I dazi son desideri

Donald J. Boudreaux

Perché ogni limitazione al libero commercio è una limitazione della nostra libertà. Ragioni valide per smontare il falso mito della globalizzazione che ruba il lavoro

Pubblichiamo ampi stralci del saggio “Libero commercio: Cos’è e come ci rende tutti più ricchi” (85 pp., edito dall’Istituto Bruno Leoni) di Donald Boudreaux, professore di Economia ed ex preside del Dipartimento di Economia della George Mason University. Un agile volume, dall’intento didattico, sui benefici del libero scambio.

 


 

Nessuna critica al libero scambio è più comune di quella secondo la quale più importazioni porterebbero a un livello costantemente maggiore di disoccupazione. Al libero scambio si fanno anche diverse altre contestazioni, ma nessuna di queste riesce anche solo ad avvicinarsi a quella per cui le importazioni provocano disoccupazione nell’alimentare i timori che le persone comuni hanno quando si discorre di commercio con l’estero.

 

L’asserzione per cui un maggior livello di importazioni equivale a un maggior livello di disoccupazione è semplice e, come vedremo, semplicistica: essa prende avvio dalla corretta osservazione per cui, poiché l’acquisto di beni importati si traduce nel mancato acquisto di beni o servizi prodotti nell’economia interna, quei cittadini che sarebbero stati altrimenti interessati dalla produzione di questi particolari beni e servizi risultano non impiegati. Questa asserzione, però, si spinge troppo in là, quando conclude – errando – che le importazioni promuovono una duratura disoccupazione interna.

 

Mentre è vero che le importazioni spesso distruggono particolari lavori, o impediscono che particolari lavori vengano creati, non è altrettanto vero che le importazioni producono una disoccupazione duratura. Poiché gli esseri umani non sono automi con un unico obiettivo, ciascuno progettato e programmato per eseguire un solo compito, la distruzione di una particolare mansione professionale non condanna il lavoratore, che una volta la svolgeva, a uno stato di disoccupazione permanente.

 

Per dimostrare perché le importazioni non hanno questo effetto, dobbiamo fare un passo indietro, così da avere una più ampia e completa visuale del quadro delle attività economiche, di cui fanno parte le importazioni e la perdita di un particolare tipo di lavoro. Immaginiamo, per esempio, il caso dell’importazione di mele americane nel Regno Unito. Immaginiamo che Tizio sia un commerciante inglese e che acquisti, dagli Stati Uniti, mele per un controvalore di un milione di sterline: questo perché egli è convinto che sia più conveniente acquistare mele dagli Stati Uniti, anziché dai fornitori locali. Assumendo che la qualità delle mele americane sia la stessa di quelle inglesi, il prezzo per ciascuna mela americana dovrà essere inferiore a quello di una mela inglese. Pertanto, Tizio si aspetta di ricavare un profitto maggiore dalla vendita di queste mele americane nel proprio supermercato, rispetto a quanto avrebbe guadagnato se avesse venduto mele inglesi per un controvalore di un milione di sterline.

 

L’avversario del libero scambio vede in questa compravendita il mancato acquisto della mela inglese e, dunque, la minor occupazione per quei cittadini che lavorano, o avrebbero lavorato, in un meleto inglese. Ma è ben più ampio e importante ciò che l’avversario del libero scambio non vede.

 

Un’importante conseguenza di questo scambio è il destino del milione di sterline speso per acquistare le mele importate. Cosa farà l’esportatore americano con questa somma di denaro? Le sterline, come tali, non possono essere spese negli Stati Uniti. L’uso più ovvio che un americano ne farà sarà usarle per comprare beni inglesi per il medesimo valore: e l’esportatore americano potrebbe fare proprio questo. In verità, però, è più probabile che l’esportatore di mele americano non abbia alcun interesse ad acquistare alcunché nel Regno Unito: tuttavia, l’aver accettato quel milione di sterline in cambio delle sue mele ci suggerisce che egli conosca qualcuno – in possesso di dollari americani – che voglia spendere almeno quella stessa somma di denaro nel Regno Unito. E questo qualcuno potrebbe essere una banca americana. L’esportatore di mele americane scambierà il proprio milione di sterline per l’equivalente in dollari americani. L’unica ragione per cui una banca americana sarà disposta ad acconsentire a questa conversione di valuta sarà data dal fatto che uno dei suoi clienti vorrà entrare in possesso – e sarà disposto a pagare per questo – di almeno un milione di sterline.

