Il tabù del fallimento: lezione inglese

Redazione

I confini del turismo assistito. Cosa insegna il caso Thomas Cook ad Alitalia

Boris Johnson ne ha fatta una giusta. Lasciando fallire Thomas Cook, la più antica compagnia di viaggi del mondo con i suoi 178 anni di vita che coincidono in larga parte con la diffusione del turismo e della cultura inglese in Europa, America e soprattutto nelle destinazioni esotiche, e con l’invenzione del turismo di massa, il premier britannico ha dato ascolto non alle ragioni politiche dei laburisti e dei sindacati che ne invocavano il salvataggio con soldi pubblici, e neppure alla nostalgia di un improbabile “Rule Britannia” turistico in era di Brexit e a carico dei contribuenti, ma ha ascoltato le regole del mercato e prima ancora del buon senso. Ha sfidato l’impopolarità in termini di conseguenze immediate: 600 mila persone in giro per il mondo devono essere rimpatriate tra le quali 150 mila cittadini britannici, provvederà un ponte aereo, questo correttamente a spese del governo; 22 mila dipendenti possono perdere il posto, 9 mila dei quali nel Regno Unito. E forse rischia di aggiungere ancora di più alla sua già elevata impopolarità se si guarda alla simbologia che Thomas Cook si porta dietro.

  

L’agenzia risale infatti al 1841, in piena èra vittoriana, all’idea stessa dell’inglese imperiale viaggiatore infaticabile che non teme le zanzare del Nilo né l’afa di Napoli e Atene; un inglese erede ma diverso da quello del Grand Tour. Questo era un aristocratico che passava anche un anno in giro letterario per l’Europa con i soldi di famiglia, quello di Thomas Cook era un cliente mediamente agiato della borghesia lavoratrice che comprava biglietti di viaggio, soggiorni in albergo, coupon progenitori dei traveller cheque, escursioni, guide e assicurazioni, e più di recente acquistava pacchetti vacanze e voli charter di una compagnia dedicata (la Thomas Cook Airlines, anch’essa ora in dissesto con i suoi 97 aeroplani). Il fondatore, il reverendo battista Cook, fondò l’agenzia con fini caritatevoli per far conoscere il Derbyshire a 570 lavoratori, un giro in treno da uno scellino, luna park compreso. Si trattava di un geniale esperimento imprenditoriale divenuto presto una potenza economica e non solo. Thomas Cook è presente nei romanzi di Joseph Conrad e Evelyn Waugh, la sua biglietteria al Bristol Hotel del Cairo sta nelle pagine spionistiche di Lawrence Durrell.

 

Ma quel modello era in crisi già dagli anni Duemila, quando internet si è sostituita alle agenzie di viaggio e le recensioni social alle etichette sulle valigie. Nel 2007 ci fu una fusione tra rami d’azienda, lo scorporo di altri e l’intervento di capitali di Dubai, la cessione a banche e fondi (Lloyd, BlackRock, Axa): eppure ancora nel 2012 Thomas Cook era stato sponsor delle Olimpiadi di Londra e attualmente, con 19 milioni di clienti, è il secondo tour operator inglese e il primo in Scandinavia, Francia, Germania e Usa.

 

I costi e i conti però non hanno retto, e a quelli il governo inglese si è inchinato. Difficilmente l’opinione pubblica, già sotto l’incognita della Brexit, avrebbe applaudito una scelta diversa benché romantica. Il paragone con l’Alitalia viene fin troppo facile. L’azienda che prima il governo gialloverde poi quello rossogiallo hanno deciso di ritrasformare in compagnia di bandiera, cioè pubblica – a colpi di proroga di un prestito ponte da 900 milioni, in previsione di un ingresso diretto di Ferrovie e Tesoro accanto a soggetti privati – non ha mai guadagnato nella sua più breve storia (a eccezione di due bilanci), ha un pedigree che può anche suscitare una legittima nostalgia in un paese che guarda più indietro che avanti (vale anche per i pensionati che godono di più attenzioni dei giovani), i suoi clienti sono un ventesimo di quelli di Thomas Cook, i ricavi di conseguenza.

 

In Europa una compagnia di bandiera esiste parzialmente solo in Francia (Air France è per il 15 per cento dello stato); nel Regno Unito, visto che da lì siamo partiti, British Airways, che riunì Boac (voli transcontinentali) e Bea (voli domestici e europei) è privata dagli anni Ottanta e se la passa piuttosto bene.

 

L’assunto dei numerosi salvataggi di Alitalia tentati da governi di destra e sinistra, e ora dai grillini, è che “altrimenti perderemmo quote di turismo”. Questo però non ha impedito all’Italia di scendere al quinto posto nelle destinazioni turistiche mondiali e al terzo in Europa. Mentre quanto alle medie di viaggio all’estero degli italiani siamo fuori dai primi 15 paesi mondiali, superati in Europa anche da finlandesi e austriaci. E ovviamente dagli inglesi, che se la caveranno anche senza la gloriosa, ma ormai costosa, Thomas Cook.

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