre la soglia dei 50 milioni di dollari e del 3 per cento per chi supera il miliardo di dollari. Secondo Saez e Zucman, questo piccolo, quasi impercettibile prelievo di ricchezza toccherà 75 mila famiglie negli Stati Uniti, generando un introito di 2.750 miliardi di dollari nel giro di dieci anni. Saez si è laureato all’ École Normale di Parigi e ha ricevuto il dottorato al Mit. Si è occupato di politiche fiscali e dei fattori che determinano l’aumento delle diseguaglianze economiche, diventando un vociante avvocato della redistribuzione della ricchezza. Secondo i suoi calcoli, la tassazione marginale ottima per una società come quella americana è attorno al 73 per cento.

Zucman ha 33 anni, ha ottenuto il dottorato sotto la supervisione di Piketty e si è specializzato nello studio dei paradisi fiscali, questione che gli è balzata all’occhio quando faceva lo stagista in un fondo francese, poco prima del crac di Lehman Brothers, e aveva notato flussi di denaro enormi che transitavano in mercati offshore. L’osservazione che ha fatto la sua fortuna è che non si trattava soltanto di elaborate operazioni orchestrate da multimiliardari armati di eserciti di avvocati capaci di produrre sofisticate architetture finanziarie per aggirare il fisco nei propri paesi, come accadeva negli anni Ottanta e Novanta, ma era una questione di sistema, diffusa e globale. E’ arrivato concettualmente a rilevare fenomeni poi confermati in modo documentale dalle rivelazioni di Wikileaks, dei Panama Papers e di molti altre pubblicazioni di dati sulle rotte finanziarie mondiali. L’accademia americana non si è fatta sfuggire il suo talento, amplificato da uno spavaldo atteggiamento da giornalista d’inchiesta e da una rumorosa presenza sui social.

Nella scena degli economisti francesi spicca naturalmente Esther Duflo, professoressa del Mit che assieme al marito Abhijit Banerjee e a Michael Kremer ha vinto il premio Nobel per i suoi studi sperimentali sulle strategie per alleviare la povertà, l’ambito di ricerca di cui si occupa. Nei giorni scorsi è uscito negli Stati Uniti il suo ultimo libro, Good Economics for Hard Times, scritto a quattro mani con Banerjee, un saggio che tenta di riconciliare i timori della gente – ben documentati dal momento populista – riguardo all’immigrazione e al libero commercio, con la convinzione prevalente fra gli economisti che questi fenomeni siano portatori di prosperità e ricchezza. Agli occhi dell’economista medio, il timore su cui l’internazionale sovranista fa leva sono del tutto ingiustificati. Duflo la pensa diversamente. Nel libro sostiene che le migrazioni, alla prova dei fatti, sono positive per le economie di chi accoglie, e i flussi di persone non influenzano negativamente i salari, ritornello spesso ripetuto nella propaganda populista. Sul libero commercio, invece, gli istinti protezionisti diffusi fra la gente dicono qualcosa di vero, mentre il consenso fra gli economisti non tiene conto di elementi umani fondamentali quando formula la sua impersonale equazione mercatista. Non tiene conto, ad esempio, di quella che Duflo chiama la “stickiness” delle persone, cioè il desiderio di rimanere dove si è, di mettere radici in un certo contesto. L’idea del libero commercio è che il movimento delle merci, delle persone e delle competenze aumenta, a livello di sistema, le opportunità, ma per sfruttarle è necessario che le persone si spostino per inseguirle là dove sono. Il fatto è che gli esseri umani generalmente non sono felici di spostarsi, tendono a preferire il radicamento, vogliono vivere in una dimora, con riferimenti stabili. Dunque, secondo Duflo, il libero commercio è un paradiso nei modelli degli economisti, non nelle vite reali delle persone. Inevitabile che una posizione del genere s’accompagni a meraviglia con certe posizioni anti-mercatiste che uniscono populisti di destra e di sinistra.

Alla New York University c’è Thomas Philippon, che è approdato negli Stati Uniti vent’anni fa dopo essersi laureato a Parigi, e ha ottenuto il dottorato al Mit. Quando era uno studente squattrinato e fuori sede si è reso conto per esperienza diretta che il costo dei provider telefonici per rimanere in contatto con la sua famiglia in Europa erano irrisori rispetto a quelli delle compagnie francesi. Le telefonate intercontinentali che ai suoi genitori costavano una fortuna, dall’altra parte dell’oceano erano disponibili per pochi spiccioli. In meno di vent’anni i rapporti si sono invertiti, e il consolidamento dei business in alcuni settori strategici, accoppiato al progressivo rilassamento delle norme antitrust, ha fatto lievitare i costi per i consumatori negli Stati Uniti, mentre quelli europei sono drasticamente diminuiti. Philippon si è specializzato così nell’antitrust e nello studio degli effetti negativi dei grandi agglomerati sui prezzi, teoria che ha espresso in un saggio controintuivo dove sostiene che l’America ha di fatto abbandonato i principi di mercato che aveva elaborato e imposto. Non incidentalmente, il suo settore di ricerca è al centro di un rinnovato interesse accademico, soprattutto grazie alla scuola di Chicago, e il tema dello smantellamento dei monopoli – innanzitutto big tech – è centrale nel dibattito politico. Anche in questo caso è Elizabeth Warren l’avamposto della battaglia. Questi e molti altri economisti francesi trapiantati negli Stati Uniti stanno dando un impulso notevole al dibattito accademico, e i loro contributi non sono passati inosservati in uno scenario politico che attraversa una radicale trasformazione. Hanno fra i trenta e i quarant’anni, si sono formati nelle migliori università del mondo, hanno credenziali impeccabili ma allo stesso tempo portano elementi di rottura in un contesto segnato da un’ortodossia prevalente. Qualcosa di simile era già successo decenni fa nelle facoltà di lettere e filosofia; ora accade nei dipartimenti di economia.

Decenni fa gli intellettuali francesi hanno plasmato le facoltà umanistiche. Qualcosa di analogo sta succedendo nell’economia

Nel suo ultimo libro, il premio Nobel Esther Duflo critica la cieca fiducia degli economisti nel free trade

La patrimoniale proposta da Elizabeth Warren per contrastare gli eccessi del capitale si basa sugli studi di Saez e Zucman

Diseguaglianze, monopoli, povertà: la scuola economica franco-americana si occupa dei temi che infiammano la politica globale

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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