 

Ma l’unica ragione per cui un americano vorrebbe delle sterline è per usare questa moneta per acquistare qualcosa nel Regno Unito. Immaginiamo che uno dei clienti della banca sia un importatore di birra, che vuole acquistare birra inglese per un controvalore di un milione di dollari. Questo importatore, dapprima, userà i dollari per acquistare il milione di sterline in possesso della banca americana e, poi, userà questa somma per acquistare la birra dal Regno Unito.

 

Il milione di sterline originariamente speso nel Regno Unito per acquistare mele americane, in questo esempio, è tornato indietro per acquistare birra inglese. In altre parole, il milione di sterline non speso in mele inglesi è stato, infine, speso in birra inglese. Pertanto, benché l’acquisto di mele importate abbia avuto un effetto negativo sull’occupazione nei meleti inglesi, ne ha prodotto uno positivo sull’occupazione nell’industria birraria. In breve, gli inglesi hanno comprato le mele americane con la propria birra artigianale e gli americani hanno comprato birra inglese con le proprie mele.

 

Questo esempio, ancorché ipotetico e semplice, rivela una verità essenziale sullo scambio: esso non ha alcun effetto di lunga durata sul livello dell’occupazione complessiva. Al contrario, lo scambio altera la distribuzione dei lavori: il commercio sposta l’occupazione da alcune industrie e imprese domestiche (cioè, quelle che producono beni e servizi che possono anche essere importati) ad altre industrie e imprese sempre domestiche. Questo movimento nell’occupazione – che è la riallocazione, prodotta dallo scambio, delle opportunità di produzione e impiego nell’economia domestica – è un gioco a somma positiva. I nuovi lavori sono generalmente pagati di più rispetto ai precedenti. Ciò è dovuto al fatto che il commercio permette alle industrie che godono di un vantaggio comparato di espandersi e obbligare coloro che hanno uno svantaggio comparato a ridurre le proprie dimensioni: il che, in altre parole, significa che le industrie che usano i fattori di produzione (compreso il lavoro) in modo più produttivo si espandono, mentre quelli che usano quei fattori in modo meno produttivo si restringono. […]

 

La conclusione per cui il commercio non riduce il numero complessivo di posti di lavoro si fonda su diversi presupposti, che possono verificarsi o no, a seconda del paese in questione. Il più importante di questi presupposti è che il mercato del lavoro sia ragionevolmente efficiente e flessibile: il che, in altre parole, significa che i lavoratori sono, solitamente, in grado di spostarsi verso altre occupazioni; che i datori di lavoro sono, solitamente, liberi di allargare il proprio business e di competere per assicurarsi le prestazioni professionali altrui; che gli stipendi sono un riflesso dell’equilibrio che si forma, nel tempo, tra la domanda e l’offerta per un dato tipo di mansione professionale.

 

Se il mercato del lavoro è gravato da barriere che impediscono la creazione di nuovi lavori – barriere quali, ad esempio, licenze professionali o regole sindacali che limitino l’accesso a una data mansione solo ai prestatori di lavoro sindacalizzati – chi dovesse perdere il proprio posto a causa delle importazioni incontrerà maggiori difficoltà nel trovarne uno nuovo. Allo stesso modo, e nel caso in cui agli stipendi sia impedito di scendere, così da riflettere la maggiore offerta di un particolare tipo di lavoro, chi dovesse perdere il proprio posto a causa delle importazioni incontrerà maggiori difficoltà nel trovarne uno altrove.

