Il solito sforamento del deficit per non aumentare l'Iva non scongiura una manovra “lacrime e sangue”

Veronica De Romanis

L'Europa non crede alle previsioni sul disavanzo italiano pubblicate nei Documenti di economia e finanza. È davvero possibile evitare una legge di Bilancio che comporti sacrifici per gli italiani?

Beppe Grillo, dalla sua villa di Marina di Bibbona dove ha radunato i vertici dei 5 Stelle, ha proposto un Patto di legislatura con il Partito democratico con tanto di contratto di governo. Definire un campo d’azione comune dopo anni di reciproci insulti non sarà un’impresa facile. A oggi, l’unico comune denominatore che sembra esistere tra le due forze politiche che andrebbero a comporre un eventuale governo giallo-rosso è quello che riguarda il disinnesco delle clausole di salvaguardia. Sia il Pd sia i 5 Stelle considerano che un aumento dell’Iva porterebbe il paese in recessione. L’innalzamento di questa tassa avrebbe – certamente – un impatto negativo sui consumi, ma se il paese si sta avviando (rapidamente) verso una recessione, le cause vanno ricercate altrove ovvero nelle politiche economiche implementate da questo governo e da quelli precedenti che hanno privilegiato aumenti di spesa corrente (80 euro prima e reddito di cittadinanza e quota 100 poi) a scapito di investimenti in infrastrutture, in innovazione e in capitale umano. Peraltro, va ricordato che sia il governo Renzi che quello Conte hanno continuato a gonfiare l’ammontare delle clausole ereditate. Del resto, a tutti fa comodo spendere senza dover chiarire agli italiani come pagare. Quando, però, arriva il momento in cui le coperture devono essere trovate, il disinnesco delle clausole diventa la priorità dell’agenda economica. E, così, a spiegare che l’incremento dell’Iva sarebbe la peggiore delle sciagure sono gli stessi politici che hanno inserito questo incremento nel Bilancio dello stato e che, successivamente, l’hanno votato in sede di approvazione del Documento di Economia e Finanza.

 

Chiarite dove sono le responsabilità, bisogna chiarire dove trovare le risorse pari a 23 miliardi di euro. La soluzione proposta da Matteo Renzi è quella di replicare ciò che ha fatto quando era premier e che, peraltro, ha continuato a fare il governo Conte: disinnescare le clausole attraverso maggiore disavanzo, ovvero con soldi che non ci sono. All’epoca, Renzi riuscì a fare includere l’aumento del disavanzo all’interno della flessibilità prevista dalle regole fiscali europee. In cambio di maggiori margini d’azione, promise di aumentare la spesa per investimenti: la promessa, poi, non fu mantenuta ma questa, oramai, è storia passata.

 

Dalle dichiarazioni di questi giorni, sembrerebbe che Renzi sia intenzionato a seguire una strada simile, portando il disavanzo al 2,8/2,9 per cento, circa un punto in più rispetto alla percentuale concordata con Bruxelles nel mese di luglio dal ministro Giovanni Tria. Il senatore di Scandicci è convinto che questo punto di pil aggiuntivo (circa 18 miliardi di euro) verrebbe – ancora una volta – considerato all’interno della flessibilità e, quindi, in linea con i parametri fiscali. Ecco perché ha dichiarato che con il Pd al governo (insieme ai 5 Stelle) la manovra “non sarebbe lacrime e sangue”. Ma è davvero possibile evitare una legge di Bilancio che comporti sacrifici per gli italiani?

 

A ben vedere, Renzi racconta solo una parte della storia: dimentica di spiegare che la flessibilità non è gratuita e che una correzione è inevitabile. Ma, andiamo per ordine.

 

Primo, la flessibilità. Margini di manovra possono essere ottenuti in sede europea se si è capaci di presentare un piano di riforme e/o di investimenti volti a far ripartire la crescita. Tale piano, per essere credibile (e misurabile), richiede una visione chiara di politica economica, una prospettiva di lungo termine e una forte volontà politica, caratteristiche di cui un eventuale governo giallo-rosso sembrerebbe essere privo. E, poi, non va dimenticato che quando Pd e 5 Stelle sono stati alla guida del paese, non c’è stata traccia né di riforme (fatta eccezione nella prima parte del governo Renzi) né di investimenti. C’è, allora, da chiedersi perché mai una volta insieme dovrebbero fare ciò che non hanno fatto da separati? Ma anche volendo essere ottimisti, un disavanzo al 2,8/2,9 per cento – ottenuto grazie alla flessibilità europea – non sarebbe comunque sufficiente a evitare tagli alla spesa, e qui veniamo al secondo punto: la correzione. In assenza di un aumento dell’Iva, il disavanzo salirebbe intorno al 3,5 per cento che è, poi, la stima predisposta dalla Commissione. L’Europa, infatti, non crede (oramai da anni) alle previsioni sul disavanzo italiano pubblicate nei Documenti di economia e finanza che, come si è detto, includono i proventi della maggiore Iva: i funzionari comunitari si aspettano che questa tassa non verrà aumentata e che le coperture verranno finanziate con incrementi del disavanzo. Questo spiega perché, in presenza di clausole di salvaguardia, il disavanzo stimato da Bruxelles è sempre maggiore di quello stimato da Roma. Il governo giallo-rosso dovrà, pertanto, trovare almeno 8/9 miliardi di euro per disattivare totalmente l’aumento dell’Iva. Gli ambiti d’azione – in linea teorica – sono diversi: eliminazione di quota 100, ridimensionamento del bonus 80 euro, riqualificazione del reddito di cittadinanza. I due azionisti dell’eventuale nuovo governo dovrebbero chiarire al più presto dove e come intendono intervenire. Altrimenti dichiarare che la manovra non sarà “lacrime e sangue” rischia di diventare uno dei tanti slogan già sentiti.

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