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La crisi arriva ma si batte

Gli strumenti di Bce, le politiche di bilancio e le riforme, la necessaria “divisione del lavoro” tra i paesi europei

24 Agosto 2019 alle 06:16

Di Maio e l’èra dell’incompetenza. Ora interviene anche sullo statuto della Bce

La sede della Bce a Francoforte (foto LaPresse)

Mentre l’Italia cerca un governo in un quadro di stagnazione l’Europa non se la passa bene. Ci sono segni di crisi nel paese più forte, la Germania, dove la caduta della crescita e delle produzione industriale segnalano che difficoltà cicliche si intrecciano con difficoltà strutturali legate alle sfide che fronteggia il settore delle automobili e più in generale una emergente debolezza del settore manifatturiero in una economia dove il settore dei servizi è rimasto indietro rispetto agli standard di altri paesi (compresa la vicina Francia). Sul piano globale il permanere, e il possibile accentuarsi, di tensioni commerciali aggiunge incertezza e frena gli investimenti. A fronte del rallentamento la Banca centrale europea sta dimostrando creatività e intelligenza politica anche tramite l’annuncio che una nuova fase di “easing” potrà contare su nuovi strumenti e modalità di intervento per mantenere una intonazione espansiva nell’Eurozona. Ma la politica monetaria non potrà essere lasciata sola se si vuole portare l’Europa lontano dai rischi di recessione. Occorre una strategia integrata che allinei politica monetaria, politica strutturale, politica di bilancio.

 

La Bce e il suo presidente hanno da tempo lanciato il messaggio che occorrono riforme strutturali per migliorare l’impatto della politica monetaria, sopratutto in una unione monetaria così eterogenea come la zona euro. Per esempio migliorando la reattività dei mercati del lavoro agli stimoli espansivi così da permettere di far crescere di più salari e occupazione. Siamo nella situazione capovolta rispetto agli anni ’80 e ’90 quando il problema della politica monetaria era contenere l’inflazione. Misure strutturali a livello nazionale e a livello europeo (rilancio del mercato interno, soprattutto per le reti e l’energia, faciliterebbero una ripresa degli investimenti, indispensabile per allontanare il rischio di stagnazione). Per ritornare alla Germania, una politica di riforme e indispensabile per facilitare la trasformazione verso una economia maggiormente basata sui servizi avanzati e il capitale immateriale. Discorso analogo vale per il nostro paese.

 

Veniamo alla politica fiscale. Il quadro di estrema debolezza dell’Eurozona e i limiti oltre i quali la politica monetaria non può andare rendono chiaro che occorre il sostegno ulteriore della politica fiscale, sia a livello nazionale che europeo. A livello nazionale occorre che i paesi che dispongono di spazio fiscale ne facciano pieno utilizzo, a cominciare dalla Germania dove e evidente la carenza di investimenti sia pubblici che privati. Segni in questa direzione nel dibattito politico tedesco (e non solo) cominciano a rafforzarsi. I paesi dove lo spazio fiscale non c’è (come il caso dell’Italia) dovrebbero impegnarsi a recuperarlo gradualmente e allo stesso tempo avviare un programma di riforme strutturali, in particolare quelle relative al miglioramento delle condizioni di contorno per le imprese (semplificazione, istruzione, e nei limiti possibili, detassazione). In secondo luogo l’Europa e la nuova Commissione dovrebbero lanciare una seria revisione del patto di stabilità che privilegi la riduzione graduale del debito e lasci spazi agli investimenti, insomma una “flessibilità orientata alla crescita”.

 

In terzo luogo occorrono passi concreti e significativi verso la costruzione di una “capacità fiscale” europea, un embrione di bilancio dell’Eurozona che possa aggredire squilibri strutturali, facilitare la convergenza delle periferie verso il centro e soprattutto fornire uno strumento di stabilizzazione macroeconomica per la zona euro. Parte della funzione di stabilizzazione dovrebbe essere fornita da un meccanismo di assicurazione contro la disoccupazione ciclica come quello proposto già alcuni anni fa dai governi di centrosinistra. Infine occorre introdurre una “attività finanziaria europea sicura” (european safe asset) come passo per la stabilizzazione del debito pubblico dei paesi europei e allontanando tentazioni di ristrutturazione del debito che periodicamente i paesi europei suggeriscono all’Italia.

 

Nel momento in cui il governo italiano si appresti a negoziare il sentiero di aggiustamento di bilancio con le autorità europee, dovrà innanzitutto proporre una strategia credibile. Ma tale strategia potrà essere resa più efficace se inserita in un quadro complessivo in cui uno sforzo collettivo permetta di assegnare una divisione del lavoro ai paesi membri che hanno diverse situazioni di bilancio e quindi diversi margini di intervento. I benefici sarebbero positivi per tutti grazie alla interdipendenza delle politiche.

 

Perché dovrebbe funzionare? La situazione economica e politica oggi è diversa dal passato. C’è il rischio di una nuova recessione, la conflittualità globale è cresciuta, ma c’è anche una nuova Commissione e un nuovo Parlamento in cui le voci euroscettiche sono più forti e a cui occorre rispondere con politiche efficaci.

Pier Carlo Padoan

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Commenti all'articolo

  • verypeoplista

    verypeoplista

    24 Agosto 2019 - 14:02

    Sarebbe da chiedere all'ex ministro, mai luce del faro economico, chi decide la " divisione del lavoro ", per caso il "duo fatale" Macron-Merkel come il Mercosur?

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