 

Gli economisti fanno bene, quando discorrono di commercio, a presuppore che il mercato del lavoro sarà efficiente e flessibile al punto sufficiente per cui i lavoratori che dovessero finire disoccupati potranno, infine, trovare una nuova occupazione. Questo perché un simile assunto descrive, in modo abbastanza accurato, la realtà dei paesi del primo mondo, perlomeno sul lungo periodo. Nuove imprese – con nuove opportunità professionali – vengono avviate. I lavoratori cambiano, spesso e volentieri, occupazione. Gli stipendi e le altre condizioni di lavoro possono variare (e variano) in modo da riflettere i cambiamenti nella domanda e nell’offerta per i vari tipi di mansione lavorativa.

 

Una seconda giustificazione posta a fondamento dell’assunto per cui il mercato del lavoro sarà ragionevolmente efficiente e flessibile è data dal fatto che, quando si discute di scambi e politiche commerciali, si devono distinguere – per quanto possibile – gli effetti degli scambi da quelli da questi indipendenti. Se, per esempio, il mercato del lavoro di un dato paese dovesse essere così gravato da ostacoli governativi alla creazione di nuovi posti di lavoro – al punto per cui i lavoratori che dovessero essersi ritrovati disoccupati a causa delle importazioni, sarebbero destinati a restare tali – dovremmo rivolgere le nostre critiche al commercio o agli ostacoli? Sebbene la scelta tra questi due estremi potrebbe sembrare accademica e irrilevante, così non è. Se le persone comprendono che il cambiamento nei flussi commerciali non produce, di per sé, una diminuzione permanente nel livello occupazionale quando il mercato del lavoro è flessibile, una disoccupazione di lungo periodo, che dovesse coincidere con un aumento delle importazioni, sarebbe correttamente intesa come causata dagli interventi governativi nel mercato del lavoro, e non dagli scambi commerciali. La pressione dell’opinione pubblica si indirizzerebbe, allora, verso l’eliminazione di questi ostacoli: ciò non accadrebbe nel caso in cui il livello di disoccupazione osservato fosse, in modo errato, imputato agli scambi commerciali. Un modo forse migliore per comprendere questo punto è riconoscere che un mercato del lavoro inefficiente e rigido è un male, a prescindere dal particolare motivo per cui si perda il proprio posto di lavoro. Se il mercato del lavoro non funziona bene, quei lavoratori che si dovessero ritrovare disoccupati perché (ad esempio) i consumatori hanno scelto di comprare meno pane e più pesce, si ritroverebbero colpiti in modo né minore né meno doloroso di quei lavoratori che dovessero ritrovarsi disoccupati a causa di un maggior livello di importazioni. Presupponendo, quando si discorre di scambi commerciali, che il mercato del lavoro funzioni in modo ragionevolmente positivo, siamo meno inclini a imputare al commercio quelle conseguenze che vanno, più appropriatamente, ricondotte ad altre cause.

 

In breve, per comprendere cause e conseguenze degli scambi e delle politiche commerciali, è opportuno tenerle distinte da quei mutamenti economici o da quelle politiche economiche con cui, presumibilmente, non hanno nulla da spartire.

 

Se il mercato del lavoro funziona ragionevolmente bene, un aumento dell’offerta per un dato tipo di mansione professionale realizzerà, almeno inizialmente, una spinta verso il basso degli stipendi e, pertanto, incoraggerà l’assunzione di più persone disposte a impegnarsi in quella data occupazione. Allo stesso modo, l’aumento del la disponibilità in questo senso spingerà i datori di lavoro a trovare delle occupazioni redditizie per questi lavoratori.

 

Le persone disposte e in grado di lavorare sono, del resto, risorse produttive, e una delle funzioni principali proprie dell’imprenditorialità è quella di trovare vie per impiegare, in modo redditizio, queste risorse. Ancora una volta, la conclusione è che il livello globale di occupazione, nel lungo periodo, non è determinato dal volume degli scambi e, invece, dipende dalla dimensione della forza lavoro, in combinazione con l’efficienza del mercato del lavoro.

 

Questa conclusione è in chiara contrapposizione con la cosiddetta lump of labour fallacy, l’idea per cui esiste, in un determinato contesto economico, una data quantità di lavoro da svolgere e che un dato numero di posti lavori sia necessario per realizzarla. Nonostante l’imprudente asserzione di alcuni fautori del libero scambio, la lump of labour fallacy non ha come conseguenza necessaria la conclusione per cui un maggior numero di importazioni causerebbe la diminuzione dei posti di lavoro nell’economia domestica. Come abbiamo già visto, se un maggior numero di importazioni di mele dagli Stati Uniti porta con sé una maggiore esportazione verso questo paese di birra, il numero di posti di lavoro nell’altra economia, e in quella americana, rimarrà identico. L’effetto dello scambio commerciale sarà dato dal fatto che alcuni lavori nei meleti inglesi saranno stati sostituiti da lavori nell’industria birraria, mentre negli Stati Uniti si sarà registrato l’esito inverso. Nonostante ciò, chi è convinto della bontà della lump of labour fallacy è tendenzialmente sospettoso quando si tratta delle importazioni. Egli pensa al numero dei posti di lavoro come a un numero fisso e svincolato dal contesto economico, anziché come determinato e condizionato da quest’ultimo; immagina che i posti di lavoro vengano creati indipendentemente dal contesto economico ed esistano indipendentemente dal numero dei lavoratori, dalle condizioni del mercato del lavoro o del quadro macroeconomico, e di tutte le altre istituzioni e degli innumerevoli dettagli che fondano il contesto economico. In questa visione fallace, la distruzione di una singola occupazione professionale non fa parte di un processo che porterà alla creazione di un diverso posto di lavoro. Quindi, anche se la lump of labour fallacy non porta con sé necessariamente l’idea che un maggiore livello di importazioni avrà come conseguenza una maggiore disoccupazione, chi aderisce a questa visione del mondo penserà al venire meno di una particolare mansione professionale come a una disgrazia senza alcun risvolto positivo. Nonostante il troppo comune equivoco, i posti di lavoro non sono affetti da scarsità. O, per dirla in maniera differente, lo sono solo nella misura in cui i desideri umani sono “scarsi”. Finché ci saranno desideri umani non soddisfatti, ci saranno lavori da svolgere (cioè, lavori per meglio soddisfare quei desideri non ancora del tutto appagati). Questi smetteranno di esistere solo e quando l’umanità avrà raggiunto la condizione in cui ogni possibile suo desiderio sia stato completamente soddisfatto: ma, ovviamente, in una situazione simile – paradisiaca – nessuno avrebbe bisogno di o vorrà un lavoro, perché saremmo tutti sicuramente ricchi, oltre ogni immaginazione. La sfida vera, quindi, non è quella di inventare lavori da svolgere: questi ultimi, poiché le mancanze e i desideri umani sono quasi illimitati, sono – e lo saranno per sempre – più che abbondanti. La vera sfida è, invece, quella di far sì che ciascuna persona sia in grado di lavorare nel modo in cui può soddisfare più desideri umani possibili, inclusi i suoi. Per centrare questo obiettivo è necessario evitare di sprecare risorse scarse, compresi gli sforzi individuali: è necessario, finché possibile, riallocare questi fattori produttivi verso la soddisfazione dei desideri più urgenti e, di converso, allontanarli dall’appagamento dei desideri meno immediati. E poiché il costo della realizzazione di alcuni desideri è dato dalla mancata realizzazione di altri, questo obiettivo implica ovviamente l’urgenza di evitare di impiegare le risorse scarse e la forza lavoro più del minimo necessario per soddisfare un dato desiderio. Se dovessimo impiegare le risorse e la forza lavoro più del necessario per appagare un singolo desiderio, finiremmo per rinunciare a conseguire la realizzazione di altri desideri che avremmo potuto – ma non abbiamo – soddisfatto. In breve, ci ritroveremmo più poveri di quanto saremmo altrimenti stati. Da questo punto di vista, dazi e altri tipi di interventi governativi che proteggono in maniera artificiale alcuni lavori dall’essere sostituiti dalle forze di un mercato concorrenziale impediscono a noi consumatori di soddisfare quanti più dei nostri desideri sarebbe possibile.

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